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AGRICOLTURA
Cina, troppe zampe da sfamare
Marinella Correggia
2012.08.17
Alla fine del 2012 la Cina avrà importato almeno 5 milioni di tonnellate di mais, che insieme alla soia è la principale derrata destinata a diventare mangime. Nel 2013 le importazioni saliranno a 7 milioni di tonnellate. E' il 5 per cento soltanto del consumo nazionale di mais, ma è più di tutto il mais importato dal paese nei 25 anni precedenti.
Quando alla fine degli anni 1990 la Cina iniziò a importare fagioli di soia per i mangimi, in America Latina 30 milioni di ettari di terre agricole, foreste, savane e pascoli nel Cono Sud furono convertite a piantagioni di soia per nutrire a basso costo i nuovi allevamenti industriali cinesi, permettendo loro di soppiantare i piccoli allevatori. Anche se allevare un maiale in modo industriale richiede molte più derrate rispetto all'allevamento tradizionale.
La corsa cinese ai mangimi è analizzata dall'organizzazione non governativa Grain nel documento Who will feed China? (che riprende il titolo di un libro di Lester Brown, tra i primi a sollevare il problema già negli anni '90). Grain, rete internazionale che sostiene piccoli agricoltori e movimenti sociali per sistemi alimentari controllati dalle comunità e basati sulla biodiversità, spiega che la fame cinese di mangimi importati ha recato grandi profitti sia a imprese multinazionali come Monsanto e John Deere che vendono sementi, input chimici e macchinari ai produttori brasiliani, sia ai mercanti di cereali e ai produttori di mangimi come Cargill e Bunge che ora controllano l'industria cinese di trasformazione della soia. E si sta facendo strada una nuova classe di multinazionali agroalimentari, quelle made in China, come la statale Cofco e la privata New Hope Group (il suo presidente è la quarta persona più ricca della Cina). Il boom del mais, dopo quello della soia, gioverà a questi stessi attori, che infatti fanno lobby perché siano rimosse le misure pubbliche, fra cui le quote alle importazioni, che hanno protetto la produzione domestica di mais dall'import a buon mercato.
Degli ottocento milioni di agricoltori cinesi, 300-400 milioni si stanno spostando in città. Questo farà crescere la domanda di prodotti agricoli e diminuire l'offerta interna.
Però la Cina non è l'unico paese ad avere un appetito crescente per le derrate agricole. Anche i suoi vicini, Giappone, India, Corea del sud sono in apprensione per la loro futura sicurezza alimentare e si cercano di assicurarsi quote dell'offerta globale. Al tempo stesso, in Africa come in Medio Oriente il deficit alimentare cresce più velocemente che in Asia e i paesi ricchi come le monarchie del Golfo stanno aggressivamente cercando di accaparrarsi il controllo della produzione alimentare fuori dalle proprie (desertiche) frontiere.
Secondo alcuni occorrerà mettere a coltura un altro 20 per cento della superficie del pianeta per sfamare tutti questi appetiti. Aggiungiamo a questa corsa la crescente richiesta di agrocarburantiche competono per derrate quali mais, olio di palma, canna da zucchero. Nel 2011 è finito in etanolo il 27,3 per cento del mais prodotto. E una maggiore importazione di mais da parte della Cina getterà benzina sul fuoco.
Carne a buon mercato per una crescente popolazione urbana: sembrava una facile soluzione alimentare. Ma nel 2008 il prezzo della carne suina volò in alto a causa di un'epidemia, e ora il paese è minacciato da un nuovo round di inflazione alimentare perché la siccità negli Usa fa salire il prezzo mondiale della soia. La crescita della produzione zootecnica è anche fra le principali cause di inquinamento idrico in Cina. E l'appetito urbano per la carne sta portando anche i cinesi a soffrire e morire di malattie del «benessere»: patologie cardiache, diabete, diverse forme di cancro.
Quando alla fine degli anni 1990 la Cina iniziò a importare fagioli di soia per i mangimi, in America Latina 30 milioni di ettari di terre agricole, foreste, savane e pascoli nel Cono Sud furono convertite a piantagioni di soia per nutrire a basso costo i nuovi allevamenti industriali cinesi, permettendo loro di soppiantare i piccoli allevatori. Anche se allevare un maiale in modo industriale richiede molte più derrate rispetto all'allevamento tradizionale.
La corsa cinese ai mangimi è analizzata dall'organizzazione non governativa Grain nel documento Who will feed China? (che riprende il titolo di un libro di Lester Brown, tra i primi a sollevare il problema già negli anni '90). Grain, rete internazionale che sostiene piccoli agricoltori e movimenti sociali per sistemi alimentari controllati dalle comunità e basati sulla biodiversità, spiega che la fame cinese di mangimi importati ha recato grandi profitti sia a imprese multinazionali come Monsanto e John Deere che vendono sementi, input chimici e macchinari ai produttori brasiliani, sia ai mercanti di cereali e ai produttori di mangimi come Cargill e Bunge che ora controllano l'industria cinese di trasformazione della soia. E si sta facendo strada una nuova classe di multinazionali agroalimentari, quelle made in China, come la statale Cofco e la privata New Hope Group (il suo presidente è la quarta persona più ricca della Cina). Il boom del mais, dopo quello della soia, gioverà a questi stessi attori, che infatti fanno lobby perché siano rimosse le misure pubbliche, fra cui le quote alle importazioni, che hanno protetto la produzione domestica di mais dall'import a buon mercato.
Degli ottocento milioni di agricoltori cinesi, 300-400 milioni si stanno spostando in città. Questo farà crescere la domanda di prodotti agricoli e diminuire l'offerta interna.
Però la Cina non è l'unico paese ad avere un appetito crescente per le derrate agricole. Anche i suoi vicini, Giappone, India, Corea del sud sono in apprensione per la loro futura sicurezza alimentare e si cercano di assicurarsi quote dell'offerta globale. Al tempo stesso, in Africa come in Medio Oriente il deficit alimentare cresce più velocemente che in Asia e i paesi ricchi come le monarchie del Golfo stanno aggressivamente cercando di accaparrarsi il controllo della produzione alimentare fuori dalle proprie (desertiche) frontiere.
Secondo alcuni occorrerà mettere a coltura un altro 20 per cento della superficie del pianeta per sfamare tutti questi appetiti. Aggiungiamo a questa corsa la crescente richiesta di agrocarburantiche competono per derrate quali mais, olio di palma, canna da zucchero. Nel 2011 è finito in etanolo il 27,3 per cento del mais prodotto. E una maggiore importazione di mais da parte della Cina getterà benzina sul fuoco.
Carne a buon mercato per una crescente popolazione urbana: sembrava una facile soluzione alimentare. Ma nel 2008 il prezzo della carne suina volò in alto a causa di un'epidemia, e ora il paese è minacciato da un nuovo round di inflazione alimentare perché la siccità negli Usa fa salire il prezzo mondiale della soia. La crescita della produzione zootecnica è anche fra le principali cause di inquinamento idrico in Cina. E l'appetito urbano per la carne sta portando anche i cinesi a soffrire e morire di malattie del «benessere»: patologie cardiache, diabete, diverse forme di cancro.





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