sabato 16 febbraio 2013
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Interventi per l'incontro dei circoli a Bologna
 
UN PROGETTO, UNA PIATTAFORMA, ALCUNI OBIETTIVI
Dal Circolo di Padova
 
Sabato a Bologna ho deciso di esserci. Spero di capire di più sulla situazione attuale del giornale. Da parte mia non so bene cosa dare o fare di più per non far morire il giornale, oltre essere azionista e abbonato (col nome di mia moglie) e regalando un secondo abbonamento. Inoltre con il circolo del Manifesto di Padova contribuisco alle varie iniziative per far conoscere il giornale. Sono del parere che o cresce il numero di compagne/i che lo comprano e lo leggono oppure non se ne esce. So della difficoltà ad organizzare e produrre un giornale fin dagli anni 60 e 70 quando, se pur in una realtà locale e piccola, assieme ad altri compagni dell’Assemblea Autonoma di Porto Marghera producevamo un foglio “Controlavoro” e una rivista “Lavoro Zero” da distribuire nell’area industriale e nel territorio veneziano nelle fabbriche, nelle scuole e nei quartieri. L’unico consiglio che riesco a dare al Manifesto è che cerchi 
di essere sempre una finestra aperta, che dia spazio a tutte quelle idee e 
organizzazioni, associazioni che escono dall’accettazione del pensiero unico di “governance” della situazione attuale e che dia meno spazio alle beghe dei vertici partitici e sindacali e più ai movimenti reali. Quello che Sabato voglio conoscere e capire chi sono, cosa fanno, come leggono la fase attuale queste/i compagne/i dei “Circoli del Manifesto”. Vorrei cominciare con alcuni concetti:

LA FASE ATTUALE – Dal 2007, in Europa e in Italia, il numero dei disoccupati continua ad aumentare. Aumenta la disoccupazione di lungo periodo e la disoccupazione giovanile aumenta non solo perché lavoro non ce n’è, ma anche perché in tutta Europa si è allontanato per tutti il momento della pensione. 
Negli anni ’90 si calcolava che per mantenere l’occupazione stabile il Pil 
doveva crescere del 3%. Oggi a seguito dei processi di innovazione tecnologica, della diffusione dell’informatizzazione e dell’aumento della produttività del lavoro si perdono più rapidamente posti di lavoro per cui quella percentuale di crescita è insufficiente e le stime europee sono sotto zero o poco più. Il salario medio, in termini reali, e le condizioni lavorative sono peggiorati in tutta Europa e più ancora in Italia. Ora discutere se questa crisi è simile a tante altre passate oppure no è senz’altro utile, ma secondo noi è sbagliato credere che se ne possa uscire attraverso una crescita della produzione e dell’occupazione, aumentando la competizione sul costo del lavoro e con un aumento dei consumi  a prescindere. Siamo infatti già in una fase di sovrapproduzione e nello stesso tempo di contrazione dei consumi per mancanza di salario. Ci dobbiamo inoltre confrontare con una crisi ambientale grave a tal punto che i suoi effetti sono evidenti e palpabili nella nostra vita quotidiana: aumento della concentrazione di anidride carbonica e di altri gas nell’atmosfera e mutamenti climatici; impoverimento della fertilità del suolo; distruzione delle foreste e della biodiversità; erosione del suolo con 
conseguenti alluvioni e frane; congestione delle città; inquinamento industriale; montagne di rifiuti che nessuno sa dove mettere. Qualsiasi 
ragionamento attorno alla crisi e alla precarietà e a possibili vie d’uscita non può prescindere da consumi socialmente ed ecologicamente compatibili, favorendo quelli che più contribuiscono al benessere sociale.

