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PETROLIO, AMBIENTE
La Cina fa scaricabarile
Michelangelo Cocco
2011.08.27
La Repubblica popolare è pronta a muovere un'azione legale per «danni ambientali» contro ConocoPhillips, azienda petrolifera statunitense. Sembra che alla richiesta di risarcimenti stiano già lavorando decine di studi legali, pronti a portare la maggiore compagnia energetica Usa sul banco degli imputati per il disastro petrolifero che ha provocato nel golfo di Bohai, nella Cina nord orientale.
Si trtatta di Penglai 19-3, il più grande giacimento offshore cinese, dove 5 piattaforme estraggono all'incirca 160mila barili di greggio al giorno. L'incidente - un incendio e una gigantesca dispersone di greggio - è avvenuto il 10 giugno su una delle piattaforme. I comunicati emessi da ConocoPhillips hanno sempre detto che la quantità di petrolio disperso non era rilevante, e il primo luglio annunciavano addirittura di aver quasi terminato di ripulire tutto.
La realtà è emersa lentamente, ammissione dopo ammissione, finché si sono delineati i contorni di quello che il capo della Soa, Liu Cigui, ha definito «l'incidente ambientale più grave della storia della Cina»: almeno 2.500 barili di greggio finiti in mare, 5.500 chilometri quadrati di superficie della baia contaminati e 870 chilometri quadrati seriamente inquinati, cioè non più balneabili e inadatti alle colture acquatiche. Il petrolio ha raggiunto le spiagge delle province settentrionali di Hebei and Liaoning, danneggiando l'industria turistica. E le famiglie di 700 pescatori hanno visto compromessa la loro fonte di reddito.
Ieri dunque l'annuncio che il governo farà causa per danni all'azienda americana, che detiene il 49% della partecipazione: «Le perdite nel giacimento Penglai 19-3 hanno inquinato gravemente le acque della baia: in base alla legge cinese in difesa dell'ambiente marino e ad altre norme e regolamenti correlati, le parti danneggiate hanno diritto di presentare una richiesta di risarcimenti nei confronti della parte responsabile» recita il comunicato dell'Amministrazione oceanica statale cinese (Soa).
L'intera baia è piena di piattaforme petrolifere e un anno fa un incidente simile aveva colpito la città di Dalian. In quell'occasione era venuta a galla anche in Cina un'opinione pubblica ambientalista: una classe media più consapevole delle devastazioni ambientali causate dalla crescita a doppia cifra del pil che, sempre a Dalian, questo mese è riuscita a ottenere la chiusura di una fabbrica di paraxilene. Centinaia di migliaia di cittadini che il governo non può più ignorare.
Il presidente di ConocoPhilips China, Georg Storaker, mercoledì aveva convocato una conferenza stampa a Pechino in cui aveva chiesto scusa e promesso che la compagnia si comporterà in maniera «responsabile» se le arriveranno richieste di compensazioni.
Ma ora si avvicina l'ultimatum dato dal governo per la bonifica, al 31 agosto, e le acque di Bohai restano piene di petrolio. I giornali si sfogano contro la ConocoPhillips, che «è come certi occidentali che vivono in Cina - scrive il Global Times - forse quando sono a casa loro rispettano la legge, ma in Cina la infrangono». Resta il fatto che il 51% del giacimento incriminato è di proprietà dello stato, che lo controlla attraverso la China national offshore oil corporation (Cnooc).
Il New York Times ha riferito che Pechino starebbe seguendo una strategia energetica delicata in seguito a «un dibattito interno tra le autorità cinesi su come punire la compagnia petrolifera statunitense». Secondo il quotidiano Usa le autorità cinesi hanno necessità di mostrarsi preoccupate per l'ambiente, ma non arriveranno al punto di spaventare gli investitori stranieri nel campo dell'energia o imbarazzare la Cnooc.
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
    in edicola
sabato 14 settembre
 
Le «maschiette»
di Riyad
Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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