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AMBIENTE, ETNIE
Avatar è in India
Marina Forti
2010.02.18
La scena sono le montagne dell'Orissa, stato dell'India orientale: una delle regioni più povere del paese, benché ricca di risorse naturali - ferro, bauxite, allumina. La zona è impervia e boscosa, disseminata di piccoli villaggi di capanne, ma il panorama cambia quando ci si avvicina a Lanjigarh, il borgo dove Vedanta Resources ha costruito una raffineria di allumina. Azienda britannica (è nella lista delle prime 100 società per capitalizzazione quotate alla Borsa di Londra), Vedanta è proprietà di uno dei più ricchi capitani d'industria indiani. Ha grandi progetti di espansione: vuole aprire una grande miniera di bauxite, a cielo aperto, e ampliare la raffineria esistente per lavorarvi il minerale estratto da quelle montagne remote, le alture di Niyamgiri. Queste però sono abitate dai Dongria Kondh, popolazione nativa di circa 8.000 persone che da quelle terre trae tutta la propria sopravvivenza: per aprire la miniera bisogna cacciare via un popolo adivasi, parola indiana che indica «gli abitanti originari», o «tribali». In particolare, la miniera di bauxite porterà ruspe e scavatrici a scoperchiare quella che per loro è una montagna sacra (la fantastica storia del popolo Nav'i del film Avatar poteva essere ambientata anche sul pianeta Terra...).
Il conflitto tra Vedanta e gli adivasi dura dal 2004 (quando la compagnia mineraria ha ottenuto permessi e concessioni dallo stato dell'Orissa per il progetto del Niyamgiri) con proteste, sit-in, ricorsi legali: è in uno di questi passaggi che la Corte suprema indiana ha definito i Dongria Kondh popolazione «in pericolo». Di sicuro è stato violato un loro diritto umano, quello all'acqua e alla salute, fa notare Amnesty International. La raffineria di Lanjigarh infatti ha inquinato l'aria e il fiume da cui la popolazione locale trae l'acqua - ora è malsano al punto che i bambini, se vi si bagnano, si ritrovano coperti di vesciche. Ora l'espansione della raffineria di allumina e la miniera di bauxite incombono come una nuova minaccia, leggiamo in un lungo e circostanziato rapporto diffuso da Amnesty, che denuncia: gli abitanti locali «sono stati a tutti gli effetti esclusi dal processo decisionale, e la terra su cui vivono è o sarà presto usata per creare profitto per altri»
Il rapporto di Amnesty («Non minate la nostra esistenza»), presentato il 9 febbraio a New Delhi, accusa il governo indiano di aver fornito informazioni insufficienti o fuorvianti sul possibile impatto delle attività di Vedanta sulle alture di Niyamgiri. L'inquinamento dell'aria e dell'acqua provocato dalla raffineria è stato documentato dall'ente statale di controllo ma ancora non c'è alcun monitoraggio sulla salute della popolazione. «La cosa scandalosa è che le persone più colpite da questo progetto sono quelle che hanno ricevuto meno informazioni», commenta Ramesh Gopalakrishnan, ricercatore di Amnesty International sull'Asia meridionale.
Il rapporto cita testimonianze degli adivasi, i dalit (gli «intoccabili», lo strato più basso della gerarchia sociale indiana), le donne e altre comunità emarginate che abitano questa parte remota dell'Orissa: «Le autorità locali avevano detto loro che la raffineria avrebbe trasformato la zona in una nuova Mumbai o in una sorta di Dubai». Amnesty chiede al governo indiano di sospendere il progetto minerario-industriale e avviare un processo di consultazione. Ma si può ben capire lo scetticismo di un rappresentante dei Dongria Kondh: «Abbiamo già visto cosa accade agli altri adivasi quando sono costretti a lasciare le loro terre tradizionali: perdono tutto».
Il conflitto tra Vedanta e gli adivasi dura dal 2004 (quando la compagnia mineraria ha ottenuto permessi e concessioni dallo stato dell'Orissa per il progetto del Niyamgiri) con proteste, sit-in, ricorsi legali: è in uno di questi passaggi che la Corte suprema indiana ha definito i Dongria Kondh popolazione «in pericolo». Di sicuro è stato violato un loro diritto umano, quello all'acqua e alla salute, fa notare Amnesty International. La raffineria di Lanjigarh infatti ha inquinato l'aria e il fiume da cui la popolazione locale trae l'acqua - ora è malsano al punto che i bambini, se vi si bagnano, si ritrovano coperti di vesciche. Ora l'espansione della raffineria di allumina e la miniera di bauxite incombono come una nuova minaccia, leggiamo in un lungo e circostanziato rapporto diffuso da Amnesty, che denuncia: gli abitanti locali «sono stati a tutti gli effetti esclusi dal processo decisionale, e la terra su cui vivono è o sarà presto usata per creare profitto per altri»
Il rapporto di Amnesty («Non minate la nostra esistenza»), presentato il 9 febbraio a New Delhi, accusa il governo indiano di aver fornito informazioni insufficienti o fuorvianti sul possibile impatto delle attività di Vedanta sulle alture di Niyamgiri. L'inquinamento dell'aria e dell'acqua provocato dalla raffineria è stato documentato dall'ente statale di controllo ma ancora non c'è alcun monitoraggio sulla salute della popolazione. «La cosa scandalosa è che le persone più colpite da questo progetto sono quelle che hanno ricevuto meno informazioni», commenta Ramesh Gopalakrishnan, ricercatore di Amnesty International sull'Asia meridionale.
Il rapporto cita testimonianze degli adivasi, i dalit (gli «intoccabili», lo strato più basso della gerarchia sociale indiana), le donne e altre comunità emarginate che abitano questa parte remota dell'Orissa: «Le autorità locali avevano detto loro che la raffineria avrebbe trasformato la zona in una nuova Mumbai o in una sorta di Dubai». Amnesty chiede al governo indiano di sospendere il progetto minerario-industriale e avviare un processo di consultazione. Ma si può ben capire lo scetticismo di un rappresentante dei Dongria Kondh: «Abbiamo già visto cosa accade agli altri adivasi quando sono costretti a lasciare le loro terre tradizionali: perdono tutto».




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