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COMMERCIO
Strategie africane
Marinella Correggia
2010.07.28
Molti paesi africani tendono a puntare sulla strategia di massimizzare l'esportazione delle proprie materie prime e risorse naturali, poiché si vedono non competitivi quanto a settore manifatturiero e dei servizi. Ma così rischiano grosso, secondo l'International Institute for Sustainable Development (Iisd). Questo istituto di ricerca indipendente basato a Ginevra è specializzato in commercio internazionale e politiche dei sussidi. L'Iisd è in disaccordo con i suggerimenti del «World Trade Report 2010» presentato prochi giorni fa dall'organizzazione internazionale del commercio (Omc).
Il rapporto precisa che nel 2008 l'insieme rappresentato da materie prime minerarie, idrocarburi, prodotti forestali e pesci raggiungeva in valore solo il 24% del commercio mondiale globale. I proventi delle esportazioni di risorse naturali africane hanno raggiunto (dati del 2008) i 406 miliardi di dollari, per l'86% relativi alla vendita di combustibili fossili, i quali rappresentano il 73% dell'export totale del continente. Il grosso delle esportazioni prende la strada dei paesi industrializzati. La quota del commercio all'interno del continente africano rimane a livelli eccezionalmente bassi: circa il 5%. Non è stata seguita l'esortazione del fu presidente burkinabè Thomas Sankara a «commerciare equamente fra africani, come parte di una scelta per vivere dignitosamente all'africana».
La solita Organizzazione mondiale del commercio (Omc) non approva le restrizioni quantitative e le tasse alle esportazioni imposte da alcuni grandi paesi produttori, sostenendo che «il commercio di risorse naturali è il più importante di tutti» e insomma non deve conoscere limitazioni.
L'Iisd non è d'accordo. Sostiene che i paesi in via di sviluppo sono stati forzati nel corso dei round di negoziati commerciali ad abbassare le tariffe sulle importazioni e così le loro casse pubbliche hanno perso una fonte di entrate - cercando allora di rifarsi, fra l'altro, con le tasse sulle esportazioni. Ma è ancor peggio se invece scelgono di far fronte alle ridotte entrate pubbliche esportando più materie prime. Sono ben note le devastazioni ambientali che ne derivano.
C'è poi un'altra questione. Diversi paesi africani sovvenzionano i combustibili fossili sul mercato interno. Ma, si chiede l'Iisd, è un buon uso del denaro pubblico? Se si tratta di migliorare i trasporti, sarebbe meglio investire in quelli pubblici destinati alla massa dei cittadini non abbienti. Con i sussidi alla benzina, risorse scarse vanno a sovvenzionare le classi medie (detentrici di automobile), e al tempo stesso un modello energetico «fossile». Non è solo un problema africano. Stati Uniti ed Europa fanno lo stesso.
Il rapporto Omc sul commercio mondiale nota anche l'elevata volatilità dei prezzi delle risorse naturali. Ma anche su questo, c'è chi fa le pulci alle considerazioni dell'Omc. Ad esempio l'Unctad, l'organizzazione delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, che ha un progetto per ottimizzare le risorse naturali in Africa. Per l'Unctad, se gli incassi del petrolio e delle altre materie prima sono utilizzati come reddito, diventano volatili per tre ragioni: le variazioni nei tassi di estrazione; i cambiamenti nella tempistica dei pagamenti da parte delle compagnie; la fluttuazione nei prezzi delle risorse naturali. Invece i cinesi hanno seguito un paradigma diverso, nel fare il loro ingresso nel settore minerario africano - ad esempio nella Repubblica Democratica del Congo. Il loro modello è «infrastrutture in cambio di materie prime», e supera il problema della volatilità.
Il rapporto precisa che nel 2008 l'insieme rappresentato da materie prime minerarie, idrocarburi, prodotti forestali e pesci raggiungeva in valore solo il 24% del commercio mondiale globale. I proventi delle esportazioni di risorse naturali africane hanno raggiunto (dati del 2008) i 406 miliardi di dollari, per l'86% relativi alla vendita di combustibili fossili, i quali rappresentano il 73% dell'export totale del continente. Il grosso delle esportazioni prende la strada dei paesi industrializzati. La quota del commercio all'interno del continente africano rimane a livelli eccezionalmente bassi: circa il 5%. Non è stata seguita l'esortazione del fu presidente burkinabè Thomas Sankara a «commerciare equamente fra africani, come parte di una scelta per vivere dignitosamente all'africana».
La solita Organizzazione mondiale del commercio (Omc) non approva le restrizioni quantitative e le tasse alle esportazioni imposte da alcuni grandi paesi produttori, sostenendo che «il commercio di risorse naturali è il più importante di tutti» e insomma non deve conoscere limitazioni.
L'Iisd non è d'accordo. Sostiene che i paesi in via di sviluppo sono stati forzati nel corso dei round di negoziati commerciali ad abbassare le tariffe sulle importazioni e così le loro casse pubbliche hanno perso una fonte di entrate - cercando allora di rifarsi, fra l'altro, con le tasse sulle esportazioni. Ma è ancor peggio se invece scelgono di far fronte alle ridotte entrate pubbliche esportando più materie prime. Sono ben note le devastazioni ambientali che ne derivano.
C'è poi un'altra questione. Diversi paesi africani sovvenzionano i combustibili fossili sul mercato interno. Ma, si chiede l'Iisd, è un buon uso del denaro pubblico? Se si tratta di migliorare i trasporti, sarebbe meglio investire in quelli pubblici destinati alla massa dei cittadini non abbienti. Con i sussidi alla benzina, risorse scarse vanno a sovvenzionare le classi medie (detentrici di automobile), e al tempo stesso un modello energetico «fossile». Non è solo un problema africano. Stati Uniti ed Europa fanno lo stesso.
Il rapporto Omc sul commercio mondiale nota anche l'elevata volatilità dei prezzi delle risorse naturali. Ma anche su questo, c'è chi fa le pulci alle considerazioni dell'Omc. Ad esempio l'Unctad, l'organizzazione delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, che ha un progetto per ottimizzare le risorse naturali in Africa. Per l'Unctad, se gli incassi del petrolio e delle altre materie prima sono utilizzati come reddito, diventano volatili per tre ragioni: le variazioni nei tassi di estrazione; i cambiamenti nella tempistica dei pagamenti da parte delle compagnie; la fluttuazione nei prezzi delle risorse naturali. Invece i cinesi hanno seguito un paradigma diverso, nel fare il loro ingresso nel settore minerario africano - ad esempio nella Repubblica Democratica del Congo. Il loro modello è «infrastrutture in cambio di materie prime», e supera il problema della volatilità.




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