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AMBIENTE, PETROLIO
Un disastro impunito
Elena Gerebizza
2010.07.06
E' chiaro che la Nigeria non ha il potere negoziale degli Stati Uniti nei confronti delle multinazionali del petrolio: nonostante nel Delta del Niger si contino circa 300 incidenti all'anno, con sversamenti di petrolio annuali di quantità uguale a quella fuoriuscita nel Golfo del Messico fino a oggi, o pari a una Exxon Valdez al giorno, nessuna compagnia petrolifera si è sentita talmente sotto pressione da mettere sul tavolo 20 miliardi di dollari per risarcire i danni ambientali causati, come BP è stata costretta a fare per la marea nera provocata dopo l'esplosione della piattaforma Deep Water Horizon. La realtà è che la Nigeria subisce da decenni un disastro ambientale di dimensioni maggiori di quello del Golfo del Messico, ma resta impunito. Così spiegava il nigeriano Nnimmo Bassey, presidente della rete Friends of the Earth e del network di resistenza del Sud del mondo Oilwatch International, che riunisce comunità e organizzazioni non governative colpite dagli impatti negativi dell'industria del greggio in Asia, Africa e America Latina. Ospite di una conferenza stampa organizzata dagli Amici della Terra Italia, e a cui hanno partecipato Amnesty International e la Campagna per la riforma della Banca mondiale, Bassey ha sottolineato l'impunità dell'industria estrattiva in Nigeria: «Non bisogna guardare solo se l'impresa interviene per bloccare le perdite, ma anche se poi viene effettuata la bonifica del territorio, e in che modo». Secondo stime governative, in Nigeria oltre 2000 siti di passati sversamenti di petrolio sono in attesa di bonifica. «Moltiplicate questo dato per sette, e avrete una valutazione più reale della devastazione del Delta dopo oltre cinquant'anni di estrazione». Secondo Bassey, mancanza di trasparenza e informazioni non veritiere sono la base della comunicazione delle compagnie petrolifere attive nel Delta. Anche nel Golfo del Messico, Bp ha dato notizie discordanti sull'entità della perdita, che oggi secondo molti si avvicinerebbe ai 100 mila barili di petrolio al giorno (mentre la prima stima era di 1000 barili, ndr). «Se Bp mente al governo degli Stati Uniti, figuratevi cosa fa in Nigeria e negli altri paesi poveri dove opera». L'altra fonte di inquinamento del territorio nigeriano è il «gas flaring», pratica che consiste nel bruciare i gas associati all'estrazione del petrolio, dichiarata fuori legge dalla Nigeria già nel lontano 1984. Nel 2009 Amnesty International ha pubblicato un rapporto che esplicita le violazioni dei diritti umani collegate a tale pratica, che le compagnie hanno perpetuato nel tempo sulla scorta di particolari esenzioni che sarebbero state concesse di anno in anno dal governo locale. E che oggi cercano di utilizzare a proprio vantaggio addirittura per chiedere un sostegno pubblico per gli interventi che dovrebbero realizzare per mettere fine alla pratica. E' il caso dell'italiana Eni, che opera nel Delta attraverso la sua consociata Naoc (Nigerian Agip Oil Company) e che è riuscita a farsi approvare il primo progetto di riduzione del «gas flaring» che nei prossimi anni dovrebbe iniziare a generare riduzioni di emissioni attraverso il «meccanismo per lo sviluppo pulito» (Cdm) previsto dal Protocollo di Kyoto sul clima. Ma è un sostegno pubblico ingiustificato, chiaro esempio di come il mercato dei crediti di carbonio fornisca semplicemente delle scappatoie alle imprese più inquinanti: in questo caso, è come pagare un ladro per chiedergli di non rubare più, e allo stesso tempo riuscire a guadagnare dalla commercializzazione di un bene inesistente come le riduzioni di emissioni in atmosfera.
 
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