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ETNIE, DIRITTI CIVILI
Dal Sarawak all'Australia
Paola Desai
2012.11.29
Un gruppo di leader indigeni di Sarawak (stato della Malaysia) è in visita in Australia in questi giorni per perorare la propria causa. Sarawak occupa una parte settentrionale del Borneo, immensa isola situata nel sud-est asiatico (è grande più di Francia e Spagna sommate), e per le sue foreste tropicali è considerato il maggiore polmone verde al mondo, per estensione, dopo l'Amazzonia (ed è altrettanto, se non più, minacciato della foresta amazzonica). Ora la causa perorata dai leader indigeni del Sarawak riguarda il progetto di costruire una serie di grandi dighe sui maggiori fiumi dello stato, con il corollario di tutte queste grandi opere: la creazione di grandi laghi artificiali che sommergono foreste e terre abitate e coltivate. E sono andati in Australia per cercare solidarietà e premere perché da questo multimiliardario progetto si ritiri Hydro Tasmania, azienda pubblica australiana (appartiene allo stato di Tasmania). Di questo hanno parlato durante una conferenza stampa nel parlamento australiano, martedì a Canberra. «Gli australiani devono sapere che un'azienda dello stato è coinvolta in un progetto che costringerà a sloggiare ventimila persone abitanti lungo il fiume Baram. E che Hydro Tasmania chiude gli occhi davanti all'impatto di queste dighe sull'ambiente e sui diritti umani», ha detto Peter Kallang, del gruppo Save Rivers (che riunisce i leader di diverse popolazioni indigene di quella regione del Borneo).
Il gruppetto venuto da Sarawak era ospite dei senatori Verdi, che hanno aderito alla causa. «Ormai una diga è stata costruita, con 10mila persone cacciate via. Una seconda diga è a buon punto, la terza è in progetto», spiegava la capogruppo dei Verdi al senato, Christine Milne, durante quell'incontro con la stampa: «Hydro Tasmania non può ignorare le sue responsabilità per il danno che sta provocando a decine di migliaia di abitanti di quei villaggi indigeni».
L'azienda di stato, ha aggiunto il suo collega senatore Lee Rhiannon, continua a mettere tecnici e know how per mandare avanti questo progetto; attraverso la sua consociata azienda di servizi professionali alle imprese, Entura, fornisce management e expertite ingegneristica all'ente elettrico dello stato malaysiano, Sarawak Energy Berhad (Seb). E tutto questo ignorando le crescenti opposizioni che provoca nel Sarawak. Come diceva James Nyurang, capovillaggio della regione del fiume Baram, «se la costruzione della diga andrà avanti io perderò la mia casa e la mia terra. Non so dove la mia famiglia sarà spostata, né di cosa sopravviveremo». Le dighe allagheranno migliaia di ettari di territorio appartenente alle comunità indigene, insiste: «Sarà la fine per il nostro patrimonio naturale, i nostri mezzi di sopravvivenza, la cultura. Ma non staremo a guardare mentre le nostre case, le risaie, gli alberi da frutto andranno sott'acqua».
Le dighe di cui parlano i capivillaggio del fiume Baram sono parte di un progetto faraonico: sembra che il governo del Sarawak, guidato dal chief Minister Taib Mahmud, progetti di sbarrare la gran parte dei fiumi nell'interno dello stato, con un investimento previsto di 105 miliardi di dollari da qui al 2030. Bisogna dire «sembra» perché non c'è molto di pubblicamente annunciato: a riaverlo è un rapporto diffuso dalla Fondazione Bruno Manser. «Le dighe, che vanno avanti sotto una coltre di segretezza, costituiscono un elemento centrale del cosiddetto "corridoio delle energia rinnovabili del Sarawak", progetto che se portato a termine metterà in pericolo il futuro delle popolazioni indigene della Malaysia», dice il rapporto diffuso il 22 novembre (Sold Down the River. How Sarawak Dam Plans Compromise the Future of Malaysia's Indigenous Peoples) - e poi elenca ingegneri ed esperti «prestati» dall'azienda della Tasmania all'ente elettrico malese. Ma la storia delle energie rinnovabili è un alibi, insistono i leader indigeni: per loro quelle dighe significano la fine.
 
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