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Ancona
 
UN MANIFESTO «DIVINO»
1 ottobre 2012 - Se Dio legge il manifesto vuol dire che è comunista. Se Dio è comunista, e si riprende anche i soldi dell'8 per mille accaparrati dal Papa e li consegna al manifesto, è ovvio che l'Inferno e il Paradiso entrino in fibrillazione, al punto da spingere il Diavolo e il Santo Pontefice a stringere un'alleanza per esautorare Dio e mettere Satana al suo posto, mentre al Papa toccherebbe il ruolo di presidente e amministratore delegato della Sacra alleanza a delinquere. Ma il bene, almeno nel teatro delle marionette, ha sempre la meglio e in un comico delirio di bastonate in testa la giustizia trionfa, i maligni perdono e il manifesto si salva con tanto di santa benedizione.
Il teatro «Alla panna» di Senigallia ha messo in scena uno spettacolo esilarante per grandi e bambini, un regalo al manifesto, persino commovente, fin quasi a convincere chi scrive a non gettare la spugna perché questo giornale è un patrimonio collettivo e né chi lo produce né chi l'ha fondato ha il diritto di deciderne da solo la fine. A Senigallia come in cento e cento città d'Italia ci sono compagne e compagni, sinistra diffusa, lettori appassionati, delusi, incazzati che vogliono direla loro, si sentono parte del manifesto. Vogliono sentirsi coproprietari di una storia comune che oggi arranca senza soldi e con poche idee, ma gli uni e le altre possono uscire solo da una sfida collettiva. Roberto Primavera - operaio nel settore alimentare – e Luca Paci – maestro – sono registi e animatori del teatro di marionette apprezzato ovunque a cui va il nostro convinto ringraziamento, così come siamo riconoscenti a Daniele Tantucci, cuoco di classe che ha addolcito i nostri discorsi sulle difficoltà del giornale e sull'impazzimento della sinistra con perfetti piatti ora delicati ora robusti di pesce, tutti a chilometro zero anche perché in questo gioiellino dell'Adriatico non è certo la qualità dell'offerta che manca. Ma un grazie speciale va ai compagni e alle compagne de «La città futura», un movimento che da qualche anno si è radicato a Senigallia, si è fatto anche lista e oggi ha due assessori e due consiglieri comunali. Insieme tra diversi si incontrano iscritti a Sel, al Pdci, ai Verdi e tanti non iscritti se non a una speranza e a una pratica di sinistra. Al termine di una festa di tre giorni che è diventato un appuntamento annuale, La Città Futura ha deciso di organizzare una cena per il nostro giornale che è andata molto bene e ha portato un bel gruzzoletto nelle tasche del manifesto: 70-80 i presenti, una concisa relazione di chi scrive su quel che capita in via Bargoni e tanti capannelli di discussione per capire cosa si può fare insieme con un giornale che «deve essere politico ma autonomo», deve produrre idee e provocazioni, funzionare come nei tempi migliori da catalizzatorie di storie e culture diverse, di sinistra, che temono Monti e il liberismo non meno, semmai più, di Berlusconi. Anche a Senigallia, come nel resto d'Italia, c'è una sinistra diffusa ma anche frantumata e a volte rancorosa, mi è capitato di venire in questa città a fare iniziative con i centri sociali o con il movimento per l'acqua, di parlare con compagni della Cgil e di Rifondazione e della Fiom. «Possibile che non si riesca a merci tutti insieme», mi chiedono, «possibile che il manifesto non possa svolgere questo ruolo?». Ci sono militanti di Sel che pensano, molti non tutti, che il Pd non è l'alternativa alle destre e al montismo ma parte dello stesso problema. C'è chi ci critica per le oscillazioni tra lo schieramento referendario sui temi del lavoro che ha riportato Vendola con il resto della sinistra sociale e politica, e l'inseguimento via primarie di un progetto altro. E c'è chi dice che il problema non è strattonare Vendola ma ricostruire una cultura, una pratica, delle relazioni di sinistra.
La Città Futura è dunque movimento, lista politica e nche giornale, un eriodico autoprodotto che funziona a legame tra soggetti diversi, un egame vitalizzato da ssemblee mensili per rendere conto della delega icevuta ai cittadini e che gli eletti vogliono onorare. Al anifesto sono legati e con il manifesto sono generosi. orse addirittura più di quanto eritiamo. Un ultimo ingraziamento ad Attilio Casagrande e alle ompagne ai compagni che lunedì sera ci hanno regalato una splendida serata.
Loris Campetti
 
