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AMBIENTE, AGRICOLTURA
La terra dei guaranì
Fulvio Gioanetto
2010.03.02
Confinamento. Così antropologi ed etnologi definiscono le aree indigene dei guaranì-kaiowa nello stato di Mato Groso do Sur, in Brasile ai confini con il Paraguay. Si tratta della piú grande popolazione indigena brasiliana, con 60.000 persone impoverite e private della loro cultura che sopravvivono in una trentina di aree sempre piú frammentate. Divise in tre gruppi etnici: Kaiowà, Ñandeva e M'bya fra Brasile, Paraguay, Bolivia e Argentina. Sembrano molti i 40.000 ettari delle loro riserve in Brasile; peccato di tratti per lo più di terreni erosi, poveri, o lembi di frammentata selva tropicale. Una volta vivevano di caccia, raccolta, coltivazioni itineranti. Adesso sopravvivono con gli aiuti alimentari federali. Denunciano l'assistenzialismo governativo e chiedono alle autorità statali terre fertili da coltivare. Molti vivono ai bordi delle strade, in catapecchie di lamiera e cartone, espulsi dai proprietari terrieri - come nel noto caso delle quaranta famiglie della comunità di Laranjeira.
Oltre alla denutrizione infantile, questa popolazione indigena registra alti indici di alcoolismo, omicidi e suicidi. Come una lenta epidemia: secondo dati federali, il tasso di suicidi fra i guaranì-kaiowa è di 100 morti su 100.000 abitanti, quando il tasso nazionale é di 4.5 morti su 100.000. Lo stato registra il più alto numero di indigeni assassinati in Brasile: 53 morti nel 2007, 67 nel 2008, in parte per conflitti interfamiliari, accentuati dalla penuria e dalle carenze alimentari, ma anche da persecuzioni politiche e razzismo. Crimini come investimenti accidentali di indigeni ai bordi delle strade, omicidi delle guardie bianche dei fazenderos per quelli che si avvicinano alle piantagioni avvelenate o che violano «proprietá private». Più di 7.000 guarani-kaiowà lavorano come schiavi, malpagati e sfruttati, nelle fabbriche di carbone e negli stabilimenti che lavorano la canna da zucchero.
Al processo di disentintegrazione culturale di questa popolazione nativa contribuiscono i missionari pentecostali, per i quali l'idea che il dio padre Ñande Ru abbia affidato la sacra terra ai Kaiowà è solo una credenza idolatra da estirpare.
Commenta il Guranai-Ñandeva Rosalino Ortiz: «Ci stiamo suicidando perché non abbiamo più terra. Non abbiamo spazio. Prima eravamo liberi, adesso no. I nostri giovani si guardano intorno e pensano che non resta più nulla e si chiedono como faranno a vivere. Si siedono e pensano molto, si dimenticano, si sentono perduti e si suicidano». La pressione a «integrarsi» si scontra con il concetto della terra dei guarani-kaiowa: un'entità sacra, dove vivono popolazioni animali e vegetali che assicurano sostenibilità alle loro comunità; spazi di vita animati dove si intrecciano dinamiche sociali e rituali su cui si fondano economie e tradizioni. Così, i guarani-kaiowà rivendicano 600.000 ettari di terra. E' meno del 2% del territorio dello stato di Mato Groso do Sur, ma non è una battaglia facile. Latifondisti e allevatori che dominano questo stato minacciano gli antropologi ed etnologi incaricati delle delimitazioni territoriali. Da due mesi è scaduto l'ultimatum che i leaders indigeni avevano dato alle autorità statali durante l'ultima assemblea comunitaria per dare continuitá all'accordo del 2007, riconoscendo almeno trentasei loro terre ancestrali (www.amnesty.org). Ora i guarani-kaiowà hanno iniziato a rioccuppare le loro terre, nonostante le minacce dell'ex governatore del Mato Groso do Sur, Jerson Domingo: se l'accordo sarà applicato, aveva detto, finirà in «un bagno di sangue fra polizia, indigeni e proprietari terrieri».
Oltre alla denutrizione infantile, questa popolazione indigena registra alti indici di alcoolismo, omicidi e suicidi. Come una lenta epidemia: secondo dati federali, il tasso di suicidi fra i guaranì-kaiowa è di 100 morti su 100.000 abitanti, quando il tasso nazionale é di 4.5 morti su 100.000. Lo stato registra il più alto numero di indigeni assassinati in Brasile: 53 morti nel 2007, 67 nel 2008, in parte per conflitti interfamiliari, accentuati dalla penuria e dalle carenze alimentari, ma anche da persecuzioni politiche e razzismo. Crimini come investimenti accidentali di indigeni ai bordi delle strade, omicidi delle guardie bianche dei fazenderos per quelli che si avvicinano alle piantagioni avvelenate o che violano «proprietá private». Più di 7.000 guarani-kaiowà lavorano come schiavi, malpagati e sfruttati, nelle fabbriche di carbone e negli stabilimenti che lavorano la canna da zucchero.
Al processo di disentintegrazione culturale di questa popolazione nativa contribuiscono i missionari pentecostali, per i quali l'idea che il dio padre Ñande Ru abbia affidato la sacra terra ai Kaiowà è solo una credenza idolatra da estirpare.
Commenta il Guranai-Ñandeva Rosalino Ortiz: «Ci stiamo suicidando perché non abbiamo più terra. Non abbiamo spazio. Prima eravamo liberi, adesso no. I nostri giovani si guardano intorno e pensano che non resta più nulla e si chiedono como faranno a vivere. Si siedono e pensano molto, si dimenticano, si sentono perduti e si suicidano». La pressione a «integrarsi» si scontra con il concetto della terra dei guarani-kaiowa: un'entità sacra, dove vivono popolazioni animali e vegetali che assicurano sostenibilità alle loro comunità; spazi di vita animati dove si intrecciano dinamiche sociali e rituali su cui si fondano economie e tradizioni. Così, i guarani-kaiowà rivendicano 600.000 ettari di terra. E' meno del 2% del territorio dello stato di Mato Groso do Sur, ma non è una battaglia facile. Latifondisti e allevatori che dominano questo stato minacciano gli antropologi ed etnologi incaricati delle delimitazioni territoriali. Da due mesi è scaduto l'ultimatum che i leaders indigeni avevano dato alle autorità statali durante l'ultima assemblea comunitaria per dare continuitá all'accordo del 2007, riconoscendo almeno trentasei loro terre ancestrali (www.amnesty.org). Ora i guarani-kaiowà hanno iniziato a rioccuppare le loro terre, nonostante le minacce dell'ex governatore del Mato Groso do Sur, Jerson Domingo: se l'accordo sarà applicato, aveva detto, finirà in «un bagno di sangue fra polizia, indigeni e proprietari terrieri».




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