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AMBIENTE, ETNIE
Le miniere mangiano Palawan
Paola Desai
2011.11.17
È una battaglia ormai annosa, quella delle popolazioni indigene dell'isola di Palawan, provincia delle Filippine, contro la penetrazione di compagnie minerarie. Recente è l'escalation: nel dicembre scorso, un anno fa, il governo di Manila ha dato il nulla osta a due progetti di estrazione di nickel, nonostante sul territorio dell'isola viga una moratoria venticinquennale sulle attività minerarie... L'annuncio ha suscitato proteste, anche perché le miniere progettate dalle compagnie MacroAsia e Ipilan Nickel Mining Corporation andranno a «mangiare» nel territorio della tribu Palawan, una popolazione di circa 40mila persone insediata nella parte meridionale dell'isola. Poi nel gennaio scorso un giornalista e attivista sociale di Palawan è stato ucciso in un agguato: Gerry Ortega era una figura chiave del movimento contro le miniere di nickel nell'isola, quelle già aperte e quelle progettate, e aveva anche raccolto denunce sulla corruzione di pubblici aministratori legata all'industria mineraria. La sua famiglia aveva ricevuto minacce molto esplicite, prima dell'omicidio. L'uccisione di Ortega ha acceso i riflettori sulla battaglia di Palawan, che ha trovato una sponda in reti internazionali ambientaliste e per i diritti delle popolazioni indigene: così nel marzo scorso è partita una campagna internazionale, «Save Palawan», con una petizione online per fermare le attività minerarie dell'isola. I promotori della petizione si sono dati l'obiettivo di 10 milioni di firme - oggi hanno di poco superato i 3 milioni e mezzo (http://no2mininginpalawan.com). La «notorietà» internazionale ha riaperto polemiche anche nelle Filippine stesse, e in giugno una folta rappresentanza guidata dagli anziani della tribu Palawan, che popola la parte meridionale dell'isola, è andata a Manila e la loro protesta ha avuto risonanza, i dimostranti hanno incontrato deputati e la Commissione nazionale per i popoli indigeni.
Palawan, argomentano gli oppositori delle miniere, è uno dei rimanenti polmoni verdi dell'arcipelago, «patrimonio della biosfera» riconosciuto dall'Unesco con foreste vergini e un patrimonio di biodiversità ancora notevole, e l'attività mineraria ha già ampiamente provocato deforestazione e devastato il territorio, innescando un circolo vizioso di alluvioni, erosione dei pendii montani, sedimentazione dei fiumi. I difensori delle popolazioni indigene aggiungono che alcuni siti sacri delle popolazioni locali sono stati distrutti. Rolando Punoi, un leader della popolazione Tagbanua di Sitio Lamane, descrive così l'impatto delle miniere sulla sua terra: «Ora vediamo le compagnie minerarie che vanno su e giù nella foresta, scavano, tirano giù gli alberi, distruggono le fonti acquifere, inquinano la nostra acqua» (la testimonianza è sul sito di Survival International). Le popolazioni locali vivono per lo più di agricoltura itinerante - sistema che è sostenibile se praticato su piccola scala: si tratta di aprire piccole radure da coltivare per qualche tempo, poi passare altrove lasciando alla foresta il tempo di rigenerarsi - oltre che della raccolta di frutti spontanei o la caccia di maiali selvatici. L'arrivo delle compagnie minerarie, oltre a devastare foreste e bacini idrici, porta anche coloni che occupano le terre buone ricacciando indietro la popolazione indigena, e innescando così conflitti sociali.
Un aspetto che dovrebbe far riflettere è che Palawan è oggetto di un programma di protezione delle foreste tropicali (Ptfpp) e ricade per intero nel «Piano strategico ambientale» dello stato, che tra l'altro attinge a finanziamenti dell'Unione europea. Anche per questo il movimento Save Palawan cerca sponde in Europa: possibile che l'Unione europea resti in silenzio quando nuove concessioni minerarie sovvertono il piano di protezione ambientale che sta finanziando?
Palawan, argomentano gli oppositori delle miniere, è uno dei rimanenti polmoni verdi dell'arcipelago, «patrimonio della biosfera» riconosciuto dall'Unesco con foreste vergini e un patrimonio di biodiversità ancora notevole, e l'attività mineraria ha già ampiamente provocato deforestazione e devastato il territorio, innescando un circolo vizioso di alluvioni, erosione dei pendii montani, sedimentazione dei fiumi. I difensori delle popolazioni indigene aggiungono che alcuni siti sacri delle popolazioni locali sono stati distrutti. Rolando Punoi, un leader della popolazione Tagbanua di Sitio Lamane, descrive così l'impatto delle miniere sulla sua terra: «Ora vediamo le compagnie minerarie che vanno su e giù nella foresta, scavano, tirano giù gli alberi, distruggono le fonti acquifere, inquinano la nostra acqua» (la testimonianza è sul sito di Survival International). Le popolazioni locali vivono per lo più di agricoltura itinerante - sistema che è sostenibile se praticato su piccola scala: si tratta di aprire piccole radure da coltivare per qualche tempo, poi passare altrove lasciando alla foresta il tempo di rigenerarsi - oltre che della raccolta di frutti spontanei o la caccia di maiali selvatici. L'arrivo delle compagnie minerarie, oltre a devastare foreste e bacini idrici, porta anche coloni che occupano le terre buone ricacciando indietro la popolazione indigena, e innescando così conflitti sociali.
Un aspetto che dovrebbe far riflettere è che Palawan è oggetto di un programma di protezione delle foreste tropicali (Ptfpp) e ricade per intero nel «Piano strategico ambientale» dello stato, che tra l'altro attinge a finanziamenti dell'Unione europea. Anche per questo il movimento Save Palawan cerca sponde in Europa: possibile che l'Unione europea resti in silenzio quando nuove concessioni minerarie sovvertono il piano di protezione ambientale che sta finanziando?




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