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AMBIENTE, ETNIE
Doppio no per Vedanta
Patrizia Cortellessa
2010.11.02
Dopo quello estivo, ecco un nuovo, sonoro ceffone autunnale per la Vedanta Resources, la compagnia mineraria al centro di polemiche e resistenze in Orissa, stato dell'India orientale. Questa volta si tratta della raffineria di allumina: «La raffineria di Lanjigarh occupa illegalmente 26 ettari di terreno forestale. La società ha inoltre avviato i lavori per l'espansione della sua capacità senza attendere il nulla osta ambientale». A questa conclusione è giunto il governo indiano che, circa una settimana fa, ha bloccato anche il progetto di espansione della raffineria - dopo che in agosto il governo federale aveva dato uno stop al progetto di aprire una miniera di bauxite sulle vicine alture di Niyamgiri: era stata una bella vittoria per la popolazione nativa che abita quelle montagne e le considera «sacre», i Dongria Kondh, che da quella miniera sarebbero stati scacciati.
Ora l'ordinanza del governo revoca la licenza precedentemente acquisita dalla multinazionale britannica per ampliare l'impianto di raffinazione, anche in questo caso rispondendo a un ricorso della popolazione locale. Anche la costruzione di quella raffineria costò molto in termini ambientali - con il pesante inquinamento dei numerosi corsi d'acqua esistenti - e umani: centinaia di persone furono costrette a «sloggiare» perdendo così le loro case, terre e mezzi di sussistenza. Negli ambiziosi progetti della compagnia, la raffineria andava ampliata per lavorare la bauxite estratta da quella miniera a cielo aperto delle colline di Niyamgiri. Miniera che però il ministro dell'ambiente Ramesh Jairam, (il «ministro verde», lo definiscono i media locali) ha definitivamente bocciato in agosto, sulla base del rapporto presentato da una commissione di inchiesta indipendente incaricata dallo stesso governo indiano, motivando la decisione con il fatto che la costruzione di quella miniera avrebbe «gravemente violato le leggi di protezione ambientale» e messo in pericolo i diritti delle tribù native locali, i Kutia e i Dongria che sarebbero stati privati dei loro diritti fondamentali a beneficio di un'impresa privata. L'opposizione al progetto da parte degli «indigeni» era diventato negli anni un «caso internazionale», anche grazie all'attenzione mobilitata da associazioni internazionali come Survival, ActionAid e Amnesty - mentre i mezzi usati dalla compagnia mineraria contro i nativi si facevano sempre più violenti, fino ad arrivare al rapimento di due esponenti di Dongria. Ora per Vedanta arriva un secondo no - e una doppia vittoria per gli abitanti di quelle montagne e per chi li ha sempre sostenuti.
Intanto altri progetti minerari e industriali sono sotto i riflettori. Come quelli del colosso dell'acciaio ArcelorMittal India (arrivato in Orissa col progetto di produrre 12 milioni di tonnellate di acciaio nel distretto di Keonjhar) e della sudcoreana Posco, che nel giugno 2005 aveva firmato un memorandum d'intesa in Orissa per la produzione di 12 milioni di tonnellate di acciaio da un impianto che doveva essere costruito, in tre fasi, entro il 2016 - la produzione che sarebbe dovuta iniziare entro la fine del 2011. Le proteste degli agricoltori della zona interessata, lo Jagatsinghpur, hanno però mandato a monte i piani. Ora, con motivazioni simili a quelle usate nel caso di Vedanta - le protezioni ambientali e la violazione di diritti delle popolazioni locali - il Ministero dell'ambiente ha fermato i lavori relativi al progetto Posco.
Ora l'ordinanza del governo revoca la licenza precedentemente acquisita dalla multinazionale britannica per ampliare l'impianto di raffinazione, anche in questo caso rispondendo a un ricorso della popolazione locale. Anche la costruzione di quella raffineria costò molto in termini ambientali - con il pesante inquinamento dei numerosi corsi d'acqua esistenti - e umani: centinaia di persone furono costrette a «sloggiare» perdendo così le loro case, terre e mezzi di sussistenza. Negli ambiziosi progetti della compagnia, la raffineria andava ampliata per lavorare la bauxite estratta da quella miniera a cielo aperto delle colline di Niyamgiri. Miniera che però il ministro dell'ambiente Ramesh Jairam, (il «ministro verde», lo definiscono i media locali) ha definitivamente bocciato in agosto, sulla base del rapporto presentato da una commissione di inchiesta indipendente incaricata dallo stesso governo indiano, motivando la decisione con il fatto che la costruzione di quella miniera avrebbe «gravemente violato le leggi di protezione ambientale» e messo in pericolo i diritti delle tribù native locali, i Kutia e i Dongria che sarebbero stati privati dei loro diritti fondamentali a beneficio di un'impresa privata. L'opposizione al progetto da parte degli «indigeni» era diventato negli anni un «caso internazionale», anche grazie all'attenzione mobilitata da associazioni internazionali come Survival, ActionAid e Amnesty - mentre i mezzi usati dalla compagnia mineraria contro i nativi si facevano sempre più violenti, fino ad arrivare al rapimento di due esponenti di Dongria. Ora per Vedanta arriva un secondo no - e una doppia vittoria per gli abitanti di quelle montagne e per chi li ha sempre sostenuti.
Intanto altri progetti minerari e industriali sono sotto i riflettori. Come quelli del colosso dell'acciaio ArcelorMittal India (arrivato in Orissa col progetto di produrre 12 milioni di tonnellate di acciaio nel distretto di Keonjhar) e della sudcoreana Posco, che nel giugno 2005 aveva firmato un memorandum d'intesa in Orissa per la produzione di 12 milioni di tonnellate di acciaio da un impianto che doveva essere costruito, in tre fasi, entro il 2016 - la produzione che sarebbe dovuta iniziare entro la fine del 2011. Le proteste degli agricoltori della zona interessata, lo Jagatsinghpur, hanno però mandato a monte i piani. Ora, con motivazioni simili a quelle usate nel caso di Vedanta - le protezioni ambientali e la violazione di diritti delle popolazioni locali - il Ministero dell'ambiente ha fermato i lavori relativi al progetto Posco.





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