Una cena da 8mila e una notte
Successo del circolo marchigiano: vi vogliamo anche nel 2013
Giovedì sera, 23 febbraio, la sala del locale «Equo e Bio» nel popolare quartiere di Vallemiano era gremita come non mai. In tanti/e hanno risposto all'invito del Laboratorio Sociale, da sempre circolo «amico del manifesto», per la tradizionale cena organizzata per raccogliere contributi e abbonamenti per il giornale. Una piacevolissima sorpresa visto che negli ultimi anni l'appuntamento aveva mostrato un po' di stanchezza. Questa volta però, anche da queste parti, la liquidazione coatta amministrativa ha provocato una partecipazione inaspettata. In 85 hanno si sono seduti a tavola per gustare i piatti preparati da Francesco e gli altri cuochi. Una presenza ben rappresentativa della sinistra politica e sociale anconetana: due assessori, una qualificata rappresentanza della Fiom guidata dal segretario regionale Giuseppe Ciarrocchi, e soprattutto lettrici e lettori del nostro «bene comune». A metà serata il presidente del Circolo, Daniele, il nostro subcomandante che nonostante abbia superato i 70 mostra una vitalità degna di un giovane dei centri sociali, ha brevemente riepilogato la ben nota situazione del quotidiano e dopo aver ricordato l'appuntamento dello sciopero del 9 marzo promosso dalla Fiom con i relativi pullman che partiranno anche dalle Marche, ha invitato i presenti a mettere mano al portafoglio. Alla fine abbiamo contato ben 8.030 euro, di cui 3.220 come contributi e 4.810 come abbonamenti. Di questi tempi niente male. Ci siamo lasciati con una certezza: ci vediamo per la cena del 2013.
Sergio Sinigaglia
 
dopo il 25 febbraio
Martedì 28 febbraio alle ore 18 al circolo Laboratorio Sociale in via Cialdini n. 10 - Ancona riunione sulla situazione del Manifesto, dopo la riunione nazionale di Bologna di sabato 25 alla quale era presente una delegazione di Ancona.
 
Cena di sostegno per il Manifesto
Come gli altri anni il Circolo Culturale “Laboratorio Sociale” organizza  presso il Circolo Equo e Bio di Ancona una cena in sostegno del il manifesto che è anche occasione per vederci e scambiarci opinioni e valutazioni politiche.
La cena che era stata prevista per giovedì 9 febbraio è stata spostata a giovedì 23 febbraio, alle ore 20.00
E’ nota a tutti la situazione del giornale, che rischia la chiusura.
Purtroppo questo rischio avviene in un momento in cui c’è più necessità di un collettivo politico che informi, proponga e caldeggi le iniziative della sinistra sociale e politica.
Durante la cena raccoglieremo contributi ed eventuali abbonamenti al giornale fra i compagni/e che ne sono interessati/e.
Si prega di comunicare la partecipazione con anticipo ai seguenti indirizzi telefonici:
Dubbini Daniele tel. 3391122705
Centanni Giancarlo tel. 3477137959
Sergio Sinigaglia tel. 3396523532
Mario Duca tel. 3484773687
Circolo Equo e Bio, via Valle Miano 37, Ancona 
 
