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AGRICOLTURA, FINANZA
I «pirati del cibo»
Marina Forti
2011.02.11
Quando si parla di investimenti stranieri, in un paese come l'India, viene da pensare a grandi industrie, gli stabilimenti automobilistici Fiat-Tata, le joint-venture delle telecomunicazioni. Un altro tipo di investimenti però si va facendo strada, e riguardano la terra. Terra arabile, coltivabile, di quella che scarseggia nei paesi arabi del Golfo - che infatti hanno cominciato a comprare concessioni su grandi superfici di terra agricola in paesi come l'Etiopia o il Madagascar, dove produrre derrate alimentari da riesportare.
Anche l'India comincia a essere coinvolta in questo trend, da un lato «in proprio» - con aziende indiane che hanno investito in terra all'estero - ma anche con il contrario. Un noto magazine indiano riferisce ad esempio del caso di un'azienda del Bahrein, il Nader & Ebrahim Group, che di recente si è messa in società con il Sankhar Group, azienda di Pune, quindi indiana. Hanno preso «a contratto» terre (e contadini) e avviato coltivazioni di banane su circa 160 ettari in Maharashtra, lo stato che ha per capitale Mumbai e ha un immenso entroterra rurale, sotto la supervisione della casa madre del Bahrein e con l'intero raccolto destinato all'export sui mercati del Golfo ed europei. Finora l'impresa ha esportato 2,6 milioni di chili di banane, ma i progetti vanno ben oltre. I due gruppi hanno infatti formato una joint venture alla pari e stanno acquisendo altre terre per coltivare ananas, uva, canna da zucchero e riso. Tutto destinato esclusivamente a essere esportato (la canna sotto forma di zucchero raffinato, visto che l'India vieta l'esportazione della derrata grezza).
E' questa la cosa che ha suscitato perplessità in India: il fatto che derrate agricole siano coltivate, su larga scala e in modo intensivo, unicamente per il mercato estero.
E' un trend nuovo, e ha sollevato perplessità in India - paese di 1,2 miliardi di persone, che ha raggiunto sì l'autosufficenza alimentare ma deve anche fare i conti con crescenti diseguaglianze interne e con enormi sacche di povertà soprattutto rurale. Non è un «land grab» paragonabile a quello africano, dove intere fette di territorio nazionale sono di fatto svendute, ma è una svolta rispetto alla tradizionale politica indiana tanto gelosa della sua autosufficienza. Il segno della svolta sta in un'intervista concessa nel dicembre scorso dal vicepresidente della Planning Commission (la commissione di pianificazione del governo indiano) a un quotidiano dell'Oman. La citava il magazine Outlook: «Le leggi indiane non permettono alle compagnie straniere di conprare terra, ma le aziende dell'Oman possono entrare in società agricole per far crescere ciò che vogliono», diceva Montek Singh Ahluwalia rivolto ai potenziali investitori del Golfo: e invitava «investimenti omaniti in India anche per produrre riso».
L'accenno al riso, alimento di base e derrata da esportazione, ha suscitato un fuoco di critiche. Perché invitare aziende straniere a prendere in concessione terre in India, quando il prezzo di gran parte delle derrate agricole è alle stelle? «Questo riduce gli agricoltori al ruolo di braccianti, invece che persone che hanno una sovranità alimentare», commenta il magazine indiano citando diversi esperti di economia agricola: è come «invitare i pirati del cibo a entrare».
Anche l'India comincia a essere coinvolta in questo trend, da un lato «in proprio» - con aziende indiane che hanno investito in terra all'estero - ma anche con il contrario. Un noto magazine indiano riferisce ad esempio del caso di un'azienda del Bahrein, il Nader & Ebrahim Group, che di recente si è messa in società con il Sankhar Group, azienda di Pune, quindi indiana. Hanno preso «a contratto» terre (e contadini) e avviato coltivazioni di banane su circa 160 ettari in Maharashtra, lo stato che ha per capitale Mumbai e ha un immenso entroterra rurale, sotto la supervisione della casa madre del Bahrein e con l'intero raccolto destinato all'export sui mercati del Golfo ed europei. Finora l'impresa ha esportato 2,6 milioni di chili di banane, ma i progetti vanno ben oltre. I due gruppi hanno infatti formato una joint venture alla pari e stanno acquisendo altre terre per coltivare ananas, uva, canna da zucchero e riso. Tutto destinato esclusivamente a essere esportato (la canna sotto forma di zucchero raffinato, visto che l'India vieta l'esportazione della derrata grezza).
E' questa la cosa che ha suscitato perplessità in India: il fatto che derrate agricole siano coltivate, su larga scala e in modo intensivo, unicamente per il mercato estero.
E' un trend nuovo, e ha sollevato perplessità in India - paese di 1,2 miliardi di persone, che ha raggiunto sì l'autosufficenza alimentare ma deve anche fare i conti con crescenti diseguaglianze interne e con enormi sacche di povertà soprattutto rurale. Non è un «land grab» paragonabile a quello africano, dove intere fette di territorio nazionale sono di fatto svendute, ma è una svolta rispetto alla tradizionale politica indiana tanto gelosa della sua autosufficienza. Il segno della svolta sta in un'intervista concessa nel dicembre scorso dal vicepresidente della Planning Commission (la commissione di pianificazione del governo indiano) a un quotidiano dell'Oman. La citava il magazine Outlook: «Le leggi indiane non permettono alle compagnie straniere di conprare terra, ma le aziende dell'Oman possono entrare in società agricole per far crescere ciò che vogliono», diceva Montek Singh Ahluwalia rivolto ai potenziali investitori del Golfo: e invitava «investimenti omaniti in India anche per produrre riso».
L'accenno al riso, alimento di base e derrata da esportazione, ha suscitato un fuoco di critiche. Perché invitare aziende straniere a prendere in concessione terre in India, quando il prezzo di gran parte delle derrate agricole è alle stelle? «Questo riduce gli agricoltori al ruolo di braccianti, invece che persone che hanno una sovranità alimentare», commenta il magazine indiano citando diversi esperti di economia agricola: è come «invitare i pirati del cibo a entrare».





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