LA PRECARIETA’ - E' la condizione strutturale su cui si è riorganizzato negli ultimi 30 anni in Italia e nei Paesi Occidentali il sistema produttivo, il quale ha quindi modificato condizioni di lavoro e di vita degli individui. E’ il prodotto di processi di frammentazione, individualizzazione, deregolamentazione delle attività produttive e di un progressivo trasferimento del rischio d'impresa verso i lavoratori. 
Tra i precari troviamo molti lavoratori della conoscenza. Nonostante la retorica istituzionale sulla necessità dei paesi occidentali di transitare 
verso  modelli di società che valorizzino la conoscenza, gran parte di questi lavoratori, ossia coloro che utilizzano principalmente le proprie capacità intellettuali, cognitive, relazionali, linguistiche, esperienziali all'interno della propria prestazione lavorativa, sperimentano condizioni di lavoro e di vita che parlano invece di una “guerra all'intelligenza”. Detto questo non si può nemmeno negare che soprattutto in alcuni settori (agricoltura, edilizia, tessile e abbigliamento, servizi alla persona) una quota consistente della ricchezza è prodotta grazie allo sfruttamento intensivo del lavoro irregolare. 
L'organizzazione della produzione nella grande fabbrica verde che produce per la Grande Distribuzione ricorda il sistema delle piantagioni: 12 ore di lavoro o più, intermediazione fatta da caporali che si arricchiscono pagando i lavoratori 25 € alla giornata e costringendoli a comprare in esclusiva da loro servizi di base come il cibo e il trasporto, accampamenti di fortuna lontani dalle città. E’ vero che molti lavoratori per lo più dell'industria hanno un contratto che non ha una data di scadenza (anche se sempre più in calo visto che ormai gran parte delle nuove assunzioni sono con contratti atipici), ma questa condizione non è più sufficiente a proteggere dalla precarietà. Certo i lavoratori a tempo indeterminato hanno diritti, tutele e salari quasi sempre maggiori di quelli dei precari dei call center o della ricerca, ma le differenze si stanno smussando sempre di più, perché il ricatto occupazionale viene fatto pesare dalle imprese, specie in periodi di crisi, con più facilità in assenza di sostegni alla continuità del reddito (vedi Fiat e non solo). 
Per questo i diritti e la continuità di una retribuzione\reddito dignitoso non 
possono dipendere dal posto occupato in un dato momento della nostra vita lavorativa, ma devono essere garantiti a tutti\e e sempre. Non è il posto fisso che si cerca, ma le garanzie conquistate col contratto a tempo indeterminato. 
Per fare questo bisogna eliminare tutte le forme di lavoro atipico. Sostenere che bisogna far costare di più il lavoro atipico significa entrare dentro la logica che si possono monetizzare i diritti. E quanto valgono i diritti come ferie, malattia, maternità, il tempo indeterminato e l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori nella nostra esistenza?
Ci si deve però anche battere per ricomporre il mercato del lavoro: quasi tutte le figure precarie possono rientrare nel tempo indeterminato, quelle che non vi rientrano possono essere ricondotte al lavoro autonomo. Il lavoro autonomo senza nessun dipendente deve avere però agevolazioni fiscali e un trattamento normativo di sostegno, diverso da quello dei professionisti degli ordini e delle imprese. L’elenco delle leggi e dei contratti che hanno aumentato la precarietà sarebbe lunghissimo e nessun referendum abrogativo di questa o quella legge può risolvere questa situazione, ma solo le lotte che partendo dai posti di lavoro riescono a coinvolgere tutti i soggetti che intendono eliminare la precarietà indipendentemente dalla loro collocazione nel mercato del lavoro. 
Di fronte alle 46 forme di contratti atipici si parla di lasciarne 4 o 5, facendo passare ciò come una vittoria, mentre non sarebbe altro che una 
scrematura di tutte quelle forme contrattuali che neppure il padrone usa. Appunto al padrone servono quelle 4 o 5 forme “atipiche” per continuare come ora a trasferire il rischio d’impresa al lavoratore; a spostare continuamente il salario fisso nominale verso la porzione variabile, da una parte con l’uso del cottimo, dei carichi di lavoro, dei ritmi, dall’altra parte con l’eliminazione degli aumenti automatici in busta paga, dalla scala mobile negli anni 70, alle varie riforme delle pensioni creatrici dei futuri nuovi poveri. 
Inoltre cresce lo spostamento del tempo di lavoro pagato verso quello gratuito, fenomeno che le donne conoscono bene e che sta investendo sempre di più anche la vita degli uomini: tempo di vita liberato dal lavoro diventa tempo di lavoro non pagato. 
La vittoria sui referendum per togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua va contro corrente e ora la strada per applicarli sarà tutta in 
salita, e dovrà ricominciare dalla battaglia di “obbedienza civile” per costringere gli Aato ad eliminare il 7% della remunerazione del capitale dalla bolletta. Spero che i “circoli del Manifesto” siano tutti dentro questa lotta con la speranza che da questa “lotta diretta e organizzata” si riuscirà a vincere non solo sull’acqua, ma bloccare le privatizzazioni che l’attuale governo vuol fare su tutti i servizi pubblici locali.
La lotta contro il precariato può essere vinta solo se riusciamo a ricomporre la stratificazione del lavoro così come lo conosciamo oggi, e per questo si devono tenere unite quattro rivendicazioni: 
1. democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro… e in parlamento; 
2. contratti nazionali e diritti per tutti; 
3. salario minimo garantito; 
4. reddito minimo garantito.

1. Democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro…
Sono diritti che non possono rimanere fuori dai luoghi di produzione. Bisogna sancire che il lavoratore ha il diritto di votare e scegliere su ogni 
contrattazione e sull’elezione dei suoi rappresentanti, togliendo a tutti i 
sindacati la garanzia del terzo degli eletti, come esiste ora per Cgil, Cisl, 
Uil. Quello che sta succedendo oggi è il tentativo di costruire una “casta” 
anche all’interno dei posti di lavoro, simile a quella che esiste fuori da 
essi, nella società civile, con privilegi e diritti in più rispetto ai comuni 
cittadini\lavoratori. 
Bisogna quindi ridefinire un sistema di regole e di garanzie che restituiscano ai lavoratori, e a coloro che da essi sono direttamente eletti, diritti e prerogative che ad oggi sono invece di esclusiva pertinenza delle 
organizzazioni sindacali “collaborazioniste”, chi non firma è escluso.
Innanzitutto ogni lavoratore deve poter esercitare senza alcuna discriminazione i propri diritti a prescindere che sia “garantito” o precario, pubblico o privato, che operi in un’azienda con più o meno di 15 dipendenti. 
Le elezioni devono essere aperte a tutte le liste proposte dai sindacati o 
direttamente presentate e sottoscritte dai lavoratori.
Le trattative dovranno obbligatoriamente essere precedute da una fase 
preliminare di informazione e di consenso dei lavoratori interessati, 
attraverso l’approvazione di piattaforme.
Una volta definita un’ipotesi di accordo, i sindacati non potranno firmare 
nulla con la controparte senza passare prima attraverso le assemblee dei 
lavoratori interessati, con voto segreto e con modalità che consentano 
l’effettiva partecipazione al voto delle persone coinvolte.
…e in parlamento
L’obiettivo deve essere quello di portare una vera democrazia in tutti i luoghi in cui si decide della nostra vita: all’interno del posto di lavoro e 
ovviamente nelle istituzioni pubbliche mediante una vera riforma elettorale. 
Porcellum o Mattarellum non possono essere gli unici sistemi elettorali tra i quali possiamo decidere. Il proporzionale è il metodo più democratico! Certo, possiamo discutere di un limite al di sotto del quale non si è rappresentati. 
Inoltre, non si può permettere il cambio di casacca una volta eletti, come non si può creare un gruppo parlamentare se non si passa attraverso l’elezione, non si può avere un vitalizio né per un giorno di permanenza come eletto, né per 10.000 giorni. I contributi sullo stipendio da eletto andranno ad aumentare la pensione formata dai contributi della propria vita lavorativa e l’importo dello stipendio dovrà essere adeguato alla media degli stipendi italiani. Nessun doppio incarico e dopo due mandati si lascia. 
Non possiamo accettare che persone che non sono state elette decidano sulla nostra vita: e questo vale sia per i c.d. governi tecnici nazionali sia le istituzioni europee (commissione e BCE) e quelle internazionali (FMI, Banca Mondiale). 

