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AMBIENTE, PETROLIO, INCIDENTI
Mare del Nord, incidenti sulle piattaforme
Luca Manes
2012.03.28
Un incidente a settimana, con copiose perdite di gas e petrolio che finiscono per inquinare le fredde acque del Mare del Nord. A rivelarlo alcuni documenti finora tenuti segreti di cui è entrato in possesso il quotidiano inglese The Guardian. Le carte rappresentano un palese atto d'accusa nei confronti della condotta delle oil corporation, chiamate a migliorare in maniera sensibile le misure di sicurezza sulle piattaforme marine. Grazie alla legge sulla libertà di informazione, il Guardian ha potuto visionare i rapporti che le compagnie trasmettono alla Health and Safety Executive, l'organo statale addetto ai controlli sulla sicurezza: era stato istituito dopo il disastro dell'impianto Piper Alpha, presso cui il 6 luglio del 1988 persero la vita ben 167 persone.
La lista dei guasti - 100 in tutto - è relativa al 2009 e al 2010 e menziona i nomi delle aziende responsabili. Tra le più coinvolte la Shell, solita sbandierare ai quattro venti come la sicurezza sia una delle priorità assolute delle sue attività. Anzi, stando alle dichiarazioni fatte lo scorso novembre dall'amministratore delegato Peter Voser, «la priorità numero uno».
Tra le piattaforme dove opera l'azienda anglo-olandese c'è la Brent Charlie, posta a 180 chilometri a nord-est dalle coste scozzesi. Attiva dal 1976, ha un record quanto mai inquietante. In totale sono sette gli incidenti che la riguardano, in un caso la perdita di gas da una tubatura è ammontata a oltre quattro tonnellate, tanto da causare la sospensione della produzione per diversi giorni. In più di un'occasione l'Health and Safety Executive ha intimato alla Shell di rivedere le misure di sicurezza sulla Brent Charlie, pena l'ordine di chiusura dell'impianto.
Da tempo nel Regno Unito numerosi esperti chiedono la chiusura delle piattaforme costruite e operanti dagli anni Settanta, in quanto ritenute pericolose per la mancanza di lavori di manutenzione adeguati. Ma c'è di più, in passato un consulente della Shell aveva ammesso che l'azienda troppo spesso ignorava le sue stesse procedure di sicurezza.
La francese Total, la danese Maersk, la canadese Talisman e una controllata della britannica BP figurano nel cahier de doléances ottenuto dal Guardian. Il quotidiano, inoltre, riferisce che suoi informatori avrebbero rivelato che la lista degli incidenti più gravi non è che la punta dell'iceberg e che in molti casi gli operai «omettono» di denunciare inconvenienti occorsi per la paura di perdere i loro posti di lavoro. Insomma, di problemi legati all'estrazione petrolifera nel Mare del Nord ce ne sarebbero proprio a bizzeffe.
Nel frattempo la corsa ad allargare la frontiera delle prospezioni petrolifere non accenna a rallentare. La Shell è in prima fila per esplorare i fondali artici di Beaufort e Chukchi e lo stesso governo di Sua Maestà appare molto intenzionato a favorire questo tipo di operazioni. In una recente intervista, il ministro per l'Energia Charles Hendry ha dichiarato che le operazioni della Cairns Energy a largo delle coste della Groenlandia sono «perfettamente legittime», fin quando rispettano le stringenti norme sulla sicurezza vigenti nel comparto in Gran Bretagna. Come appena visto, sulla delicata materia della sicurezza c'è ben poco da avere certezze. Anche la Deepwater Horizon - la piattaforma esplosa nel Golfo del Messico il 20 aprile del 2010 - era ritenuta lo stato dell'arte in materia di impianti estrattivi offshore, in grado di operare in contesti difficili e a rischio.
La lista dei guasti - 100 in tutto - è relativa al 2009 e al 2010 e menziona i nomi delle aziende responsabili. Tra le più coinvolte la Shell, solita sbandierare ai quattro venti come la sicurezza sia una delle priorità assolute delle sue attività. Anzi, stando alle dichiarazioni fatte lo scorso novembre dall'amministratore delegato Peter Voser, «la priorità numero uno».
Tra le piattaforme dove opera l'azienda anglo-olandese c'è la Brent Charlie, posta a 180 chilometri a nord-est dalle coste scozzesi. Attiva dal 1976, ha un record quanto mai inquietante. In totale sono sette gli incidenti che la riguardano, in un caso la perdita di gas da una tubatura è ammontata a oltre quattro tonnellate, tanto da causare la sospensione della produzione per diversi giorni. In più di un'occasione l'Health and Safety Executive ha intimato alla Shell di rivedere le misure di sicurezza sulla Brent Charlie, pena l'ordine di chiusura dell'impianto.
Da tempo nel Regno Unito numerosi esperti chiedono la chiusura delle piattaforme costruite e operanti dagli anni Settanta, in quanto ritenute pericolose per la mancanza di lavori di manutenzione adeguati. Ma c'è di più, in passato un consulente della Shell aveva ammesso che l'azienda troppo spesso ignorava le sue stesse procedure di sicurezza.
La francese Total, la danese Maersk, la canadese Talisman e una controllata della britannica BP figurano nel cahier de doléances ottenuto dal Guardian. Il quotidiano, inoltre, riferisce che suoi informatori avrebbero rivelato che la lista degli incidenti più gravi non è che la punta dell'iceberg e che in molti casi gli operai «omettono» di denunciare inconvenienti occorsi per la paura di perdere i loro posti di lavoro. Insomma, di problemi legati all'estrazione petrolifera nel Mare del Nord ce ne sarebbero proprio a bizzeffe.
Nel frattempo la corsa ad allargare la frontiera delle prospezioni petrolifere non accenna a rallentare. La Shell è in prima fila per esplorare i fondali artici di Beaufort e Chukchi e lo stesso governo di Sua Maestà appare molto intenzionato a favorire questo tipo di operazioni. In una recente intervista, il ministro per l'Energia Charles Hendry ha dichiarato che le operazioni della Cairns Energy a largo delle coste della Groenlandia sono «perfettamente legittime», fin quando rispettano le stringenti norme sulla sicurezza vigenti nel comparto in Gran Bretagna. Come appena visto, sulla delicata materia della sicurezza c'è ben poco da avere certezze. Anche la Deepwater Horizon - la piattaforma esplosa nel Golfo del Messico il 20 aprile del 2010 - era ritenuta lo stato dell'arte in materia di impianti estrattivi offshore, in grado di operare in contesti difficili e a rischio.





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