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GOVERNO, ENERGIA
La protesta di Chixoy
Marina Forti
2011.03.25
Una pacifica marcia ha traversato Città del Guatemala, la settimana scorsa. Erano gli sfollati della diga di Chixoy, migliaia di persone, contadini maya: protestavano perché il governo non ha ancora avviato il piano di risarcimenti per le loro comunità, secondo un accordo firmato l'anno scorso. E' l'ennesimo atto di una battaglia trentennale. La diga sul fiume Chixoy, con la sua centrale idroelettrica capace di 275 megawatt, è stata costruita tra la fine anni `70 e i primi `80. I protagonisti della protesta di questi giorni sono i contadini cacciati via allora dal sito della diga (e del suo lago artificiale). O almeno i sopravvissuti tra loro. Infatti in quegli anni il Guatemala era sotto una dittatura militare brutale, le città vivevano nel terrore e sulle montagne le forze armate avevano lanciato una vera e propria guerra di annientamento contro le popolazioni indigene, sospettate di aiutare la guerriglia. Così, quando il villaggio di Rio Negro ha fatto resistenza contro l'evacuazione, nel 1982, l'esercito ha sparato, violentato donne, sventrato bambini. Metà della popolazione è stata uccisa, 400 persone.
I sopravvissuti sono diventati profughi senza terra e senza mezzi per sopravvivere. L'impresa era finanziata dalla Banca Mondiale e dal Banco interamericano di sviluppo (circa 400 milioni di dollari di allora), ma non risulta che abbiano battuto ciglio di fronte alla repressione militare - né di fronte al fatto che i lavoro per la diga erano cominciati senza notificare nulla agli abitanti, non c'era un censimento dei villaggi coinvolti né un piano per risistemare i circa 3.400 sfollati, in gran parte maya. Solo nel 1996, sotto la pressione di gruppi per i diritti umani, la Banca mondiale ha riconosciuto che il massacro era avvenuto.
Da allora dunque gli sfollati di Chixoy chiedono giustizia, riconoscimento. Né si trattava solo del passato, ma del presente: quando la diga è entrata in funzione gli sfollati sono stati risistemati, si fa per dire, in un villaggio di baracche, con poca terra comunale e poco produttiva, senza grandi mezzi per sopravvivere. Più tardi, quando la centrale idroelettrica è stata privatizzata (e ha cominciato a tagliare l'energia elettrica ai villaggi che non pagavano le bollette), con l'ente responsabile degli sfollati è cominciato anche uno scaricabarile sulle responsabilità.
Insomma: per anni gli sfollati hanno chiesto terra fertile, case, acqua potabile, energia elettrica. Dopo anni di petizioni, marce, occupazioni pacifiche della diga, e dopo un negoziato durato anni, nel 2010 il governo e i rappresentanti delle comunità sfollate hanno prodotto un «Piano di riparazione» che segna una svolta. Include un risarcimento di 154 milioni di dollari per i danni e le perdite subite; la costruzione di 191 case e restauri per altre 254; strade, acqua potabile e fogne e altre infrastrutture. La Banca mondiale e il Banco interamericano dovranno fare la loro parte con i finanziamenti.
Il piano prevede inoltre le formali scuse del presidente del Guatemala alle comunità coinvolte. Infine, l'elaborazione di un piano di gestione ecologicamente sostenibile del bacino del fiume Chixoy. Il punto è che tutto ciò deve ancora concretizzarsi. Serve un decreto esecutivo del governo, che però tarda. Per questo i contadini maya del bacino di Chixoy sono tornati a manifestare a Città del Guatemala. Se il governo continua a temporeggiare, dicono, si rivolgeranno alle corti internazionali di giustizia.
I sopravvissuti sono diventati profughi senza terra e senza mezzi per sopravvivere. L'impresa era finanziata dalla Banca Mondiale e dal Banco interamericano di sviluppo (circa 400 milioni di dollari di allora), ma non risulta che abbiano battuto ciglio di fronte alla repressione militare - né di fronte al fatto che i lavoro per la diga erano cominciati senza notificare nulla agli abitanti, non c'era un censimento dei villaggi coinvolti né un piano per risistemare i circa 3.400 sfollati, in gran parte maya. Solo nel 1996, sotto la pressione di gruppi per i diritti umani, la Banca mondiale ha riconosciuto che il massacro era avvenuto.
Da allora dunque gli sfollati di Chixoy chiedono giustizia, riconoscimento. Né si trattava solo del passato, ma del presente: quando la diga è entrata in funzione gli sfollati sono stati risistemati, si fa per dire, in un villaggio di baracche, con poca terra comunale e poco produttiva, senza grandi mezzi per sopravvivere. Più tardi, quando la centrale idroelettrica è stata privatizzata (e ha cominciato a tagliare l'energia elettrica ai villaggi che non pagavano le bollette), con l'ente responsabile degli sfollati è cominciato anche uno scaricabarile sulle responsabilità.
Insomma: per anni gli sfollati hanno chiesto terra fertile, case, acqua potabile, energia elettrica. Dopo anni di petizioni, marce, occupazioni pacifiche della diga, e dopo un negoziato durato anni, nel 2010 il governo e i rappresentanti delle comunità sfollate hanno prodotto un «Piano di riparazione» che segna una svolta. Include un risarcimento di 154 milioni di dollari per i danni e le perdite subite; la costruzione di 191 case e restauri per altre 254; strade, acqua potabile e fogne e altre infrastrutture. La Banca mondiale e il Banco interamericano dovranno fare la loro parte con i finanziamenti.
Il piano prevede inoltre le formali scuse del presidente del Guatemala alle comunità coinvolte. Infine, l'elaborazione di un piano di gestione ecologicamente sostenibile del bacino del fiume Chixoy. Il punto è che tutto ciò deve ancora concretizzarsi. Serve un decreto esecutivo del governo, che però tarda. Per questo i contadini maya del bacino di Chixoy sono tornati a manifestare a Città del Guatemala. Se il governo continua a temporeggiare, dicono, si rivolgeranno alle corti internazionali di giustizia.




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