giovedì 19 settembre 2013
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ENERGIA, AMBIENTE
Grandi dighe, è revival
Marinella Correggia
2010.08.14
La costruzione delle grandi dighe idroelettriche raggiunse il picco mondiale negli anni 1970. Allora nascevano come funghi, al ritmo di mille all'anno in media, secondo la Commissione mondiale sulle dighe (Wcd), creata nel 1998 dalla Banca Mondiale e dalla International Union for the Conservation of Nature (Iucn). A partire dalla fine degli anni 1980, l'entusiasmo dei finanziatori internazionali diminuì: troppo evidenti gli impatti negativi di opere mal concepite e peggio eseguite. Dieci anni fa la Wcd riconobbe che molte grandi infrastrutture avevano «portato povertà e sofferenze a milioni di persone» e stabilì standard e linee guida per le future dighe. I progetti dovevano essere «guidati» dal consenso informato e libero delle popolazioni tribali interessate.
Convenzionalmente, si definiscono «grandi dighe» le opere più alte di 15 metri o il cui bacino ha una capacità superiore ai tre milioni di metri cubi.
Per loro sembra adesso tornato l'entusiasmo. La lobby del settore le presenta come una panacea al cambiamento climatico (oltre che come un modo per ottenere crediti di carbonio nel quadro del cosiddetto Meccanismo per lo sviluppo pulito). Sui costi non detti dell'elettricità «verde» allarma il rapporto «Serious Damage» di Survival International che lotta per i diritti dei popoli indigeni, disponibile al link http://assets.survivalinternational.org/documents/373/Serious_Damage_final.pdf.
Survival si occupa da vicino delle grandi dighe perché sono soprattutto le comunità tribali a esserne danneggiate. Spesso i risarcimenti spettano solo a chi ha diritti legalmente riconosciuti sulle terre - ma molti governi rifiutano di riconoscere questi diritti collettivi ai popoli tribali. Creare una diga significa inondare campi, foreste, paesi, obbligando le comunità a trasferirsi altrove. Violando così la Convenzione 169 dell'Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) circa la protezione dei popoli tribali. E poi i grandi bacini sono un brodo di coltura per malaria e bilarziosi.
In un circolo perverso, molti complessi di dighe danno una mano ad altre forme di energia spacciate per «verdi». Il Pac (Programma di crescita accelerata) del Brasile vuole fare dell'Amazzonia una grande fonte di energia per il paese e tutta la regione, e le dighe andranno di pari passo con una grandiosa via d'acqua per il trasporto ai porti di legname e soia. In Sarawak, 12 dighe faciliteranno lo sviluppo del «Corridoio per l'energia rinnovabile» a favore di imprese petrolifere, di legname, alluminio e il solito olio di palma. In Etiopia, la Gibe III servirà, fra l'altro, a irrigare ampie distese tribali nel Lower Omo: terre destinate a essere affittate a investitori stranieri per colture da reddito, fra cui agrocarburanti.
La Cina (detentrice della metà delle grandi dighe del mondo) ha sostituito la Banca mondiale come principale singolo finanziatore di dighe. La Three Gorges Project Corporation, costruttrice del controverso progetto delle Tre Gole che spostò un milione di persone intorno al fiume Yangtze, ha vinto l'appalto per la costruzione della diga Murum, sulla terra e sugli alberi dei Penan, in Sarawak. E la principale banca statale cinese, la Industrial and Commercial Bank of China, sta pensando di finanziare Gibe III. Non che la Banca mondiale stia a guardare le stelle, intanto: nel 2003 ha riconsiderato la sua politica prudente degli anni 90 e si è di nuovo impegnata fino al collo: sta investendo 11 miliardi di dollari in 211 progetti idroelettrici (di diverse dimensioni) in tutto il mondo.
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
    in edicola
sabato 14 settembre
 
Le «maschiette»
di Riyad
Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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