2. Contratti nazionali e diritti per tutti
Nessuna deroga deve essere consentita ai contratti nazionali che anzi, dovranno essere riuniti e ridotti a poche unità dai circa 400 oggi esistenti. I contratti aziendali, che oltretutto oggi riguardano una minima parte dei 
lavoratori, possono essere solo migliorativi e a favore del lavoratore. 
Il contratto metalmeccanico per le industrie metalmeccaniche (non per tutti i metalmeccanici) in scadenza al 31/12/2011, e che la Fiom, lasciata sola da Fim e Uilm tenta di rinnovare, contiene alcuni punti di resistenza che comunque non possono essere unificanti. Questo perché la Fiom accetta i contratti a tempo determinato e di somministrazione, anche se richiede una diminuzione della loro durata a 24 mesi e una indennità pari al 25% del monte retributivo percepito dal lavoratore per il periodo di permanenza in azienda se a scadenza il contratto non viene trasformato in tempo indeterminato. Nello stesso tempo però non pone nessun divieto all’uso di queste figure precarie, né nessun vincolo alla sua trasformazione a tempo indeterminato. D'altronde non si può credere che i problemi della precarietà possano essere risolti attraverso il contratto metalmeccanico e che la Fiom, dopo la svolta del 2009 nelle relazioni sindacali, possa da sola risolverli. Quello che si deve fare è non lasciare da sola la Fiom, la quale deve considerare l’esistenza di confederazioni di sindacati di base con cui deve dialogare; e il sindacalismo di base deve riconoscere questa nuova fase sindacale.

3. Salario minimo garantito (SMG)
Una rivendicazione unificante è la richiesta di un SMG.. Per me questo potrebbe essere di 1.200 euro netti mensili per la categoria contrattuale più bassa, legato al costo della vita calcolata dai dati Istat e per un orario di lavoro di 40 ore settimanali. Salari bassi e stagnanti, combinati con un facile accesso a mutui ipotecari e prestiti al consumo, si sono risolti in un rapido aumento del debito delle famiglie.
Il SMG è un diritto che va a sommarsi a quelli che formano il salario indiretto come ferie, malattia, maternità, TFR, pensione e dovrebbe essere garantito a tutti. Contro chi cerca di trasformare i diritti del lavoro in semplici diritti commerciali dovremmo rivendicare il fatto che i diritti del lavoro devono diventare personali e quindi prescindere dal tipo di impiego. 

