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PETROLIO, AMBIENTE
La Bp e le sue vittime
Marina Zenobio
2011.08.13
A oltre un anno dal disastro ambientale della piattaforma Deepwater Horizon, gestita dalla British Petroleum nelle acque del Golfo del Messico, con relativo sversamento di circa 5 milioni in barili di petrolio che, galleggiando, raggiunsero le coste Usa di Louisiana, Mississipi, Alabama e Florida, si fanno ancora conti amari con le conseguenze che l'incidente ha provocato sia a livello di ecosistemi che sulla salute umana.
Quando gli abitanti di Jean Lafitte, città a sudest della Louisiana, seppero dell'incidente ignoravano l'entità del danno e quali sarebbero state le conseguenze per la loro salute, ma risposero in massa all'appello del sindaco, Tim Kerner, affinché unissero gli sforzi per ripulire le coste e il mare. Sembrava l'unica cosa che si potesse fare in quei drammatici momenti, intere comunità lavorarono giorno e notte. La Bp riuscì a tappare la falla solo dopo 106 giorni, il 4 agosto 2010 e oggi, a circa un anno di distanza, la maggior parte di quelle persone si è ammalata e il sindaco Kerner sente su di sé tutto il peso per il lancio di quell'appello, a cui i suoi concittadini risposero con tanta generosità.
Una storia, una delle tante raccolte da Kerry Kennedy, la presidente del «Centro Robert F. Kennedy per la giustizia e i diritti umani» (rfkcenter.org) e riportate in una conferenza pubblica che si è realizzata a Washington lo scorso 27 luglio, di ritorno dalla Costa del Golfo dove ha guidato una delegazione il cui compito era di valutare l'andamento della crisi sanitaria causata dal disastro. I residenti di quell'area, ha detto la Kennedy in una intervista a Ips, sono malati; non conoscono la causa precisa ma dicono di non essersi mai sentiti così prima del disastro, tutti parteciparono con le loro imbarcazioni alle operazioni di ripulitura del greggio ed è chiaro che la responsabilità dei malanni deve avere a che fare con le tossine cui sono stati esposti. Secondo Anne Rolfes, direttrice e fondatrice della Louisiana Bucket Brigade con sede a New Orleans, quasi il 75% di chi è entrato in contatto con il greggio o le sue esalazioni hanno denunciato sintomatologie conseguenti ad esposizione chimica. L'organizzazione della Rolfes si è anche associata alla Disaster Resilience Leadership Academy dell'Università di Tulane per una indagine approfondita tra la popolazione colpita dall'evento. Tosse, irritazioni bronchiali, difficoltà respiratorie e oculari sono i sintomi più comuni riscontrati .
I medici della zona, però, sono incerti a vincolare questi sintomi all'esposizione al petrolio. Secondo la Kennedy perché non hanno la preparazione necessaria per diagnosi tossicologiche, non sanno come trattare le patologie e se ci provano corrono il rischio di perdere la licenza. Anche perché siamo in una regione soprattutto rurale, dove la maggior parte dei pazienti sono lavoratori indipendenti privi di assicurazione sanitaria, con centri sanitari così lontani che risulta quasi impossibile rivolgersi ad un esperto in tossicologia medica e poi sono pochi quelli che possono pagare i costi di analisi e farmaci necessari alla cura. Nel corso della conferenza, i colleghi della Kennedy al Rfk Center hanno espresso la speranza che il Congresso preservi il finanziamento di una rete di «centri di eccellenza» in materia sanitaria. Un reclamo più che opportuno, mentre il dibattito sul bilancio in corso parla di tagli ai programmi di assistenza per le vittime del disastro le quali, nel frattempo stanno,come prevedibile, aumentando.
Peccato che in Conferenza sia stata poco menzionata la Bp e soci che, per evitare possibili ramificazioni legali legati al disastro di cui innegabilmente responsabile, si era impegnata a creare un fondo di compensazione pari a 20 milioni di dollari, di cui non si ha traccia, destinato a coloro che ha danneggiato.
 
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