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AGRICOLTURA
Riyadh cerca terra in Asia
Marina Forti
2010.06.17
L'Arabia saudita cerca terra dove far crescere riso e altre derrate agricole necessarie a soddisfare la domanda interna dei suoi 26 milioni di abitanti. E la trova in Asia, meridionale e sud-orientale. La notizia è di pochi giorni fa: un gruppo di noti imprenditori sauditi ha creato una nuova compagnia, la Far East Agricoltural Investment Co, che investirà l'equivalente di 26,6 milioni di dollari in grandi progetti agricoli. Ha già negoziato contratti in Cambogia, Vietnam, Filippine e Pakistan per produrre riso - aromatico e basmati a grano lungo - che sarà riesportato in Arabia a prezzi di mercato. Il primo raccolto si aggirerà sulle 60mila tonnellate ed è atteso per l'inizio dell'anno prossimo, spiega al «Financial Times» il signor Mohammed Abdulla al Rajhi, presidente della nuova compagnia d'investimento. In futuro l'azienda investirà in frutta tropicale, poi pensa di cercare in Asia centrale terre adatte a far crescere grano e mais. Secondo i contratti finora aggiudicati, spiega Rajhi, i sauditi metteranno le sementi e le tecnologie (macchinari agricoli e così via), costruiranno silos, depositi e impianti di lavorazione, e investiranno in logistica e infrastrutture. La compagnia non compra terre, tiene a spiegare il presidente della nuova impresa, né vuole monopolizzare la produzione alimentare dei paesi dove investe: «Non vogliamo togliere terra a nessuno e siamo coscienti che dobbiamo restituire qualcosa alla comunità. Creeremo posti di lavoro, costruiremo strade, scuole, infrastrutture». La precisazione si capisce. L'Arabia saudita - come altri paesi del Golfo, Cina, Giappone Corea del sud, Libia - ha lanciato da alcuni anni grandi investimenti agricoli oltremare: si tratta dell'acquisizione (sotto forma di affitto, concessioni o acquisto) di grandi estensioni di terreni, dai 10mila ettari in su. Il fenomeno è ormai chiamato «land grab», e secondo dati della Banca mondiale coinvolge qualcosa come 50 milioni di ettari (quasi metà delle terre arabili della Cina) in tre continenti, tanto da allarmare anche in organizzazioni dell'Onu come la Fao. Aziende saudite ad esempio hanno investito intensamente in Egitto, Etiopia, Sudan e Kazakhstan (Jannat, altra azienda presieduta dallo stesso signor Rajhi, controlla tra 100 e 215mila ettari in diversi paesi africani). E la terra è un buon investimento. La penisola arabica non offre molta terra arabile, e quel poco che coltiva richiede un gran dispendio di preziosissima acqua dolce. Due anni fa dunque il governo saudita ha deciso che entro il 2016 smetterà di coltivare grano nel paese (al momento la produzione annuale ammontava a 2,5 tonnellate di grano), per proteggere le sue risorse idriche, e coprirà il suo fabbisogno sul mercato internazionale. Ma proprio allora, nel 2008, i prezzi delle derrate agricole sono andati alle stelle. Così, un po' per garantire la propria «sicurezza alimentare», un po' per mettere i suoi petrodollari in un mercato promettente, Riyadh ha annunciato la creazione di un fondo per promuovere investimenti agricoli all'estero («King Abdullah initiative for agricoltural investment overseas»), e assicurarsi forniture di derrate essenziali (grano, soia, zucchero, riso) a prezzi stabili da aziende agricole saudite oltremare. In sostanza, il governo metteva 800 milioni di dollari in un fondo pubblico per garantire credito e sostegno a investimenti agricoli privati all'estero. Da allora i prezzi agricoli internazionale sono calati, ma proprio l'altroieri un rapporto congiunto della Fao e dell'Ocse spiegava che il prezzo del cibo è destinato a salire (fino al 40%) nei prossimi 10 anni. La terra resta un investimento strategico.




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