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AMBIENTE, ETNIE
La missione dei Kogi
Marinella Correggia
2010.10.01
I Kogi stanno girando un film su se stessi per mostrare al mondo il modo di uscire dalla follia prima che sia troppo tardi. Non sono presuntosi, i 18mila membri di questo gruppo indigeno vivono nell'impenetrabile Sierra Nevada de Santa Marta, in Colombia. Sono infatti stati capaci di resistere alle distruzioni dei conquistadores, dei missionari al loro seguito, poi dei signori della droga, dei turisti e dell'industria pesante. Riuscirono a sopravvivere alle guerre condotte contro di loro ritirandosi sempre di più nelle foreste nebbiose di montagna, Non ci sono strade verso i loro villaggi. Vivono in un complesso rituale di credenze spirituali, sono i «fratelli anziani», i guardiani di quello che considerano il cuore della Terra. Credono che il «fratello minore» occidentale e la cultura che ha diffuso nel mondo stia distruggendo il pianeta. Certo, sperimentano intorno a loro, per quanto isolati, lo scioglimento dei ghiacciai, l'aumento degli eventi estremi, frane, alluvioni, siccità e deforestazione; e le miniere di carbone sulla Sierra Nevada, anche per foraggiare i paesi che ritengono queste miniere troppo pesanti a casa loro. Ma vivono altrimenti. E adesso vogliono che il mondo veda come.
Venti anni fa il regista Alan Epeira girò sui Kogi un documentario per la Bbc. Allora erano 12mila. E il messaggio che gli affidarono era che la fame occidentale di energia e materiali stava tagliando occhi e orecchie alla Grande madre, la Terra. Nessuno ascoltò là fuori, evidentemente. Così, diciotto mesi fa, dopo quasi venti anni, Ereira ha ricevuto una chiamata dalla città di Santa Marta, la più vicina al territorio Kogi: «Vieni». Arrivato là, ha trovato che i Kogi sono rimasti gli stessi, come i loro abiti di fibra grezza; a differenza di tante società tradizionali amazzoniche, dove una cultura urbana occidentalizzata anche se povera (il consumismo spicciole senza che i bisogni fondamentali siano soddisfatti) è arrivata fin nei villaggi.
Nel frattempo avevano ottenuto dal governo la restituzione di aree tradizionali significative e siti sacri. Lì, alcuni Kogi che avevano ricevuto una formazione con le videocamere spiegarono al regista la loro nuova missione: fare un film su se stessi, sulla propria vita, con un messaggio senza esitazioni: mostrare al «fratello minore» occidentale che sta sbagliando. Il film lo faranno loro e sarà finito la prossima estate.
Invitato in Gran Bretagna, uno dei Kogi ha sintetizzato l'errore dell'Occidente: «Date la precedenza all'uso di una cosa piuttosto che considerare da dove viene, la sua fonte. È un errore intellettuale» ha detto ai giornalisti Jacinto, il rappresentante dei Mamos, autorità spirituali della tribù.
Intanto stanno trasmettendo una serie di documentari per la tivù colombiana. Perché, a quanto pare, la responsabilità che i Kogi sentono di prendersi cura del mondo richiede un'azione anche verso il Sud occidentalizzato.
E se nel frattempo cambiasse tutto anche là, da loro? Alcuni fra i Kogi sono ormai pagati dal governo in quanto funzionari locali, e hanno il potere di decidere le cose. Ma Jacinto non teme le luci di Santa Marta, molto lontane dalla loro cultura, perché i Mamos continuano ad avere autorità. «Alcuni Kogi vanno via, a sperimentare altre culture, ma poi devono tornare. Se non lo fanno le autorità devono scendere dalla montagna e andarli a cercare». Ma non c'è neanche un po' di desiderio di ristoranti, automobili, grandi case? Jacinto dice che per adesso no, ma «in futuro posso immaginare che adotteremo alcune cose». Speriamo le più sagge...
Venti anni fa il regista Alan Epeira girò sui Kogi un documentario per la Bbc. Allora erano 12mila. E il messaggio che gli affidarono era che la fame occidentale di energia e materiali stava tagliando occhi e orecchie alla Grande madre, la Terra. Nessuno ascoltò là fuori, evidentemente. Così, diciotto mesi fa, dopo quasi venti anni, Ereira ha ricevuto una chiamata dalla città di Santa Marta, la più vicina al territorio Kogi: «Vieni». Arrivato là, ha trovato che i Kogi sono rimasti gli stessi, come i loro abiti di fibra grezza; a differenza di tante società tradizionali amazzoniche, dove una cultura urbana occidentalizzata anche se povera (il consumismo spicciole senza che i bisogni fondamentali siano soddisfatti) è arrivata fin nei villaggi.
Nel frattempo avevano ottenuto dal governo la restituzione di aree tradizionali significative e siti sacri. Lì, alcuni Kogi che avevano ricevuto una formazione con le videocamere spiegarono al regista la loro nuova missione: fare un film su se stessi, sulla propria vita, con un messaggio senza esitazioni: mostrare al «fratello minore» occidentale che sta sbagliando. Il film lo faranno loro e sarà finito la prossima estate.
Invitato in Gran Bretagna, uno dei Kogi ha sintetizzato l'errore dell'Occidente: «Date la precedenza all'uso di una cosa piuttosto che considerare da dove viene, la sua fonte. È un errore intellettuale» ha detto ai giornalisti Jacinto, il rappresentante dei Mamos, autorità spirituali della tribù.
Intanto stanno trasmettendo una serie di documentari per la tivù colombiana. Perché, a quanto pare, la responsabilità che i Kogi sentono di prendersi cura del mondo richiede un'azione anche verso il Sud occidentalizzato.
E se nel frattempo cambiasse tutto anche là, da loro? Alcuni fra i Kogi sono ormai pagati dal governo in quanto funzionari locali, e hanno il potere di decidere le cose. Ma Jacinto non teme le luci di Santa Marta, molto lontane dalla loro cultura, perché i Mamos continuano ad avere autorità. «Alcuni Kogi vanno via, a sperimentare altre culture, ma poi devono tornare. Se non lo fanno le autorità devono scendere dalla montagna e andarli a cercare». Ma non c'è neanche un po' di desiderio di ristoranti, automobili, grandi case? Jacinto dice che per adesso no, ma «in futuro posso immaginare che adotteremo alcune cose». Speriamo le più sagge...




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