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PETROLIO, RIFIUTI URBANI
Ecuador, il petrolio e i rifiuti
Marina Forti
2011.08.25
Due notizie delle ultime settimane, in Ecuador, suscitano qualche riflessione (che poi vale anche in casa nostra). La prima notizia è che il governo propone una tassa «verde» sulle automobili di alta cilindrata e sulle buste e bottiglie di plastica. La seconda è un fatto di cronaca: nel distretto di Lago Agrio, nella regione amazzonica del paese, la forza pubblica è intervenuta contro un gruppo di abitanti della Comunidad Recinto Puerto Rico, un sobborgo molto popolare (per non dire favela), i quali avevano fatto blocchi stradali per impedire l'ingresso dei camion carichi di rifiuti all'immondezzaio là situato. Si tratta di una discarica a cielo aperto, riceve 300 tonnellate settimanali di spazzatura indifferenziata (inclusi rifiuti industriali e pericolosi), e da 14 anni ormai impesta il circondario: ora gli abitanti chiedono che sia chiusa, anche se per ora hanno ricevuto in risposta solo le cariche di polizia.
I due fatti, in sé diversi, sono hanno un evidente legame: e a unirli sono «i tratti dei rifiuti e della giustizia ambientale», fa notare sul suo sito web Accion Ecologica (il gruppo ecuadoriano per l'ambiente e la giustizia ambientale che ha ispirato la rete Oilwatch). Da un lato ci sono oggetti ormai onnipresenti in ogni moderna società capitalista: «il numero di sacchetti e bottiglie di plastica che una società fabbrica, usa e getta via sono un chiaro indicatore del suo equilibrio o squilibrio ambientale». Le automobili consumano benzina; le plastiche sono uno dei tanti sottoprodotti del petrolio. «Più macchine e bottiglie di plastica sono in circolazione, più alto sarà il consumo di petrolio», e da questo non si scappa. E le moderne società dei consumi fondate sul petrolio, con tutti i loro (nostri) sacchetti, automobili, bibite implasticate etc, devono pur porsi il problema del loro impatto. Tra gli impatti va incluso quello dell'estrazione, trasporto e raffinazione del petrolio con tutto l'inquinamento che provocano, l'emissione di gas di serra provocata dall'uso del medesimo petrolio trasformato in carburante, l'energia e acqua richiesta dalla fabbricazione di auto, bottiglie di plastica etc, e infine la enorme quantità di residui da smaltire - si potrebbe dire «metabolizzare», con la metafora usata da molti ambientalisti. «C'è un continuo trasferimento di energia e materie prime tra la società e la natura», così vanno guardate sia le auto con cilindrata superiore ai 3.000 cc, sia le plastiche - non importa se biodegradabili o meno.
Ora, da un lato il governo discute di tassare macchinoni e bottiglie, ma dall'altro continua a mandare spazzatura indifferenziata nelle discariche - strategicamente situate in posti come la favela di Puerto Rico nel distretto amazzonico. A questo punto, dice Accion ecologica, «è giusto riconoscere il lavoro dei riciclatori e riciclatrici», un lavoro svalorizzato e reso invisibile che però ha una doppia importanza. Primo, quando si riciclano materiali altrimenti destimati alla spazzatura si fornisce all'industria una fonte alternativa di materia prima (quindi di diminuisce la domanda di materie prime da estrarre dalla natura); secondo, si diminuisce di conseguenza la massa di gas «di serra» che vanno nell'atmosfera terrestre a modificare il clima del pianeta. E però, «invece di dare valore al lavoro dei riciclatori, si promuove la mercantilizzazione del rifiuto. Invece di dare priorità al riciclico e a meccanismi di efficenza energetica, si trasforma la spazzatura in merce». Accion ecologica chiede che la raccolta, smaltimento e gestione dei rifiuti sia un servizio ambientale pubblico. Parla dell'obiettivo «rifiuti zero», di responsabilità delle imnprese nella gestione dei loro prodotti quando sono diventati rifiuti.
«Non è coerente promuovere tasse "verdi" se allo stesso tempo non si promuove la giustizia ambientale», conclude Acciòn Ecologica: restano una pura operazione di facciata, le tasse sulle bottiglie, «se intanto si continua a espandere la frontiera petrolifera».
 
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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