4. Reddito minimo garantito (RMG)
L’Unione Europea riconosce il diritto ad un reddito minimo garantito come 
diritto sociale fondamentale nell’art. 34 terzo comma della Carta di Nizza, ma “secondo le modalità stabilite dal diritto dell’Unione e legislazioni e prassi nazionali”. Due risoluzioni del Parlamento europeo del 2008 e del 2010 hanno invitato gli stati a dotarsi di schemi di reddito garantito in grado di assicurare un’esistenza dignitosa attraverso un reddito “adeguato”, che offra un’equa partecipazione del singolo alla vita culturale, sociale ed economica in cui è inserito e pari almeno al 60% del reddito mediano di ciascun paese. A fronte dei tanti casi di fallimento individuale e collettivo all'interno del paradigma del pieno impiego, occorre mettere a tema la possibilità di un superamento del nesso tradizionale tra prestazione lavorativa e garanzia dei mezzi di sussistenza. 
Da questa auspicabile dissociazione tra assicurazione dei mezzi vitali e prestazione lavorativa risulterebbe non tanto la distruzione del lavoro in 
quanto tale, come temono i conservatori (che vedono catastrofi in ogni 
innovazione) e neppure lo scioglimento della attuali attività lavorative in una dinamica sociale interamente liberata (come pensa chi vede il reddito garantito come panacea di tutti i mali). Piuttosto e più laicamente, io credo risulterebbe una sorta di equiparazione tra la sfera del lavoro e la sfera del non-lavoro. A ciò che esula dalla sfera lavorativa formale verrebbe data dignità sociale almeno pari a quella che si è soliti attribuire al lavoro salariato e oggetto di scambio sul mercato. La crisi economica ha messo a nudo, in modo drammatico, le carenze di un sistema di protezione sociale, incapace di offrire tutele adeguate ai soggetti più esposti ai rischi di esclusione sociale, primi fra tutti giovani e lavoratori precari e quello che la “madonna piangente” la ministra Fornero sta prospettando è puro e semplice peggioramento.
La rivendicazione di un reddito minimo garantito di 600 € mensili (valore del reddito di povertà che oggi è stabilito in Italia per una persona singola) per tutti i residenti in Italia (nativi o migranti) di età compresa tra i 18 anni fino alla morte è più che fattibile. La somma potrebbe essere erogata in parte mediante servizi e modificata nel caso si fosse proprietari o no di casa; l’erogazione dovrebbe essere incondizionata e cumulabile con il salario e altri redditi fino all’ammontare della cifra del salario minimo garantito, cioè 1.200 € netti mensili. 
Alcuni esempi esemplificativi:
a) se si trova un lavoro part-time di 400 € mensili, i 600€ del reddito minimo garantito si sommano e si percepisce un reddito complessivo di 1.000 €;
b) se si trova un lavoro, sempre part-time di 800€, dei 600€ del reddito minimo garantito ne rimangono 400 € perché si supera la cifra del salario minimo garantito di 1200 €;
c) se si trova un lavoro con un salario superiore a 1.200 €, il reddito minimo garantito viene tolto completamente.
Questo meccanismo legato alle altre garanzie e al salario minimo garantito fornisce la sicurezza base per cercare e trovare un posto di lavoro che almeno si avvicini alle proprie aspettative, permettendo una vera flessibilità scelta dal lavoratore.
Va a sostituire tutte quelle erogazioni sociali non dovute a versamenti di 
contributi (esempio le pensioni sociali, la mobilità e la mobilità in deroga), 
mentre non devono diventare merce di scambio e tanto meno devono essere privatizzati i servizi sociali primari come istruzione, salute, previdenza, trasporti ecc..
Non va ad aumentare il lavoro nero se legato alle prime tre rivendicazioni. 
Comunque il lavoro nero si combatte con controlli delle apposite strutture 
facendo funzionare l’agenzia delle entrate  e non boicottando  l’introduzione del reddito minimo garantito. Semmai verso la soglia dei 1.200 € il RMG potrebbero funzionare anche come meccanismo di autoriduzione del tempo di lavoro, in special modo se si agevolasse chi volesse ricorrere al part-time.
Il finanziamento del reddito minimo garantito (RMG) 
Alcuni dati:
1) Utilizzando i dati della Commissione di indagine sulla povertà e l’esclusione sociale e la banca dati della Caritas, si è calcolato, un costo 
complessivo, al netto dei sussidi al reddito già esistenti, pari circa a 5,2 
miliardi per garantire un reddito minimo coincidente con la soglia di povertà relativa (euro 600 al mese). Anche se fosse di più il problema non è della sua più o meno presunta praticabilità, ma di volontà e di scelta politica. 
2) Nel 2010 l’Istat stima che il lavoro in nero sia di 2,5 milioni di unità, la 
maggior parte donne. L’imposta evasa in Italia (anno 2011) calcolata 
dall’Associazione Contribuenti italiani e divisa in settori è:
ECONOMIA SOMMERSA  (cioè i 2,5 milioni di lavoratori in nero) 34,3 miliardi di euro
ECONOMIA CRIMINALE 78,2 miliardi di euro
SOCIETA'  DI CAPITALE (il 78% delle società di capitali dichiara redditi 
negativi o meno di euro 10 mila) 22,4 miliardi di euro
BIG COMPANY (con conti off-shore e società estere) 37,2 miliardi di euro
LAVORATORI AUTONOMI E PICCOLE IMPRESE (mancata emissione di scontrini, ricevute e fatture fiscali) 8,2 miliardi di euro.
Per un totale  di 180,3 miliardi di euro.
3) Una piccolissima percentuale sulle transazione finanziarie è sufficiente a coprire il RMG oppure una patrimoniale che tocchi solo il 10% dei cittadini più ricchi.
4) Le spese militari e sulle missioni “umanitarie”, le consulenze milionarie e 
le società partecipate decise per accontentare gli amici degli amici, 
porterebbero le risorse non solo per finanziare un RMG, ma per diminuire il 
nostro debito pubblico senza dover privatizzare i beni e i servizi comuni 
(acqua, energia, trasporti, rifiuti ecc.) trasformandoli in beni e servizi di 
lusso
7) Il sostegno al reddito in Italia rispetto ad esempio alla Danimarca è di 3-4 volte inferiore
8) L’Europa i soldi per salvare le banche li trova sempre. Gli Stati Uniti tra 
il 2007 e il 2010 hanno erogato a banche e imprese, con lo scopo di “salvarle” e senza interessi, 16 mila miliardi di dollari. Vuol dire che quando si parla di “mercati” questi hanno sempre un nome e un cognome.
Tutto questo lo sto discutendo con altre/i compagne/i a Padova perché non discuterlo anche con voi?

