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AMBIENTE
La soglia dell'Artico
Marina Forti
2012.06.06
Stiamo per superare un'altra soglia - un altro passo verso il disastro ecologico. Si tratta dell'atmosfera terrestre: questa primavera diverse stazioni di ricerca - in Alaska, Groenlandia, Norvegia, Islanda e anche Mongolia - hanno registrato per la prima volta almeno 400 parti per milione di anidride carbonica nell'Artico. «Parti per milione», o ppm, è il modo usuale di misurare la concentrazione dei gas: significa quante molecole di un certo gas rispetto a tutte le molecole contenute dell'atmosfera. Dunque una media globale di 400 ppm è vicina - al momento è 396, ma ormai aumenta di circa 2 ppm all'anno. Duecento anni fa, appena prima della rivoluzione industriale, nell'atmosfera terrestre c'erano 274 ppm di anidride carbonica. Poi l'umanità ha cominciato a bruciare carbone, poi petrolio; l'anidride carbonica (e altri gas) ha cominciato ad accumularsi nell'atmosfera, dapprima lentamente poi negli ultimi decenni sempre più in fretta, e la temperatura sul pianeta ha cominciato a salire in modo abnorme.
Quale sarebbe una soglia sicura? I trattati internazionali sul clima non sono precisi: il comitato scientifico delle Nazioni unite, Ipcc, fa appello a contenere il riscaldamento terrestre emtro 2 gradi centigradi in media entro la fine di questo secolo, ma non dice espressamente quale concentrazione di CO2 è consigliabile per questo obiettivo. Un numero ormai ampio di scienziati ed esperti dice che 350 ppm è la soglia da non superare «se l'umanità vuole preservare il pianeta in condizioni simili a quelle in cui la civiltà umana si è sviluppata e in cui si è adattata la vita sulla Terra», come aveva osservato James Hansen, climatologo della Nasa, uno degli scienziati che oltre vent'anni fa avevano dato l'allarme sul riscaldamento del clima - e uno dei fondatori del movimento internazionale chiamato appunto 350.org.
Oggi il problema è che l'umanità conosce perfettamente i dati della situazione, sa abbastanza bene quali conseguenze avrà l'aumento delle temperature, è consapevole dell'urgenza di diminuire le emissioni di gas «di serra». Però cerca scappatoie e non fa nulla, o troppo poco. Questa settimana l'Agenzia internazionale per l'Energia (Aie) ha riferito che le emissioni mondiali di anidride carbonica nel 2011 sono aumentate del 3,2 per cento rispetto all'anno prima, mentre dovrebbero scendere almeno del 3% annuo per stabilizzare il clima. Eppure, non è impossibile diminuire la nostra produzione di CO2. Tutto parte dall'energia: bruciare meno carbone e petrolio, e usare di più le energie rinnovabili a cominciare dal solare e dal vento, poi proteggere le foreste e migliorare le pratiche agricole, che poi significa anche garantire al Sud del pianeta chances di svilupparsi in modo equo. Le ricette non mancano. Già nel 2010 uno studio tecnico pubblicato da Ecofys, uno studio di consulenza energetica olandese, dimostrava che era fattibile passare all'uso totale di energie rinnovabili entro il 2050. Ieri Greenpeace, insieme al European Renewable Energy Council (Erec) e al Global Wind Energy Council (Gwec), ha diffuso un rapporto che delinea una «rivoluzione» energetica basata su più energie rinnovabili e veicoli più efficienti (cioè che usano meno carburante a parità di lavoro svolto), con una roadmap dettagliata su come ridurre dell'80 per cento il fabbisogno di petrolio da qui al 2050, in particolare nel settore dei trasporti (il rapporto si chiama «Energy evolution: A Sustainable World Energy Outlook»). Dice che le rinnovabili potrebbero fornire fino al 90% dell'energia elettrica e per riscaldamento, o oltre il 70% per i trasporti, investendo circa 1.200 miliardi di dollari l'anno (cioè l'uno per cento del Pil mondiale) e creando milioni di posti di lavoro. Tutto ciò è possibile -manca solo la volontà di farlo.
 
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