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PETROLIO, ETNIE
I pastori del petrolio
Marina Forti
2010.12.18
Lo sgombero è durato due giorni: infine il portavoce della polizia distrettuale ha annunciato che oltre 400 persone, allevatori di bestiame nomadi del gruppo etnico balalo, sono stati sgomberati dalle terre che occupavano (illegalmente, per le autorità) nel distretto di Bullisa, nel bacino del lago Albert. Alle famiglie di pastori, precisa la polizia, è stata offerta assistenza per trasportarli nelle zone dove il governo intende risistemarli. I pastori balalo avevano fatto appello alla Corte suprema per fermare lo sfratto: ma l'hanno perso, spiega all'agenzia Reuter il portavoce della polizia, «il 24 ottobre la Corte ha sentenziato che i pastori occupano questa terra illegalmente, ed è in seguito a quella sentenza che abbiamo dovuto intervenire per sfrattarli». L'ennesimo caso di conflitto per la terra tra popolazioni di pastori nomadi e agricoltori sedentari? A prima vista sì, ma la questione nel distretto di Bullisa ha preso tutt'altra dimensione da quando nel bacino del lago Albert sono stati scoperti giacimenti petroliferi. Da allora il prezzo dei terreni è salito alle stelle e i media locali sono pieni di accuse e contro accuse di «land grabbing», accaparramento di terre - pochi giorni fa un deputato locale accusava la «mafia del petrolio» di organizzare occupazioni illegali.
La scoperta di giacimenti di petrolio in Uganda risale al febbraio 2006, quando due società di esplorazioni petrolifere - Heritage e Tullow - hanno annunciato di aver trovano 700 milioni di barili dentro e attorno alla riserva naturale che circonda il lago Albert. Le stime sui giacimenti totali si aggirano sui 2 miliardi di barili: abbastanza da mettere l'Uganda tra i piccoli produttori di rilievo - come il Ghana, che proprio due giorni fa è entrato tra i produttori petroliferi cominciando l'estrazione da un giacimento offshore stimato in 1,8 milioni di barili. La svolta in Uganda è avvenuta un anno fa, quando l'Eni ha speso 1,5 miliardi di dollari per ricomprare (da Heritage) la concessione su due grandi blocchi di esplorazione: segno che il paese è vicino a passare alla fase della produzione commerciale.
Il petrolio ha suscitato grandi appetiti. Un fronte di gruppi ugandesi per la giustizia ambientale - la rete Oilwatch Uganda o gli avvocati ambientalisti di Greenwatch - ha contestato i «Production sharing agreements» (Psa, «accordi di suddivisione della produzione») firmati dal governo con le aziende petrolifere straniere: troppo basse le royalties dovute allo stato ugandese, accusano, e troppo compiacenti le normative di sicurezza e ambientali (vedi «terraterra» del 16 febbraio). Nell'ottobre del 2010 l'organizzazione britannica Global Witness, che indaga sul nesso tra sfruttamento di risorse naturali, conflitti e corruzione, ha accusato il presidente ugandese Yoweri Museveni e la sua famiglia di controllare il settore petrolifero a proprio vantaggio.
Anche la questione della terra è esplosa. Da tempo il governo ugandese aveva cominciato a dare in concessione privata le terre comuni, ma di rado questa privatizzazione di fatto va a beneficio dei coltivatori locali: di solito se le accaparrano notabili che poi rivendono le terre a prezzi esorbitanti. I pastori nomadi sono arrivati nella zona nel 2004 (di petrolio non si parlava ancora) rivendicando un diritto a stare sulle terre comuni che però le autorità (e le popolazioni locali) contestano. Dopo un'annosa vicenda di scontri e di ricorsi, ora sono sfrattati: ma è chiaro che sono solo l'ultima pedina del conflitto.
La scoperta di giacimenti di petrolio in Uganda risale al febbraio 2006, quando due società di esplorazioni petrolifere - Heritage e Tullow - hanno annunciato di aver trovano 700 milioni di barili dentro e attorno alla riserva naturale che circonda il lago Albert. Le stime sui giacimenti totali si aggirano sui 2 miliardi di barili: abbastanza da mettere l'Uganda tra i piccoli produttori di rilievo - come il Ghana, che proprio due giorni fa è entrato tra i produttori petroliferi cominciando l'estrazione da un giacimento offshore stimato in 1,8 milioni di barili. La svolta in Uganda è avvenuta un anno fa, quando l'Eni ha speso 1,5 miliardi di dollari per ricomprare (da Heritage) la concessione su due grandi blocchi di esplorazione: segno che il paese è vicino a passare alla fase della produzione commerciale.
Il petrolio ha suscitato grandi appetiti. Un fronte di gruppi ugandesi per la giustizia ambientale - la rete Oilwatch Uganda o gli avvocati ambientalisti di Greenwatch - ha contestato i «Production sharing agreements» (Psa, «accordi di suddivisione della produzione») firmati dal governo con le aziende petrolifere straniere: troppo basse le royalties dovute allo stato ugandese, accusano, e troppo compiacenti le normative di sicurezza e ambientali (vedi «terraterra» del 16 febbraio). Nell'ottobre del 2010 l'organizzazione britannica Global Witness, che indaga sul nesso tra sfruttamento di risorse naturali, conflitti e corruzione, ha accusato il presidente ugandese Yoweri Museveni e la sua famiglia di controllare il settore petrolifero a proprio vantaggio.
Anche la questione della terra è esplosa. Da tempo il governo ugandese aveva cominciato a dare in concessione privata le terre comuni, ma di rado questa privatizzazione di fatto va a beneficio dei coltivatori locali: di solito se le accaparrano notabili che poi rivendono le terre a prezzi esorbitanti. I pastori nomadi sono arrivati nella zona nel 2004 (di petrolio non si parlava ancora) rivendicando un diritto a stare sulle terre comuni che però le autorità (e le popolazioni locali) contestano. Dopo un'annosa vicenda di scontri e di ricorsi, ora sono sfrattati: ma è chiaro che sono solo l'ultima pedina del conflitto.





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