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ALIMENTAZIONE, AGRIOLTURA
Lobbisti funesti
Marinella Correggia
2010.09.24
Giorni fa, la nuova segretaria esecutiva dell'Unfcc - Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici - Christiana Figures (figlia di quel Pepe Figueres che abolì l'esercito in Costarica) ha dichiarato che il mondo del business può far molto affinché a Cancun - la prossima tappa dei negoziati sul clima - i governi si impegnino in modo decisivo. Le imprese insomma dovrebbero far presente ai governanti che la lotta ai cambiamenti climatici fa bene all'economia. La segretaria è però troppo ottimista. Per fare un esempio: Wal-Mart, gigantesca e criticatissima catena di supermercati Usa, può anche annunciare di voler usare l'energia solare per gli stratosferici consumi di elettricità tipici di un centro commerciale (luci, frigoriferi, condizionatori), ma questo la renderà solo un pochino meno insostenibile, perché continuerà a vendere prodotti dalla grande impronta ecologica e realizzati spesso con lo sfruttamento dei lavoratori, e continuerà a prosperare su molti bisogni indotti. Simili entità non chiederanno certo ai governi i rivoluzionari provvedimenti che occorrerebbero.
A conferma di tutto ciò, in questi giorni nientemeno che un dirigente della Fao (organizzazione delle nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura) ha dichiarato che la lobby delle potenti multinazionali dell'agroalimentare sta bloccando riforme, normative e codici di condotta che potrebbero migliorare la salute umana e dell'ambiente. Samuel Jutzi, direttore della divisione di produzione e salute animale presso la Fao, ha parlato nel corso di un convegno organizzato dall'inglese Compassion in World Farming, attiva per la protezione degli animali da allevamento e per il superamento degli allevamenti intensivi. Che l'agribusiness sia accusato da più parti di condizionare le politiche pubbliche, e al tempo stesso di minacciare la biodiversità, consumare acqua e risorse, contribuire ai cambiamenti climatici e provocare anche obesità e malattie con i suoi prodotti, è risaputo. Ma è importante che coram populo - anche al quotidiano inglese «Guardian» - un funzionario della Fao (con 20 anni di esperienza) abbia dichiarato che i gruppi di potere sono capaci di ritardare decisioni per anni e anni e annacquare i provvedimenti di controllo. Alla Fao si lavora con il metodo del consenso, perciò basta che la lobby multinazionale si concentri su due o tre governi più malleabili e qualunque idea viene bloccata. Il funzionario ammette che una parte del mondo del business è però più avanzata di certi governi che hanno grandi interessi nella zootecnia (Stati Uniti in testa, aggiungiamo noi). Sono tanti i sabotatori che ritardano il cambiamento del modo di fare agricoltura, necessario se si vogliono nutrite più bocche al tempo (presente e futuro) della crisi idrica, energetica e dei suoli. Ad esempio, il varo di un codice (pur volontario) di condotta per l'industria degli allevamenti che prevederebbe migliori standard sanitari e anche un limite al rapporto animali-superficie disponibile potrebbe richiedere altri dieci anni perché alcuni paesi «lobbizzati» chiedono in quantità rapporti e prove. Ed è stato oggetto di un fuoco incrociato il rapporto Fao «Livestock's Long Shadow» sull'insostenibilità degli allevamenti intensivi, secondo il quale un terzo delle emissioni di gas serra (tutto compreso) è imputabile agli allevamenti.
Le lobby hanno anche annacquato e mitigato un importante rapporto della Commissione Europea, Eurodiet, che si occupava di salute, cibi e bevande.
A conferma di tutto ciò, in questi giorni nientemeno che un dirigente della Fao (organizzazione delle nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura) ha dichiarato che la lobby delle potenti multinazionali dell'agroalimentare sta bloccando riforme, normative e codici di condotta che potrebbero migliorare la salute umana e dell'ambiente. Samuel Jutzi, direttore della divisione di produzione e salute animale presso la Fao, ha parlato nel corso di un convegno organizzato dall'inglese Compassion in World Farming, attiva per la protezione degli animali da allevamento e per il superamento degli allevamenti intensivi. Che l'agribusiness sia accusato da più parti di condizionare le politiche pubbliche, e al tempo stesso di minacciare la biodiversità, consumare acqua e risorse, contribuire ai cambiamenti climatici e provocare anche obesità e malattie con i suoi prodotti, è risaputo. Ma è importante che coram populo - anche al quotidiano inglese «Guardian» - un funzionario della Fao (con 20 anni di esperienza) abbia dichiarato che i gruppi di potere sono capaci di ritardare decisioni per anni e anni e annacquare i provvedimenti di controllo. Alla Fao si lavora con il metodo del consenso, perciò basta che la lobby multinazionale si concentri su due o tre governi più malleabili e qualunque idea viene bloccata. Il funzionario ammette che una parte del mondo del business è però più avanzata di certi governi che hanno grandi interessi nella zootecnia (Stati Uniti in testa, aggiungiamo noi). Sono tanti i sabotatori che ritardano il cambiamento del modo di fare agricoltura, necessario se si vogliono nutrite più bocche al tempo (presente e futuro) della crisi idrica, energetica e dei suoli. Ad esempio, il varo di un codice (pur volontario) di condotta per l'industria degli allevamenti che prevederebbe migliori standard sanitari e anche un limite al rapporto animali-superficie disponibile potrebbe richiedere altri dieci anni perché alcuni paesi «lobbizzati» chiedono in quantità rapporti e prove. Ed è stato oggetto di un fuoco incrociato il rapporto Fao «Livestock's Long Shadow» sull'insostenibilità degli allevamenti intensivi, secondo il quale un terzo delle emissioni di gas serra (tutto compreso) è imputabile agli allevamenti.
Le lobby hanno anche annacquato e mitigato un importante rapporto della Commissione Europea, Eurodiet, che si occupava di salute, cibi e bevande.





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