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PETROLIO, AMBIENTE, GIUSTIZIA
Bp, decisioni nel pozzo
Paola Desai
2010.11.12
Resta da stabilire se l'abbiano fatto in modo deliberato, per tagliare i costi, o solo per incompetenza, fretta e «cultura di autocompiacimento». Sta di fatto che è stata «una serie di pessime decisioni» a provocare l'esplosione a bordo della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, il 20 aprile al largo della Louisiana, nel Golfo del Messico. Così ha concluso la commissione istituita dalla Casa bianca per indagare sul disastro, che lunedì ha presentato un rapporto preliminare su quello che è il pegio disasttro petrolifero nella storia americana. Oltre a uccidere 11 tecnici che erano a bordo e ferirne altri 17, l'esplosione ha scoperchiato il pozzo di petrolio Macondo, appartenente alla Bp: prima che la compagnia petrolifera riuscisse a richiuderlo il 19 luglio (e sigillarlo definitivamente in settembre), quasi 5 milioni di barili di petrolio si erano riversati nel mare. L'indagine ordinata dalla Casa Bianca ha cercato di ricostruire come si sia arrivati al disastro. La compagnia petrolifera Bp, che affittava la piattaforma dalla società Transocean, aveva apppena finito di scavare il pozzo (uno dei più profondi mai sfruttati, sul fondale a 1.600 metri sotto la superfice marina), ma non aveva ancora terminato la chiusura (attorno al condutto da cui il greggio viene estratto) quando l'esplosione è avvenuta. Halliburton aveva appena pompato la miscela di cemento sul fondo del pozzo: ma l'indagine - affidata alla direzione dall'avvocato Fred Bartlit Jr - ha appurato che la mistura di cemento usata era instabile. I responsabili delle operazioni lo sapevano, perché il test era andato male. Resta da appurare perché decisero di andare avanti lo stesso, dice il capo dell'indagine, e poi perché Bp ha deciso di procedere a chiudere il pozzo dopo che anche un importante test sulla pressione era fallito, e infine perché i tecnici a bordo della piattaforma non hanno visto, o non hanno riconosciuto i segnali che petrolio e gas stavano risalendo verso la piattaforma. È questa che il co-presidente della commissione, William Reilly (già capo dell'Ente federale di protezione ambientale con l'amministrazione Bush), ha definito «una pessima decisione dopo l'altra». C'è stata «una corsa a completare il pozzo Macondo, e uno si chiede che cosa abbia spinti gli addetti a decidere che non potevano aspettare il cemento giusto, le apparecchiature giuste».
Cosa abbia spinto Bp a completare il pozzo al più presto non è difficile da immaginare: le operazioni di scavo su quella piattaforma costavano 1,5 milioni di dollari al giorno, e risulta dallindagine che il pozzo Macondo, qualche giorno prima dell'esplosione, era quasi 60 milioni di dollari oltre il suo budget. L'avvocato Bartlit dice che lui non fa illazioni sulle motivazioni: «Al momento non abbiamo prove a suggerire che ci sia stata una decisione cosciente di sacrificare la sicurezza per risparmiare soldi», ha scritto nella sua relazione - che in questo contraddice quanto appurato da altre indagini, da diversi deputati al Congresso oltre che da tutti coloro che hanno fatto causa alle aziende coinvolte. C'è da aggiungere che la commissione presidenziale d'indagine non ha avuto i poteri giudiziari (che permetterebbero di imporre a testimoni di presentarsi o alle aziende di consegnare la documentazione rilevante): è mancata l'approvazione del senato, per l'ostruzionismo dei senatori repubblicani. Così, l'indagine non è conclusa. Anche se c'è da dubitare che il prossimo Congresso sarà più propenso a mettere i petrolieri sotto accusa.
Cosa abbia spinto Bp a completare il pozzo al più presto non è difficile da immaginare: le operazioni di scavo su quella piattaforma costavano 1,5 milioni di dollari al giorno, e risulta dallindagine che il pozzo Macondo, qualche giorno prima dell'esplosione, era quasi 60 milioni di dollari oltre il suo budget. L'avvocato Bartlit dice che lui non fa illazioni sulle motivazioni: «Al momento non abbiamo prove a suggerire che ci sia stata una decisione cosciente di sacrificare la sicurezza per risparmiare soldi», ha scritto nella sua relazione - che in questo contraddice quanto appurato da altre indagini, da diversi deputati al Congresso oltre che da tutti coloro che hanno fatto causa alle aziende coinvolte. C'è da aggiungere che la commissione presidenziale d'indagine non ha avuto i poteri giudiziari (che permetterebbero di imporre a testimoni di presentarsi o alle aziende di consegnare la documentazione rilevante): è mancata l'approvazione del senato, per l'ostruzionismo dei senatori repubblicani. Così, l'indagine non è conclusa. Anche se c'è da dubitare che il prossimo Congresso sarà più propenso a mettere i petrolieri sotto accusa.




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