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PETROLIO, AMBIENTE
Marea nera nel grande Nord
Paola Desai
2011.08.17
Con i riflettori dei media puntati sui riots e la «guerra alle gang», a Londra è passato inosservato l'ennesimo disastro provocato dall'industria petrolifera. Eppure si tratta del più grave sversamento di greggio in acque britanniche dell'ultimo decennio: Royal Dutch Shell, la compagnia anglo-olandese, ha ammesso che circa 216 tonnellate di petrolio (1.300 barili) si sono riversate nel mare del Nord, a causa di un guasto sulla sua piattaforma offshore Gannet Alpha, circa 180 chilometri al largo di Aberdeen, in Scozia. La notizia era tra gli ultimi titolo dei telegiornali venerdì scorso, ma l'incidente risaliva all'inizio della settimana. La quantità di petrolio dispersa in mare è «sostanziale», ha dichiarato il Dipartimento «dell'energia e del cambiamento di clima» - il ministero afferma tuttavia che quella quantità di petrolio dovrebbe potersi dissolvere «naturalmente». Quei 1.300 barili sono però solo una stima, fatta dalla stessa Shell. E la fuoriuscita è stata «grandemente ridotta» negli ultimi giorni ma continua: circa 5 barili al giorno, ammette Shell, e aggiunge di non poter prevedere quando la fuga sarà del tutto bloccata.
Certo,1.300 sono un problema minore rispetto al disastro avvenuto al largo della Louisiana nel 2010 (dal pozzo della Bp usciva greggio al ritmo di 70mila barili al giorno e sono passati tre mesi prima che si riuscisse a controllarla). Sono ben poco anche rispetto all'ultimo dei disastri provocati dalla stessa Shell in Nigeria, in Ogoniland, tra il 2008 e 2009: dove è stato sversata una quantità di petrolio pari a quello disperso nel 1989 dalla Exxon Valdez sulle coste dell'Alaska, 10 milioni di galloni secondo le stime più basse (37 milioni di litri, o 257,000 barili) - anche se Shell in Nigeria ammette solo 40mila galloni, 150mila litri.
Benché «minore» (tutto è relativo), la marea nera nel mare del Nord segnala un paio di cose. Primo, la tendenza della compagnia petrolifera a passare sotto silenzio ogni problema, finché possibile: ieri Greenpeace ha accusato Shell di aver taciuto l'incidente per parecchi giorni e di non dare notizie precise sulla progressione della fuoriuscita. Ora che la notizia è pubblica, certo, la compagnia lancia grandi dichiarazioni di responsabilità («Siamo molto dispiaciuti, prendiamo la cosa molto sul serio e stiamo facendo il possibile per minimizzare il danno», ha dichiarato ai media Glen Cayley, direttore tecnico alle attività della Shell in Europa). Anche perché, benché minore di altri disastri, «ogni quantità di petrolio, se nel momento sbagliato e nel posto sbagliato, può avere un impatto devastante sulla vita marina», afferma un comunicato della Royal Society per la protezione degli uccelli Scozia: «In questo momento dell'anno migliaia di giovani uccelli come le gazze dei canneti, alche e puffini su tutta la costa del mare del Nord non sono ancora in grado di volare», e quindi non hanno scampo se ragggiunti dal petrolioa.
La marea nera è al momento poco meno di un chilometro quadrato; nel fine settimana la chiazza iniziale è stata frantumata e ridotta dal forte vento e il mare grosso, ha spiegato il dirigente Shell. E però: frantumata non significa che il petrolio sia scomparso: nel migliore dei casi resta in sospensione in acqua. Carey inoltre ha notato che «si tratta di una dispersione considerevole nel contesto della quantità annuale di petrolio disperso nel mare del Nord». Già, non si parla spesso della quantità complessiva di greggio che, tra piccoli incidenti e sversamenti accidentali, costituisce l'impronta permanente dell'industria petrolifera sul pianeta. Un'ultima considerazione: 1.300 barili di greggio dispersi nel mare del Nord fanno notizia, benché tardiva - una quantità analoga nel delta del Niger non sarà mai un titolo di giornale.
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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