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Scandalo a Kimberley
Marina Forti
2011.06.29
Il «Processo di Kimberley» rischia di perdere la sua residua credibilità, e il casus belli riguarda lo Zimbabwe. Il governo di Harare infatti ha ottenuto giorni fa il permesso di esportare diamanti estratti dai giacimenti di Marange, occupati dall'esercito, nonostante le denunce di violenze documentate da organizzazioni zimbabwane e internazionali, Il «Kimberley Process» è un sistema di certificazione internazionale sponsorizzato dall'Onu e varato nel 2003 per impedire che l'estrazione e vendita di diamanti grezzi alimenti conflitti e violenza. Nasceva dalle denunce di alcune organizzazioni umanitarie su come i diamanti abbiano finanziato la guerra civile in Angola negli anni '90 - e poi le guerre in Costa d'Avorio, Repubblica democratica del Congo o Sierra Leone. L'organismo riunisce i rappresentanti di 70 paesi (produttori o compratori di diamanti grezzi), le associazioni internazionali dell'industria e commercio diamantifero, alcune organizzazioni della società civile. Si basa sull'impegno degli stati a esportare solo diamanti estratti legalmente, quindi non da zone di conflitto, e degli acquirenti a comprare sono gemme «certificate» da legittimi governi (non, ad esempio, scavate in zone controllate da forze ribelli).
La questione dei campi diamantiferi di Marange era approdata al Kimberley Process nel novembre 2009. Il giacimento è stato scoperto nel 2006 e ha subito attratto migliaia di cercatori «in proprio» - è un deposito alluvionale, dove le pietre sono trascinate nel letto dei fiumi dalle grandi piogge: per scavarle bastano pale, setacci e fatica - ma sui cercatori si è creato un sistema di intermediazione e contrabbando che ha arricchito alcuni notabili e funzionari corrotti. Finché nel 2008 l'esercito ha preso controllo della zona con un'operazione sanguinosa: in una ricostruzione postuma pubblicata nel giugno 2009, Human Rights Watch ha fatto un bilancio di 200 persone uccise. Da allora il giacimento è occupato dai militari, salvo una piccola parte data in concessione a due società private (Canadile Miners e Mdaba Diamonds), entrambe legate ad alti dignitari dell'esercito e del partito Zanu-pf (quello del presidente Robert Mugabe). Al maggio 2010 ne erano stati estratti 4,4 milioni di carati, ma neanche un centesimo di royalties è mai stato versato all'erario.
Investito del problema proprio per la denuncia di Human Rights Watch e di Global Witness (ong che indaga il nesso tra estrazione delle materie prime e violazioni dei diritti umani), il gruppo di Kimberley ha inviato sul luogo un gruppetto di ispettori: pare però che abbiano potuto ispezionare ben poco (terraterra, 23 giugno 2010). Infine, giovedi scorso il presidente (di turno) del Kimberley Process, il congolese Mathieu Yamba Lapfa Lambang, ha annunciato che il gruppo ha approvato maggioranza l'export di diamanti delle due imprese che operano a Marange, nonostante l'opposizione di Usa, Canada e Unione europea, e che gli osservatori avranno accesso ai dati sull'export a posteriori, non prima delle spedizioni. Mpofu aveva dipinto tutta l'inchiesta sullo Zimbabwe come parte di un disegno occidentale per forzare un «regime change» contro Mugabe. Il caso Zimbabwe è stato politicizzato? Certo che neppure il ministro del tesoro dello Zimbabwe stesso, Tendai Biti (segretario generale del Movement for Democratic Change, il partito associato al governo da un accordo di «powerr sharing»), faceva grandi salti di gioia.
Human Rights Watch e Global Witness hanno abbandonato il vertice: dicono che non continueranno a legittimare il Kimberley process visto che non riesce a impedire che i diamanti alimentino violazioni dei diritti umani. Vero è che il meccanismo di certificazione voleva impedire che i diamanti finanzino armate ribelli - non contempla il caso di un governo che occupa i giacimenti per farsene una fonte di reddito privata. Ma questo dà ragione alle organizzazioni per i diritti umani: il «meccanismo di Kimberley» rischia ormai l'irrilevanza.
 
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