GIANNI SBROGIO'

 
CI VUOLE UNA SOLUZIONE ECCEZIONALE....
Dal Circolo sardo

Sappiamo che presumibilmente l’attuale gravissima crisi del nostro quotidiano cartaceo non può essere risolta solo con le nostre iniziative, ma con una soluzione eccezionale. 
Ciò accresce la necessità di una discussione su quello che il manifesto 
rappresenta e può rappresentare nell’informazione comunista e di sinistra. 
Ricordiamo che nell’ultima riunione romana alla quale abbiamo partecipato si era già ben individuato l’obiettivo del potenziamento del manifesto attraverso i circoli, che  possono essere il nostro editore collettivo e i nostri 'occhiali' sulle varie realtà. 
Gli occhiali ‘territoriali’ – come abbiamo già sottolineato - potranno avere la natura, attraverso i circoli, di ‘occhiali collettivi’ più che individuali: 
ogni territorio dovrà essere sottoposta a un processo di integrazione 
cognitiva; in particolare, per la nostra isola, emendando la retorica del 
‘luogo lontano un po’ originale’ e dall’aura che rende ’da lontano’ suggestivi 
fenomeni non sempre e non tutti positivi, sia nel riformismo (vedi Renato Soru) sia nell’indipendentismo. 
Questo per noi non significa il depotenziamento della redazione ‘esperta’, 
quanto una più forte relazione, necessariamente circolare e più permeabile, mediante la rete dei circoli, fra afflusso notizie e realtà e 
traduzione/interpretazione giornalistica militante. Sappiamo bene quanto ciò sia difficile, ci sembra però fondamentale per ottenere una presenza del quotidiano diffusa in tutto il territorio del paese (l’aumento delle vendite passa anche attraverso questo nuovo rapporto). 
Questa rete non deve interrompersi nei momenti più difficili. Al contrario 
dovrebbe rafforzarsi potenziando la sua presenza web. 
Ci domandiamo se possa servire la nostra esperienza e se la presenza di un ‘periodico web’ possa essere utilmente ‘riprodotta’ in molti territori (la 
illustriamo nella seconda parte di questo documento).

TEMI
Temi fondamentali sembrano dover essere il lavoro e la sua trasformazione per uno sviluppo sostenibile del territorio e dei beni comuni, quest’ultimo con crescente evidenza. 
I problemi dell’energia, del paesaggio, dei beni culturali, delle identità e 
delle migrazioni. 
Merita particolare attenzione il tema del lavoro e della sua relazione con il 
mutamento della società, sia quello tradizionale sia quello cognitivo, sia 
quello dipendente che quello ‘autonomo’ nelle nuove dinamiche e letture di 
‘Quinto Stato’. 

DIBATTITO A SINISTRA
La storia del manifesto ha una sua precisa nascita, un suo sviluppo ed anche differenziazioni epocali. Pur tuttavia ci sembra da mantenere, nel solco dell’eresia comunista la cui qualificazione ci appare ancora irrinunciabile, il valore di luogo d’incontro, discussione critica e registrazione delle diverse ‘anime’ della sinistra generatasi dalle esperienze comuniste italiane. Ci sembra essenziale, affinché il manifesto e la difesa della sua esperienza diventi davvero patrimonio condiviso, evitare il più possibile sbilanciamenti particolari verso una piuttosto che altre delle esperienza politiche in corso.

INTERAZIONI TERRITORI/NAZIONALE
Ci piace l’idea che il quotidiano cartaceo possa ospitare costantemente un tema ‘Regioni’ con una/due pagine, magari con due regioni per volta a rotazione suggestivamente ‘per contrasto’: ad esempio: Piemonte e Puglie, Liguria e Basilicata, Veneto e Sardegna. 
Per quanto ci riguarda i pezzi sarebbero selezionati, ed eventualmente adattati per misura, da quelli prodotti normalmente per il nostro sito on line. 

