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OLIMPIADI, RIFIUTI TOSSICI
L'ombra di Bhopal
Marina Forti
2012.03.08
Dow Chemical resta uno dei grandi sponsor delle olimpiadi di Londra - ma non è del tutto fallita, la la campagna condotta da numerose organizzazioni della società civile indiana - inclusa la sua Associazione olimpica - che chiedevano al Comitato olimpico internazionale di escludere la multinazionale della chimica dall'elenco dei suoi «partner commerciali», perché il suo nome è legato alla maggiore tragedia nella storia dell'industria chimica, quella avvenuta a Bhopal nel 1884. Dow non è si è affatto ritirata, ma ha rinunciato a mettere in bella vista il suo marchio sullo stadio olimpico di Londra. Insomma, un risultato gli attivisti indiani l'hanno raggiunto: chi aveva dimenticato Bhopal, la Unione Carbide e Dow Chemical avrà avuto ampia occasione per ricordare. Non certo il tipo di pubblicità che cercavano i dirigenti di Dow, quando hanno deciso di sponsorizzare l'evento sportivo.
Per rinfrescarci la memoria: nel disastro di Bhopal sono morte circa 25mila persone. Le prime 6.000 sono morte nel giro di poche ore, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre di 28 anni fa. Quella notte nella fabbrica di pesticidi di Union Carbide di Bhopal, filiale indiana di una delle maggiori imprese chimiche americane, un impianto si è surriscaldato e una cisterna è esplosa, lasciando uscire 40 tonnellate di isocianato di metile e altre sostanze, «sparate» ad alta pressione sulle borgate operaie che circondano la fabbrica. Chi non è soffocato nel suo letto è morto in ospedale. Molti altri sono morti nelle settimane e mesi seguenti. Un'ecatombe.
Dow Chemical ha comprato Union Carbide nel 2001: dunque è a Dow che ora si rivolgono i movimenti dei sopravvissuti di Bhopal e numerose organizzazioni sociali e ambientali, che contestano l'accordo sui risarcimenti raggiunto dalla vecchia proprietà dopo il disastro (allora se la cavò con 470 milioni di dollari). La magistratura indiana ha riaperto la questione, e chiede che Dow si faccia carico di una spesa addizionale (sull'ordine dei 1,7 miliardi) per risarcire le vittime e contribuire alla bonifica del sito. Dow ha fin qui respinto ogni addebito, argomentando di non aver nulla a che fare con gli eventi di Bhopal: ha comprato Union Carbide molti anni dopo, nell'acquisto non era incluso il vecchio stabilimento indiano. E questo è anche quanto il Comitato olimpico internazionale ha scritto all'Associazione olimpica indiana: tutta la simpatia alle vittime di una tragedia così immane, diceva la lettera, ma Dow non c'entra.
Dow Chemical ha due ruoli, nei giochi di Londra. Nel luglio 2010 è entrata nel gruppo degli «Olympic Partners», un piccolo numero di grandi sponsor (al momento sono 11), con un accordo che arriva fino al 2020: metterà 100 milioni ogni 4 anni, e quelle di Londra sono le prime olimpiadi in cui compare - seguiranno le olimpiadi invernali del 2014 a Sochi in Russia, quelle di Rio de Janeiro nel 2016 e quelle invernali del 2018 in Corea del sud. Inoltre, nel luglio 2011 Dow ha vinto la gara per fornire una «copertura sostenibile» per il grande stadio olimpico di Londra, un gigantesco tendone: per la multinazionale della chimica doveva essere una ottima pubblicità per le sue plastiche «amichevoli con l'ambiente». Le due cose combinate hanno provocato grande indignazione in India, ma anche nella numerosa comunità di origine indiana nel Regno unito, dove numerosi deputati si sono uniti alla richiesta dell'associazione olimpica indiana. Sono fioccate le proteste, molti hanno chiesto quali siano i «valori etici» spesso rivendicati dal Comitato olimpico - quando poi sono gli interessi commerciali a prevalere. Dow ha dovuto togliere il suo logo dal telone «sostenibile». Certo non si aspettava che la kermesse sportivo-commerciale di Londra gli avrebbe ricucito addosso l'ombra di Bhopal.
 
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