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AMBIENTE, PETROLIO
Il razzismo della discarica
marina forti
2010.08.13
Dove va a finire il petrolio raccolto dalle spiagge della Luoisiana - e dell'Alabama, Mississippi e Florida, gli stati toccati dalla marea nera provocata dall'esplosione del pozzo della Bp nel Golfo del Messico? Sono decine di migliaia di tonnellate (almeno 40mila finora) di detriti, sabbia e terriccio intrisi di catrame e petrolio raccolti da battaglioni di operatori nella più grande operazione di bonifica che si ricordi.
Dove vanno a finire dunque? in discarica. Ma dove? La Environmental protection agency (Epa, il ministero della protezione ambientale dell'amministrazione federale Usa) ha approvato 9 siti che riceveranno i destriti della marea nera. Si trovano in Alabama, Florida, Louisiana e Mississippi, sono tutti nella fascia costiera e sono normali discariche municipali, non particolarmente attrezzate per ricevere rifiuti tossici o pericolosi - anche perché l'Epa non ha catalogato quei detriti come «tossici o pericolosi». Molti ambientalisti discutono questa classificazione.
Ma non solo, c'è un'altra questione: un gruppo di testardi ricercatori di Atlanta si è preso la briga di andare a guardare dove sono quelle discariche e incrociare l'ubicazione con i dati demografici.
Ha così notato che la maggior parte di quei siti, 5 su 9, si trova in zone abitate in maggioranza da persone di colore. La «scoperta» si deve al Environmental Justice resource centre della Clark University di Atlanta, e la notizia è stata ripresa da diversi siti e notiziari della sinistra americana.
Il suo direttore Bobert Bullard, figura di riferimento nel movimento di «giustizia ambientale», ha fatto i conti: oltre 24mila tonnellate dei detriti contaminati dalla marea nera dela Bp, cioè il 61%, è scaricato accanto a casa di gente di colore: «Non è cosa da poco, visto che agli african-americani sono solo il 22% della popolazione dellle contee costiere di quei quattro stati». Non stupirà allora sapere che una sola contea è riuscito a fare ricorso e ottenere che i detriti della marea nera non finiscano nella propria discarica: è la Harrison County, stato del Mississippi, dove il 71% dei residenti è bianco. Negli Stati uniti questo è chiamato «razzismo ambientale». Robert Bullard dice che la decisione su dove scaricare i destriti petroliferi della Bp non è una sorpresa, perché le zone abitate in maggioranza da neri o «latinos» nel sud degli Stati uniti sono da tempo le «zone sacrificate».
In particolare qui si tratta delle zone già triplamente colpite prima dall'uragano Katrina nel 2005, dalla paralisi economica e dalla diseguaglianza razziale. E' in queste zone di neri e latinos, insiste Bullard, che l'inquinamento colpisce di più e in particolare donne e bambini; l'esposizione a sostanze chimiche associate al petrolio, come il benzene, più il cocktail delle sostanze usate come solventi, pone un rischio particolarmente grave per la salute riproduttiva e materna, aggiunge.
Un potenziale rischio per la salute pubblica su cui però esiste ben poca ricerca, sottolineano gli attivisti per la giustizia ambientale (leggiamo sulla newsletter «colourlines»): servirebbero indagini approfondite sull'incidenza di problemi sanitari e l'esposizione a sostanze inquinanti. E' un deja-vu, denunciano: era successo proprio così con Katrina.
Dove vanno a finire dunque? in discarica. Ma dove? La Environmental protection agency (Epa, il ministero della protezione ambientale dell'amministrazione federale Usa) ha approvato 9 siti che riceveranno i destriti della marea nera. Si trovano in Alabama, Florida, Louisiana e Mississippi, sono tutti nella fascia costiera e sono normali discariche municipali, non particolarmente attrezzate per ricevere rifiuti tossici o pericolosi - anche perché l'Epa non ha catalogato quei detriti come «tossici o pericolosi». Molti ambientalisti discutono questa classificazione.
Ma non solo, c'è un'altra questione: un gruppo di testardi ricercatori di Atlanta si è preso la briga di andare a guardare dove sono quelle discariche e incrociare l'ubicazione con i dati demografici.
Ha così notato che la maggior parte di quei siti, 5 su 9, si trova in zone abitate in maggioranza da persone di colore. La «scoperta» si deve al Environmental Justice resource centre della Clark University di Atlanta, e la notizia è stata ripresa da diversi siti e notiziari della sinistra americana.
Il suo direttore Bobert Bullard, figura di riferimento nel movimento di «giustizia ambientale», ha fatto i conti: oltre 24mila tonnellate dei detriti contaminati dalla marea nera dela Bp, cioè il 61%, è scaricato accanto a casa di gente di colore: «Non è cosa da poco, visto che agli african-americani sono solo il 22% della popolazione dellle contee costiere di quei quattro stati». Non stupirà allora sapere che una sola contea è riuscito a fare ricorso e ottenere che i detriti della marea nera non finiscano nella propria discarica: è la Harrison County, stato del Mississippi, dove il 71% dei residenti è bianco. Negli Stati uniti questo è chiamato «razzismo ambientale». Robert Bullard dice che la decisione su dove scaricare i destriti petroliferi della Bp non è una sorpresa, perché le zone abitate in maggioranza da neri o «latinos» nel sud degli Stati uniti sono da tempo le «zone sacrificate».
In particolare qui si tratta delle zone già triplamente colpite prima dall'uragano Katrina nel 2005, dalla paralisi economica e dalla diseguaglianza razziale. E' in queste zone di neri e latinos, insiste Bullard, che l'inquinamento colpisce di più e in particolare donne e bambini; l'esposizione a sostanze chimiche associate al petrolio, come il benzene, più il cocktail delle sostanze usate come solventi, pone un rischio particolarmente grave per la salute riproduttiva e materna, aggiunge.
Un potenziale rischio per la salute pubblica su cui però esiste ben poca ricerca, sottolineano gli attivisti per la giustizia ambientale (leggiamo sulla newsletter «colourlines»): servirebbero indagini approfondite sull'incidenza di problemi sanitari e l'esposizione a sostanze inquinanti. E' un deja-vu, denunciano: era successo proprio così con Katrina.




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