Le parole, i pensieri, la prassi
Circolo del Manifesto di Casale Monferrato
SEMINARIO: “Le parole i pensieri la prassi”
INTRODUZIONE
Può darsi che risulti esagerato affermarlo, tuttavia alcuni indizi indicherebbero che la cosiddetta crisi della Sinistra è, in qualche misura, una crisi di linguaggio.
Lo possiamo sospettare se poniamo attenzione al fatto che spesso, sia nello scambio quotidiano di idee sia nelle discussioni più strutturate, non esitiamo a ricorrere ad aggregati di parole molto simili a quelli che caratterizzano il “discorso del capitalista”.
Probabilmente parliamo tali linguaggi perché molti di noi si sono fatti convinti che, solo se ci esprimiamo con i luoghi comuni del dire prevalente, riusciamo a spiegare il nostro essere.
Eppure le parole non sono strumenti inerti per comunicare, a noi stessi e agli altri, pensieri presenti nella nostra mente già prima delle parole che li enunciano: i pensieri sono tutt’uno con le parole che li dicono, non solo perché il pensiero si costruisce unicamente con le parole che lo immaginano, ma ancor di più perché i soli pensieri possibili sono quelli necessitati dalle parole che troviamo preconfezionate nel nostro vocabolario .
Già lo strutturalismo si era chiesto se noi parliamo liberamente un dato linguaggio o se ne siamo parlati e, ancor prima, Wilhelm von Humboldt aveva suggerito che una data lingua non solo esprime ma ancor più produce il punto di vista che del mondo ha il popolo che la parla.
Se è lecito applicare questa teoria alla fenomenologia del discorso della Sinistra risulta più facile comprendere che la sua crisi nasce dal non usare più - e dal non usare ancora - parole che immaginino e comunichino una visione del mondo e una prassi (“le parole sono azioni”, ci ricorda Wittgenstein) autenticamente alternative.
Così un linguaggio, in origine non nostro ma che da tempo acriticamente utilizziamo, finisce per essere un importante dispositivo della debolezza del discorso della Sinistra (e non solo di quella riformista!).
Le parole possiedono una forza di gravità che ne attira altre a formare aggregati discorsivi che diventano inevitabili; particolarmente alcune sono simili a buchi neri di senso dai quali il parlante - fosse pure di sinistra -, una volta catturato, non può più sfuggire.
Molte di esse - competizione, crescita economica, risorse, innovazione, meritocrazia, pari opportunità, efficienza, eccellenza, interesse comune, governabilità… - hanno così colonizzato, forse addirittura infettato, anche l’intelletto generale della Sinistra che non sembra più in grado di rappresentarsi un immaginario, un simbolico e un reale differente da quello mainstream.
Tuttavia se non è mai tempo di tacere, ancor meno lo è al tempo in cui nuove parole stanno annunciando che la crisi del capitalismo si fa sempre più concreta.
Tra queste parole ne sottolineiamo tre: beni comuni, decrescita, reddito di esistenza.
Sappiamo bene che il loro senso - cioè il significato e la direzione - è ancora impreciso e non univoco perché ancora non è consolidata la prassi che le fonda. Queste parole, infatti, nascono e crescono soprattutto nei movimenti della società reale quali la mobilitazione per l’acqua pubblica, l’opposizione del popolo noTAV, le lotte non corporative della FIOM…; nascono cioè da movimenti autenticamente di Sinistra, da pratiche di indignazione e resistenza sociale che però si ritrovano prive di sponde politiche istituzionali alle quali riferirsi.
Proprio a queste parole il Circolo del Manifesto di Casale Monferrato dedicherà le discussioni seminariali dei prossimi mesi.
PRIMO SEMINARIO
IL BENE COMUNE
“Noi non «abbiamo» un bene comune (un ecosistema, dell’acqua) ma in gran misura «siamo» il bene comune (siamo acqua, siamo parte di un ecosistema urbano o rurale)”.