DISTRIBUZIONE
Un problema di particolare gravità, al quale vorremo lavorare, è quello della distribuzione del quotidiano nell’isola, spesso assente dalle edicole. Il 
generoso sforzo di ‘tariffe’ differenziate negli abbonamenti per le isole non 
risolve a nostro parere l’assenza cartacea, il suo valore materiale e 
simbolico. 
Vorremo riprendere tutta la questione – oltre che alle classiche iniziative di ‘sottoscrizione’ - provando ad organizzare alcune distribuzioni in giornate particolari, da concordare mediante richiesta di copie, e potenziare in ogni caso il bacino dei lettori, anche per capire – sapendo quale sarebbe la ‘massa critica’ necessaria per non rendere passiva la stampa in Sardegna – lo sforzo necessario per aumentare consenso (riteniamo ovviamente che una crescita del consenso dipenderà dalla nostra capacità di cogliere e comunicare almeno una parte dei processi e dei soggetti reali del territorio). 


L’ESPERIENZA DEL MANIFESTO SARDO
Inizio: 30 aprile 2007
Uscita: +o- quindicinale
Piattaforma Wordpress
Redazione
Rete di collaboratori
Impegno coordinato per caricamento testi, scelta e inserimento immagini, 
editing, mailing list.
Abbiamo sinora realizzato una nicchia relativamente stabile e seguita, in 
crescita e consolidamento (con una media fra le 6000-6500 visite mensili e le oltre 12000 pagine viste), raccogliendo attenzione regionale e nazionale e visite mirate da diversi paesi esteri.
Nella nostra isola, attraverso l’esperienza editoriale sul web del manifesto 
sardo che ha quasi raggiunto cinque anni di (costante) presenza, abbiamo intanto costruito una rete che condivide un’elaborazione politica e culturale inserita nell’identità e nella traccia de ‘il manifesto’ quotidiano comunista. 
Da questo punto di vista il manifesto sardo, generato dall’Associazione Luigi Pintor, continuerà la sua tradizione editoriale, nel solco della storia 
manifestina, di luogo di proposta classico e ospitale. 

LABORATORIO SARDEGNA
Se talora si abusa del concetto di ‘Sardegna come laboratorio (tutti i luoghi lo possono e lo debbono essere), è certamente vero che la soluzione di alcuni temi posti dall’isola presenta interesse che va oltre agli schemi locali. 
Pensiamo al lavoro, che qua soffre di particolari forme storiche e di aspetti specifici di dipendenza, al paesaggio e ai beni culturali, alle servitù militari, ai temi dello sviluppo sostenibile. 

LA NOSTRA COLLOCAZIONE NAZIONALE
Da questo punto di vista, pur ospitando lo straordinario dibattito in corso 
nella sinistra isolana, che vede attive anche forze progressiste 
indipendentiste, preferiamo pensare alla questione meridionale, pur debitamente  riletta e riproposta, soprattutto attraverso i nuovi temi legati ai beni comuni, al patrimonio paesaggistico, allo sviluppo sostenibile.

LABORATORIO E RICERCA 
La scelta di uscire ogni quindici giorni dipende nella nostra esperienza non 
solo da fattori legati al tempo e alle energie disponibili dei compagni 
coinvolti, ma soprattutto dalla scelta di una mediazione temporale che, non allontanandosi troppo dall’attualità, tenda a produrre articoli che ‘durino’.  
Essi spesso una lavorazione che sintetizza, e talora propone, dati di inchiesta o comunque interventi relativamente approfonditi. 
Come è noto, le inchieste richiedono – in quelle da progettare ex-novo - 
dispendio di tempo e risorse: in una nostra riunione si pensava di dover 
individuare compagni nelle Università, nei luoghi di lavoro, nei centri di 
ricerca, anche fra gli studenti (possibilmente con qualche esperienza alle 
spalle). Quante tesi giacciono ignote con spreco di sapere socialmente utile? 
Una volta realizzate e valutate di livello soddisfacente, potrebbero essere 
anche proposte come ‘libere’ nei contenuti e negli esiti, e magari a pagamento nella versione integrale. 

MARCO LIGAS - MARCELLO MADAU
 
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah.  Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
 in edicola
sabato 15 diceMbre
 
La malattia della velocità
La battaglia per l’orario di lavoro non esaurisce la questione del rapporto problematico che le società occidentali contemporanee hanno con la tirannia dell’orologio.
di Mona Chollet
 
 
In edicola
da giovedì 13 dicembre
GANGBANG
40 anni
tradotti in fumetti
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Atlante storico
di Le Monde
Diplomatique
 
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