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AGRICOLTURA, GIUSTIZIA
Giustizia a Santa Fè
Fulvio Gioanetto
2011.03.12
Dopo due movimentati anni di battaglie giudiziarie, processi e appelli, nella provincia argentina di Santa Fè sembra farsi largo un po' di legalità ambientale. Da tempo gli abitanti dei quartieri di Urquiza e di San Jorge protestavano contro l'uso di pesticidi agricoli in prossimità dell'area urbana.
Finora non erano bastate per convincere i giudici le dichiarazioni e gli studi medici di decine di intossicati dei barrios dove l'erbicida glifosato, pilastro dell'economia della soia agrochimica sudamericana, veniva spruzzato con aerei attorno alle case. Né avevano smosso i giudici le campagne di mobilizzazione e le raccolte di firme dell'organizzazione ambientalista locale «Collettivo per la protezione della natura» (Cepronat) e del combattivo grupo di donne che fa capo a Viviana Peralta, che chiedevano che cessassero le applicazioni di glifosato vicino alle zone urbane della città. Bambini con malformazioni teratogeniche, allergie croniche, disturbi motori e visuali erano sicuramente dovuti ad altre cause, obiettavano: alla cattiva alimentazione, a cause genetiche estranee all'uso del glifosato.
In breve: le aziende produttrici di soia, lo stesso municipio di Santa Fè, le autorità provinciali avevano finora vinto gli appelli, argomentando che non si poteva bloccare il miracolo economico della soia per presunte casuali intossicazioni.
Poi la svolta: con decisione inappellabile, in una sentenza di due scarne righe la Corte d'appello di Santa Fè ha stabilito che è vietato usare il glifosato a meno di 800 metri delle abitazioni, se il metodo di applicazione è terrestre, e a non meno di 1500 metri se applicata con mezzo aereo. La sentenza invoca il principio di precauzionalità e si estende non solo al glifosato, ma anche a qualsiasi altro prodotto agrochimico.
Quello che ha fatto la differenza è stata la martellante campagna mediatica «Paren de fumigar» («smettete di irrorare» con prodotti chimici), a cui partecipano una settantina di paesi e cittadine della provincia, e che si è estesa nelle province di Córdoba, Chaco, Entre Ríos e Buenos Aires. Alla fine la campagna ha convinto non solo i giudici ma anche la maggiorparte dei 25.000 abitanti del quartiere di Urquiza, colpito da questa massiccia intossicazione.
«Dopo tanti anni di denuncie, e quando tutti ci trattavano como esaltati e pazzi, la giustizia ha infine riconosciuto che i cittadini contaminati dal glifosato avevano ragione. Con questo antecedente legale adesso chiederemo la stessa proibizione nelle 300 cittadine e villaggi colpiti da questa plaga agrochimica in tutta la provincia», ha commentato soddisfatto il presidente del Cepronat, Carlos Manessi. Manessi ha aggiunto che «non si tratta solo della tossicità del glifosato per i coltivatori e i cittadini, ma anche del modello agropastorale argentino, che si trascina pesanti consequenze sanitarie e sociali. L'uso di agrochimici in Argentina viene autorizzato dalle autorità federali e provinciali sulla base di studi di fattibilità e tossicologici forniti dalle stesse aziende che producono i pesticidi, e non sulla base di analisi indipendenti. Ma quando si comincia a rivedere questi veleni sulla base di studi tossicologici seri, di ricercatori che non siano al soldo delle imprese, come quelli fatti dall'Università Nacional del Litoral, la risposta sono delle sentenze legali chiare che recepiscono le richieste di giustizia ambientale».
Finora non erano bastate per convincere i giudici le dichiarazioni e gli studi medici di decine di intossicati dei barrios dove l'erbicida glifosato, pilastro dell'economia della soia agrochimica sudamericana, veniva spruzzato con aerei attorno alle case. Né avevano smosso i giudici le campagne di mobilizzazione e le raccolte di firme dell'organizzazione ambientalista locale «Collettivo per la protezione della natura» (Cepronat) e del combattivo grupo di donne che fa capo a Viviana Peralta, che chiedevano che cessassero le applicazioni di glifosato vicino alle zone urbane della città. Bambini con malformazioni teratogeniche, allergie croniche, disturbi motori e visuali erano sicuramente dovuti ad altre cause, obiettavano: alla cattiva alimentazione, a cause genetiche estranee all'uso del glifosato.
In breve: le aziende produttrici di soia, lo stesso municipio di Santa Fè, le autorità provinciali avevano finora vinto gli appelli, argomentando che non si poteva bloccare il miracolo economico della soia per presunte casuali intossicazioni.
Poi la svolta: con decisione inappellabile, in una sentenza di due scarne righe la Corte d'appello di Santa Fè ha stabilito che è vietato usare il glifosato a meno di 800 metri delle abitazioni, se il metodo di applicazione è terrestre, e a non meno di 1500 metri se applicata con mezzo aereo. La sentenza invoca il principio di precauzionalità e si estende non solo al glifosato, ma anche a qualsiasi altro prodotto agrochimico.
Quello che ha fatto la differenza è stata la martellante campagna mediatica «Paren de fumigar» («smettete di irrorare» con prodotti chimici), a cui partecipano una settantina di paesi e cittadine della provincia, e che si è estesa nelle province di Córdoba, Chaco, Entre Ríos e Buenos Aires. Alla fine la campagna ha convinto non solo i giudici ma anche la maggiorparte dei 25.000 abitanti del quartiere di Urquiza, colpito da questa massiccia intossicazione.
«Dopo tanti anni di denuncie, e quando tutti ci trattavano como esaltati e pazzi, la giustizia ha infine riconosciuto che i cittadini contaminati dal glifosato avevano ragione. Con questo antecedente legale adesso chiederemo la stessa proibizione nelle 300 cittadine e villaggi colpiti da questa plaga agrochimica in tutta la provincia», ha commentato soddisfatto il presidente del Cepronat, Carlos Manessi. Manessi ha aggiunto che «non si tratta solo della tossicità del glifosato per i coltivatori e i cittadini, ma anche del modello agropastorale argentino, che si trascina pesanti consequenze sanitarie e sociali. L'uso di agrochimici in Argentina viene autorizzato dalle autorità federali e provinciali sulla base di studi di fattibilità e tossicologici forniti dalle stesse aziende che producono i pesticidi, e non sulla base di analisi indipendenti. Ma quando si comincia a rivedere questi veleni sulla base di studi tossicologici seri, di ricercatori che non siano al soldo delle imprese, come quelli fatti dall'Università Nacional del Litoral, la risposta sono delle sentenze legali chiare che recepiscono le richieste di giustizia ambientale».





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