Referendum e paese reale
Per molto tempo si è disquisito sulla presunta differenza tra il cosiddetto “paese reale” e il paese legale”. Un concetto ultimamente scomparso dal dibattito pubblico, forse perché ci si è accorti che l’uno è per molti aspetti specchio dell’altro. Insomma che un Paese si merita il governo che ha. In questo senso a proposito dell’era berlusconiana si è ricordato più volte il noto concetto di “autobiografia della nazione” di Piero Gobetti. Però il risultato dei referendum è indubbiamente un segnale forte che mette in discussione molte cose. Innanzi tutto che viviamo in un Paese anestetizzato, dove il protagonismo sociale è ormai venuto meno o è appannaggio di settori minoritari della società. La storia ci ha più volte dimostrato che i movimenti hanno una dinamica carsica, nel senso che raggiunto l’apice, rifluiscono, ma non scompaiono. Anzi, gli attori sociali che ne sono stati protagonisti continuano a lavorare sotto traccia, per poi riemergere, in ambiti diversi e nuove modaità. In questi anni molti hanno denunciato il “riflusso del movimento”, sottovalutando l’impatto che le tante “vertenze” locali hanno avuto tra i comuni mortali. Le innumerevoli Val di Susa hanno seminato una coscienza diffusa proprio sulle tematiche dei beni comuni. Battaglie territoriali che hanno visto molti dei protagonisti della stagione del movimento dei movimenti ritrovare lì le ragioni di un impegno pubblico. Certo, le grandi manifestazioni non c’erano più, ma in compenso la mappa sociale vedeva tante bandierine che rappresentavano decine di resistenze locali. Poi è vero che non si riusciva (e non si riesce ) a fare “rete” , a compiere quel salto di qualità per uscire da una radicata dimensione locale, però la “contaminazione” c’è stata. E ora sta riemergendo anche sul fronte elettorale. Ha ragione Marco Revelli a dire che il blocco sociale che in questi decenni si è ricompattato attorno al berlusconismo, e soprattutto al leghismo, si sta disgregando e le conseguenze si vedono anche nella cabina elettorale. Ogni paragone storico è forzato, ma a metà degli anni Settanta, l’onda lunga dei movimenti di allora, portò a quel straordinario voto del 1975, alle amministrative, con la nascita di decine di giunte “rosse”. Naturalmente la trasposizione è impossibile, ma in qualche modo le due ultime tornate elettorali evidenziano un cambio di paradigma, rispetto al quale indubbiamente la crisi strutturale di questi anni sta influendo. Ma la cosa da valorizzare è quel sentimento comune che ha portato milioni di persone ha mettere in discussione la propria collocazione politica tradizionale e votare ai referendum sulla base di principi e valori non “trattabili”. 
Quando tornammo dal primo social forum di Porto Alegre, molti di noi, andando a raccontare i contenuti emersi in quella prima, incredibile, assise, sottolineavano come si trattava di principi, di questioni, che parlavano a tutta l’umanità, al di là delle differenze sociali, di religione, di cultura. Il tutto venne sintetizzato efficacemente in quel folgorante slogan a Genova: “Voi G8 noi sei miliardi”. 
Qualche amante della “linea politica”, qualche sacerdote del “politicamente corretto” si scandalizzò. Ma era l’affermazione di un punto di vista completamente fuori dai vecchi schemi. Ecco questo “spirito” è riemerso il 12 e 13 giugno su problemi che riguardano il mondo e su cui non c’è “partito” che tenga. E’ anche la dimostrazione di come su una idea di società che metta al centro il “bene comune”, una visione dove il rispetto della persona e dell’ambiente siano inalienabili, è possibile diventare “maggioranza”. Se le cose che scrive Guido Viale, insieme a tanti altri, sulla riconversione ecologica della società, magari a volte un po’ troppo “industrialiste” per i miei gusti, ma indubbiamente idee che delineano concretamente come sia possibile uscire gradualmente dalla società della crescita e del Pil, entrassero stabilmente nell’agenda politica di questo paese ( e dell’Europa) l’uscita dal neoliberismo e dalla sua versione italica, sarebbe più veloce e credibile. Ecco il problema dei problemi. Come dare forza e autorappresentanza alle istanze che ormai emergono diffusamente? Era sconcertante lunedì pomeriggio ascoltare nelle varie trasmissioni televisive la varie facce di bronzo del centrosinistra commentare la vittoria come se fosse farina del loro sacco. 
Ad una trasmissione di Radio 24 ad un certo punto è arrivata una telefonata di un elettore del Pd che ha dichiarato di aver votato tre no e un sì (sul legittimo impedimento) in coerenza con la linea indicata dal partito fino a poco tempo fa. E ha ragione. Dunque vogliono provare a scippare la vittoria, frutto dell’impegno di decine di reti sociali, per i loro giochini da quattro soldi. Sta a noi, tutti insieme, trovare la via giusta per valorizzare questo straordinario successo, per dare sostanza alla reticolare democrazia insorgente e rafforzare la costruzione dell’alternativa alla catastrofe liberista.
 
Sergio Sinigaglia
 
 
 
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La battaglia per l’orario di lavoro non esaurisce la questione del rapporto problematico che le società occidentali contemporanee hanno con la tirannia dell’orologio.
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