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AMBIENTE, PETROLIO
Un disastro off-shore
Giorgia Fletcher
2011.10.13
Ci risiamo, l'ennesima «marea nera» provocata da una nave in avaria che riversa carburante nell'oceano. Il disastro è avvenuto questa volta vicino alle coste della Nuova Zelanda, dove una nave portacontainer - la rena, una sorta di mastodonte di 236 metri, vecchio di 32 anni, bandiera liberiana - si è incagliato nella barriera corallina Astrolabe, circa 11,5 miglia nautiche al largo della North island - la più settentrionale delle due grandi isole che compongono il paese oceanico. Martedì un sopralluogo effettuato dai tecnici di Maritime New Zealand, l'ente incaricato di far fronte a incidenti marittimi, ha rivelato che finora si sono sversate tra 150 e 350 tonnellate di carburante dai serbatoi della nave, cioè molto più di quanto si pensava fino al giorno prima.
Già così, stiamo parlando del più grave disastro ambientale avvenuto in Nuova zelanda, e le autorità stimano che la bonifica richiederà parecchie settimane. Ma in quei serbatoi ci sono 1700 tonnellate di gasolio, così il rischio è di un disastro maggiore. Anche perché nelle ultime ventiquattro ore la nave si è ulteriormente assestata contro la barriera corallina e il danno alla nave si è aggravato. La situazione - e i tentativi di intervento - sono aggravati dalle condizioni meteo nella zona dell'incidente, con venti tra 37 e 46 km/ora e ondate di tre o quattro metri. L'equipaggio è stato evacuato. Ora Maritime New Zealand ha diramato un allarme ai naviganti: la nave può muoversi ulteriormente, e se si inclinerà i containers possono andare liberi e finire a riva. La nave stessa può finire per spezzarsi. Anche per questo la priorità resta pompare via il carburante contenuto nei serbatoi - «un'operazione complessa che richiederà tempo», ha detto ieri il premier John Key.
Nel frattempo sulle coste si vedono le scene solite di un disastro simile - addetti al lavoro per raccogliere il bitume dalle spiagge. Le autorità vogliono tentare con sostanze chimiche che aggrediscono il gasolio, ma le onde rendono difficile l'operazione. Stanni usando il Corexit, un disperdente che, assicurano, è dieci volte meno tossico dei disperdenti normalmente usati. Lunedì gli addetti dell'ente nazionale per i disastri uanno lavorato per far uscire i gas volatili dal serbatoio, prelimibnare per poi installare manualmente una pompa che ne tiri fuori il gasolio. Ma sono operazioni lente - soprattutto per le avversità meteo. Un altro aspetto che allarma le autorità neozelandesi è il fatto che 11 dei container a bordo della Rena trasportano sostanze perocolose - tra cui due container di ferrosilicone, che rischia di incendiarsi a contatto con l'acqua. Per il momento i container sono tutti intatti e non si sono mossi - ma se la situazione si prolunga...
Il gasolio finora sversato sta andando in direzione sud-ovest, e sarà inevitabile che raggiunga le spiagge tra Mount Maunganui e Maketu e il porto di Tauranga, il più grande porto neozelandese (che era la destinazione della nave avariata). La ripulitura delle spiagge non è cominciata, spiegano le autorità, perché il peggio non è ancora arrivato - se fatta subito sarebbe un'operazione da ripetere tra pochi giorni, meglio aspettare che il bitume si accumuli per rimuoverlo tutto insieme Intanto però è emergenza - cittadini ammoniti a stare lontano dalla coste, non mangiare pesce e frutti di mare dalle zone contaminate. Una 70ina di volontari stanno cercando gli uccelli marini che possono essere rimasti inzuppati di gasolio e i naturalisti sono allarmatissimi - è il momento della riproduzione per molte specie. E non solo uccelli - anche mammiferi marini come le foche.
Greenpeace New Zealand sostiene che il disastro della Rena deve suonare un allarme «su quanto sia difficile affrontare gli sversamenti di petrolio in mare e l'impatto vdevastante che possono avere sulla flora e fauna, sulle coste, e sull'economia marina». Greenpeace sta raccogliendo firme su una petizione per chiedere al governo di sospendere in modo permanente le prospezioni petrolifere off-shore.
 
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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