(Ugo Mattei: Il Manifesto, 27/11/2010)
Non è da moltissimo tempo che l’espressione “beni comuni” è comparsa la prima volta - o ha assunto un senso che prima non aveva - nel discorso della Sinistra.
Probabilmente pochi di noi ricordano dove e quando l’hanno udita o pronunciata per la prima volta, dove e quando per la prima volta l’hanno letta o scritta; quello che importa è che, da quel momento, qualcosa di nuovo è apparso nel linguaggio e nella prassi della Sinistra.
La novità di questa espressione sta nel fatto che essa si è originata non da un pensiero individuale ma dalla prassi di movimenti di lotta, quelli per l’ambiente, la pace, il lavoro, l’alimentazione, la cultura, il genere, la dignità, la bellezza… In questi momenti e spazi di mobilitazione dal basso essa è stata la scoperta di una nuova o prima inespressa dimensione collettiva che nasce da contenuti e gesti antagonisti e di essi si carica.
Infatti si può sostenere che i beni comuni non si danno spontaneamente in natura ma che iniziano a esistere come prodotti storici delle pratiche reali con le quali la moltitudine resiste alle recinzioni imposte o tentate da una minoranza di predoni; i beni comuni sono cioè epifanie e contenuti della lotta di classe.
Sbaglieremmo perciò a immaginare i beni comuni come uno strumento possibile di pacificazione sociale; al contrario essi definiscono i nomi in cui si articola il nuovo antagonismo che emerge nella contemporaneità, quello che collega il conflitto storico tra capitale e lavoro a quelli più recenti tra produzione umana e ambiente, tra sociale e biologico.
I beni comuni di conseguenza annunciano una nuova soggettività di lotta che non è solo resistenza sociale e disobbedienza civile ma che apre anche all’antropologico e al biologico; essa si fonda sulla consapevolezza, finalmente acquisibile dalla specie umana, di condividere la propria casa con tutti gli altri esseri viventi, animali e vegetali.
Prima delle lotte per i beni comuni la sinistra riformista immaginava - e ancora si attarda a immaginare - il progresso sociale dentro espressioni vaghe come la promozione del “bene pubblico” e dell’“interesse comune”; nella chiacchiera televisiva quotidiana, esse suonano ancora come dichiarazioni di sinistra ma, a ben guardare, risultano ingannevoli veicoli di ideologia liberista.
Infatti, i beni pubblici rimandano ai soliti criteri economicistici di efficienza, produttività e valorizzazione che sussistono anche quando il titolare della proprietà del bene è lo Stato; l’interesse comune rappresenta un modo dell’ingannevole narrazione interclassista che da sempre giustifica le società inique, dall’apologo di Menenio Agrippa ai “ma anche” di Walter Veltroni.
La differenza specifica che marca la frattura epistemologica tra i “beni comuni”, da un lato, e il genere prossimo “beni pubblici” e “interesse comune”, dall’altro, rende invece possibile il rilancio della Sinistra anticapitalista, ma solo nella misura in cui le lotte per i beni comuni sapranno produrre una teoria e una prassi - quella del Comune - che finalmente oltrepassi il conflitto classico tra privato e pubblico.
La sconfitta storica del Socialismo Reale è nata anche dal fatto che la soluzione del conflitto privato/pubblico in senso collettivistico si è mostrata inadeguata ai compiti che si proponeva.
Se pure è generalmente meglio per la moltitudine vivere in una società socialista piuttosto che in una liberista, tuttavia la semplice abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione non è stata la condizione sufficiente per uscire dalla condizione umana prodotta dal Capitalismo né per tale fine può essere ancora rincorsa.
La storia ha dimostrato, forse in maniera definitiva , che il modo di produzione capitalistico si riproduce anche sotto il comando socialista.
La categoria astratta del Comune diventa allora il punto di riferimento per coloro che hanno come obiettivo storico e antropologico la liberazione dell’uomo dalla necessità e dalla paura..




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