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AMBIENTE, COMMERCIO
Corsa all'oro di Kabul
Giuliano Battiston
2012.07.24
Non solo droni, Predator e cacciabombardieri carichi di armi micidiali, come i quattro Amx italiani che alla fine di giugno hanno bombardato ripetutamente il distretto del Gulistan, nella provincia di Farah: nei cieli afghani volano da qualche mese aerei di natura diversa, e per altri scopi. Aerei armati di una nuova tecnologia, l'«imaging iperspettrale», che attraverso la luce solare riflessa riesce a individuare giacimenti minerari difficilmente riconoscibili con le prospezioni tradizionali, indicandone la natura e, in modo approssimativo, la quantità.
Con questo metodo, promosso dallo U.S. Geological Survey, finanziato dal governo afghano e dalla Task Force for Business and Stability Operations (Tfbso) del Dipartimento della Difesa americano, «è stato mappato il 70% del suolo afghano», ha dichiarato alla stampa con orgoglio Ahmad Tamim, portavoce del ministro afghano per le Miniere, ricordando che si tratta della prima volta che un intero paese viene mappato in questo modo. Non ha nascosto l'entusiasmo neanche Marcia McNutt, la direttrice dello U.S. Geological Survey: «E' come se un giorno qualcuno ti venisse a dire: "darò alla tua agenzia più soldi di quanti non ne abbia mai visti, vi daremo la chiave per scoprire un paese che per 75 anni è stato inesplorato sotto il profilo delle risorse minerarie, e si dà il caso che ci sia una nuova tecnologia mai usata prima per farlo"».
Secondo quanto dichiarato a Radio Free Europe dal portavoce dello U.S Geological Survey, Alex Demas, «le informazioni raccolte hanno permesso di indentificare 24 aree di altissimo interesse minerario», fornendo un aiuto indispensabile «all'industria mineraria». Dietro gli entusiasmi degli studiosi si gioca infatti una partita economica molto importante. Una partita entrata nel vivo nel giugno 2010, quando gli esperti dello U.S. Geological Survey hanno fatto sapere di essersi imbattuti «in un'intrigante serie di vecchie carte e di dati alla biblioteca dell'Afghan Geological Survey di Kabul». Carte e dati raccolti dai sovietici ai tempi dell'occupazione dell'Afghanistan, secondo cui nel sottosuolo afghano si nasconde un vero e proprio tesoro di minerali: oro, ferro, rame e cobalto, magnesio, cromo, nikel, mercurio e litio.
Da allora, su questo potenziale minerario si sono scatenati gli appetiti più diversi. L'ambasciatore afghano negli Stati Uniti, Ekil Hakimi, pochi giorni fa ha ricordato che «paesi come India, Cina, Canada, Turchia e compagnie come Exxon Mobil e Chevron si sono già assicurati contratti per lo sfruttamento delle risorse o hanno mostrato un serio interesse a farlo». Risale al 2008, per esempio, il contratto con cui il China Metallurgical Group si è garantito, per 3 miliardi di dollari circa, il diritto di estrazione del rame dalla riserva di Mes Aynak, considerata la seconda più grande al mondo. E' del 2011 il contratto siglato tra un gruppo di compagnie indiane e il governo afghano per lo sfruttamento della miniera di ferro di Hajigak, nella provincia di Bamiyan.
I circoli politici di Kabul si dicono convinti che il settore minerario possa rappresentare la spina dorsale dell'economia afghana, ancora dipendente dagli aiuti internazionali. Le associazioni della società civile sono invece preoccupate che, con un governo corrotto e un sistema istituzionale fragile e disfunzionale, il paese si dimostrerà incapace di gestire in modo equo e trasparente i profitti delle miniere. Per le strade di Kabul, non troviamo sorpresa né entusiasmo per la nuova tecnologica usata in Afghanistan: «dietro ogni guerra ci sono interessi economici - dice uno dei commercianti del quartieri Deh Afghanan, nel centro di Kabul -, gli stranieri non sono venuti qui per niente. Se ne andranno solo dopo aver portato via buona parte delle nostre ricchezze».
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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