terra terra
ANIMALI, COMMERCIO
Attacco ai grandi erbivori
Marinella Correggia
2010.12.28
Intorno al 2005 il Vietnam è improvvisamente emerso come il principale consumatore di corno di rinoceronte, già da millenni «ingrediente» della medicina tradizionale cinese. I vietnamiti lo ritengono utile contro il cancro - effetto mai provato, come nel caso di altri usi curativi e afrodisiaci. Così Traffic, il gruppo internazionale di monitoraggio sul commercio (illegale) di specie protette, spiega il boom del mercato nero di corni di rinoceronte sudafricano, un lucroso business criminale (70.000 dollari per corno) rifornito da una caccia ormai divenuta hi-tech. I rinoceronti asiatici sono già sul punto di estinguersi a causa della caccia e della deforestazione, mentre in Sudafrica si concentra il 70% dei rinoceronti ancora vivi. Ma nel 2010 i bracconieri ne hanno uccisi 316. Un rinoceronte nero è stato trovato morto e senza corno pochi giorni fa nel parco tanzaniano del Serengeti. L'anno scorso erano stati uccisi 122 animali; venti anni fa meno di dieci l'anno, ha dichiarato alla Reuters il coordinatore africano del Wwf. Il trend preoccupa.
Hanno molti nemici anche gli elefanti selvatici. E uno dei principali acquirenti di avorio sono gli Stati Uniti, paese la cui legge per la protezione delle «specie minacciate» è piena di scappatoie, sostengono le organizzazioni protezioniste, e permette al contrabbando di avorio di fiorire.
Un reportage dell'agenzia Inter Press Service dallo stato dell'Orissa, in India, illustra un altro aspetto drammatico del rapporto fra umani ed elefanti. Nell'ultimo lustro nelle zone rurali sono aumentati i danni inflitti dagli elefanti alle colture (quasi 9.000 ettari danneggiati) e alle capanne dei contadini, e soprattutto si sono registrate ingenti perdite di vite: 402 persone morte. Tanto che lo stato ormai ha squadre di addetti per monitorare gli spostamenti degli elefanti, e informare gli abitanti dei villaggi sulle mosse giuste da fare per non finire calpestati. Eppure la popolazione di elefanti selvatici in Orissa non sta aumentando molto; rimangono sempre al di sotto delle 2.000 unità. Il fatto è che i branchi non sanno più dove andare, perché le attività umane in tanti modi invadono e degradano il loro habitat. Grandi responsabili sono la ripiantumazione monocolturale delle foreste degradate, e le attività minerarie. I pachidermi hanno bisogno di un ambiente forestale diversificato, nutrendosi di un mix di almeno 75 specie di piante (per un totale di 150 kg al giorno); in una monocoltura ad albero unico, la mancanza di nutrienti indebolisce e riduce sia la fecondità della specie, sia la sopravvivenza dei piccoli. Così gli elefanti sono sospinti altrove, verso i vegetali coltivati. I ricercatori definiscono questi spostamenti «razzie obbligate sulle colture» - i 400 elefanti che vivono nella ben protetta riserva delle tigri di Simlipal non sconfinano, grazie al menù variegato che la biodiversità offre loro.
Quanto alle miniere, la parte settentrionale dell'Orissa è ricca di depositi di ferro, manganese, cromo. Nell'ultimo decennio sono cresciute le miniere a cielo aperto nelle foreste, che obbligano gli elefanti a sloggiare. Non per nulla proprio i distretti nei quali le attività minerarie sono aumentate di più, registrano il maggior numero di «scontri uomo-elefante». La task force elefanti del Ministero dell'ambiente e foreste afferma che i progetti minerari spesso non tengono conto degli impatti sull'ecologia delle aree interessate e sulla migrazione degli animali. Il trend di scontri tra umani e pachidermi lo testimonia.
Hanno molti nemici anche gli elefanti selvatici. E uno dei principali acquirenti di avorio sono gli Stati Uniti, paese la cui legge per la protezione delle «specie minacciate» è piena di scappatoie, sostengono le organizzazioni protezioniste, e permette al contrabbando di avorio di fiorire.
Un reportage dell'agenzia Inter Press Service dallo stato dell'Orissa, in India, illustra un altro aspetto drammatico del rapporto fra umani ed elefanti. Nell'ultimo lustro nelle zone rurali sono aumentati i danni inflitti dagli elefanti alle colture (quasi 9.000 ettari danneggiati) e alle capanne dei contadini, e soprattutto si sono registrate ingenti perdite di vite: 402 persone morte. Tanto che lo stato ormai ha squadre di addetti per monitorare gli spostamenti degli elefanti, e informare gli abitanti dei villaggi sulle mosse giuste da fare per non finire calpestati. Eppure la popolazione di elefanti selvatici in Orissa non sta aumentando molto; rimangono sempre al di sotto delle 2.000 unità. Il fatto è che i branchi non sanno più dove andare, perché le attività umane in tanti modi invadono e degradano il loro habitat. Grandi responsabili sono la ripiantumazione monocolturale delle foreste degradate, e le attività minerarie. I pachidermi hanno bisogno di un ambiente forestale diversificato, nutrendosi di un mix di almeno 75 specie di piante (per un totale di 150 kg al giorno); in una monocoltura ad albero unico, la mancanza di nutrienti indebolisce e riduce sia la fecondità della specie, sia la sopravvivenza dei piccoli. Così gli elefanti sono sospinti altrove, verso i vegetali coltivati. I ricercatori definiscono questi spostamenti «razzie obbligate sulle colture» - i 400 elefanti che vivono nella ben protetta riserva delle tigri di Simlipal non sconfinano, grazie al menù variegato che la biodiversità offre loro.
Quanto alle miniere, la parte settentrionale dell'Orissa è ricca di depositi di ferro, manganese, cromo. Nell'ultimo decennio sono cresciute le miniere a cielo aperto nelle foreste, che obbligano gli elefanti a sloggiare. Non per nulla proprio i distretti nei quali le attività minerarie sono aumentate di più, registrano il maggior numero di «scontri uomo-elefante». La task force elefanti del Ministero dell'ambiente e foreste afferma che i progetti minerari spesso non tengono conto degli impatti sull'ecologia delle aree interessate e sulla migrazione degli animali. Il trend di scontri tra umani e pachidermi lo testimonia.





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