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PETROLIO, AMBIENTE
Una raffineria al Cairo
Luca Manes
2012.07.11
Il progetto di espansione della raffineria di Mostorod, tra l'omonimo quartiere e quello di Shobra El-Kheima situati nella parte settentrionale del Cairo, beneficerà di ingenti quantità di soldi pubblici, in teoria destinati allo «sviluppo». Tutto ciò nonostante l'impianto si trovi ben all'interno del tessuto urbano della capitale egiziana e vi sia una fortissima opposizione alla sua realizzazione. La raffineria fa capo, tra gli altri, all'Egyptian Refining Company e al private equity Citadel Capital, che ha già fatto sapere in un comunicato ufficiale di aver raccolto i 3,7 miliardi di dollari necessari per i lavori tramite i "soliti noti", ovvero la Banca mondiale (attraverso il suo ramo che effettua prestiti ai privati), la Banca europea per gli investimenti, la Banca africana per lo sviluppo, la cooperazione tedesca e olandese e le agenzie di credito all'esportazione di Giappone e Corea del Sud. Una parte del denaro, per la precisione 462 milioni di dollari, arriva tramite il fondo Efg Hermes, nell'occhio del ciclone per un caso di corruzione che vede immischiati anche l'ex presidente Hosni Mubarak e i suoi figli Gamal e Alaa.
Come riferito dalla Ong inglese Platform, al Cairo circolano voci insistenti di intere famiglie sfollate per realizzare l'opera, senza peraltro che si sia provveduto a rilocarle in maniera adeguata. Ma già la prima fase del progetto aveva portato con sé dei pesanti strascichi. L'inquinamento dell'aria - le emissioni coprono un'area di circa 40 chilometri quadrati - ha provocato un aumento sensibile dei casi di tumori alle vie respiratorie e di forme acute di asma. Inoltre Mostorod ha richiesto un cospicuo quantitativo di acqua, prelevata dal Nilo (intorno ai 6.200 metri cubici l'ora) e dal Canale di Ismailia. Quella stessa acqua, dopo essere stata "processata", è molto probabile finisca di nuovo nel Canale, con tutti i dubbi e le perplessità che si possono immaginare sulla possibile presenza di elementi inquinanti e sui pesanti impatti sulle riserve ittiche. Se alla struttura esistente se ne aggiunge un'altra, è evidente che la situazione può solo peggiorare.
Le compagnie e i private equity coinvolti ritengono che il progetto favorirà la creazione di 600 posti di lavoro, un dato che tuttavia non soddisfa gli esponenti delle comunità locali, i quali invece denunciano che con le conseguenze negative appena citate la raffineria non farà altro che acuire la povertà endemica di quella ampia porzione del Cairo. C'è solo una soluzione da adottare, sostengono: spostare il nuovo impianto fuori dalla zona abitata. Lo hanno scritto a chiare lettere in un volantino distribuito a piazza Tahrir, il luogo simbolo della rivoluzione egiziana.
Insomma, nonostante queste premesse tutt'altro che incoraggianti, le istituzioni finanziarie internazionali sembrano non volersi mai tirare indietro quando c'è da sostenere progetti "sporchi" come la raffineria di Mostorod. Non è una novità, nemmeno in Egitto, dove la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) e la Banca europea per gli investimenti (Bei) l'anno scorso si sono affrettate ad allacciare intensi rapporti con la giunta militare che ha governato nell'immediato post-Mubarak. In passato la Bei aveva già ricevuto la sua abbondante razione di critiche per il controverso progetto per la liquefazione di gas naturale (poi destinato all'export in Spagna) di Damietta. Una lezione che evidentemente non è stata messa per niente a frutto.
Come riferito dalla Ong inglese Platform, al Cairo circolano voci insistenti di intere famiglie sfollate per realizzare l'opera, senza peraltro che si sia provveduto a rilocarle in maniera adeguata. Ma già la prima fase del progetto aveva portato con sé dei pesanti strascichi. L'inquinamento dell'aria - le emissioni coprono un'area di circa 40 chilometri quadrati - ha provocato un aumento sensibile dei casi di tumori alle vie respiratorie e di forme acute di asma. Inoltre Mostorod ha richiesto un cospicuo quantitativo di acqua, prelevata dal Nilo (intorno ai 6.200 metri cubici l'ora) e dal Canale di Ismailia. Quella stessa acqua, dopo essere stata "processata", è molto probabile finisca di nuovo nel Canale, con tutti i dubbi e le perplessità che si possono immaginare sulla possibile presenza di elementi inquinanti e sui pesanti impatti sulle riserve ittiche. Se alla struttura esistente se ne aggiunge un'altra, è evidente che la situazione può solo peggiorare.
Le compagnie e i private equity coinvolti ritengono che il progetto favorirà la creazione di 600 posti di lavoro, un dato che tuttavia non soddisfa gli esponenti delle comunità locali, i quali invece denunciano che con le conseguenze negative appena citate la raffineria non farà altro che acuire la povertà endemica di quella ampia porzione del Cairo. C'è solo una soluzione da adottare, sostengono: spostare il nuovo impianto fuori dalla zona abitata. Lo hanno scritto a chiare lettere in un volantino distribuito a piazza Tahrir, il luogo simbolo della rivoluzione egiziana.
Insomma, nonostante queste premesse tutt'altro che incoraggianti, le istituzioni finanziarie internazionali sembrano non volersi mai tirare indietro quando c'è da sostenere progetti "sporchi" come la raffineria di Mostorod. Non è una novità, nemmeno in Egitto, dove la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) e la Banca europea per gli investimenti (Bei) l'anno scorso si sono affrettate ad allacciare intensi rapporti con la giunta militare che ha governato nell'immediato post-Mubarak. In passato la Bei aveva già ricevuto la sua abbondante razione di critiche per il controverso progetto per la liquefazione di gas naturale (poi destinato all'export in Spagna) di Damietta. Una lezione che evidentemente non è stata messa per niente a frutto.




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