Padova
il manifesto, da dove ripartire
Care compagne e cari compagni,
esprimiamo viva preoccupazione perché sulle pagine del giornale è sceso un silenzio incomprensibile in merito alle proposte dettagliate circa i nuovi possibili profili proprietari formulate da alcuni circoli e compagni per cercare di salvare la testata.
esprimiamo viva preoccupazione perché sulle pagine del giornale è sceso un silenzio incomprensibile in merito alle proposte dettagliate circa i nuovi possibili profili proprietari formulate da alcuni circoli e compagni per cercare di salvare la testata.
Ci sconcerta inoltre l’assenza di commenti all’ultimo intervento di Rossana Rossanda in merito alla situazione e alle prospettive del giornale.
Da ultimo, l’uscita di Vauro ci fa propendere al pessimismo, giacché dalle brevi comunicazioni pubblicate non si spiegano le reali motivazioni di questo abbandono e ciò ci fa supporre che la situazione sia degenerata (come si intuisce dalla vostra risposta) anche sul piano delle relazioni personali.
Ci siamo ritrovati a Roma, a Bologna, a Pietrasanta con alcuni di voi. Abbiamo fatto critiche e proposte, abbiamo ascoltato e condiviso le vostre difficili condizioni di lavoro, ma siamo anche stati colpiti dalla reazione indispettita e arrogante di alcuni di voi che non aiuta certo il confronto politico.
Ci siamo impegnati per individuare le strade per una uscita dalla situazione di grave crisi politica ed economica del giornale. Vi abbiamo proposto non uno ma due modelli di proprietà collettiva e vi sono stati inviati prima della vostra ultima assemblea per darvi modo di esaminarli.
Non sappiamo se sono stati discussi, o neppure presi in considerazione.
Voi scrivete un giornale, questo è il vostro lavoro, ma avete una responsabilità che va al di là del compiere con diligenza i compiti che la vostra professione richiede. Voi fate parte di una impresa più grande in cui ci siamo tutti noi che in questi anni vi abbiamo sostenuto e che siamo stati sostenuti dalla presenza e dall’impegno di molti di voi.
La forza del collettivo è tutta qui. Esiste ancora? E se invece è diventato qualcosa d’altro perché non se ne parla? Mettere le mani davanti agli occhi pensando che gli altri non ci vedano vale quando si è piccoli/e e né voi né noi lo siamo. Dobbiamo prendere atto di un “amor non corrisposto”?
Il 20 ottobre ci troveremo a Roma, prima di quella data crediamo abbiate il dovere politico di dirci cosa pensate di fare rispetto alle sorti del giornale:
· quale progetto politico avete in mente, o se ci sono più ipotesi di esplicitarle;
· cosa ne pensate delle proposte di proprietà collettiva e dei modelli di nuova cooperativa,
· quali scelte di sostenibilità politica ed economica avete in mente
· cosa ne pensate delle proposte di proprietà collettiva e dei modelli di nuova cooperativa,
· quali scelte di sostenibilità politica ed economica avete in mente
Abbiamo ben chiaro quanto ci sia indispensabile uno strumento come il manifesto, per questo continueremo a fare tutto quanto è in nostro potere per superare insieme questa fase tremenda , ma vi diciamo, con dolore e con fermezza, che non siamo più disponibili ad essere semplici fonti di finanziamento (molti/e di noi, oltretutto, non se lo possono più permettere).
anche il primo maggio si diffonde il manifesto in piazza
Prima delle 11 abbiamo venduto tutte le 100 copie prenotate. Forse facilitate/i dalla bella giornata di sole e quindi dall’animo ben disposto delle persone (quasi tutte!) abbiamo raccolto un po’ più di 250 euro
diffusione straordinaria 25 aprile
Obbiettivo raggiunto!A Padova, e in due comuni della cintura, Abano e Cadoneghe, abbiamo diffuso le 100 copie prenotate. Già alle 11.30 le avevamo esaurite e ci siamo ripromessi di fare il bis il primo maggio.
Non tutti hanno apprezzato. Alcuni esponenti del PD locale si sono rifiutati di comperare il giornale, in compenso diverse persone si sono avvicinate chiedendolo.
Ci dispiace un po’ che l’edizione non contenesse almeno un piccolo inserto speciale, come era stato richiesto da alcuni circoli, sarebbe stato un motivo in più per dire” il manifesto l’unico giornale partigiano rimasto”!
Buon 25 aprile
Giuliana Beltrame - Circolo di Padova
grande successo della cena napoletana
Venerdì 16 marzo, grande serata a Padova! 90 persone hanno partecipato alla cena napoletana di sostegno al manifesto e abbiamo dovuto rifiutare diverse altre prenotazioni per mancanza di posto.
Siamo riusciti a mettere insieme persone diverse tra loro, e forse anche da noi, nel comune interesse alla vita del giornale come strumento importante del discorso politico nel nostro paese e luogo di confronto e costruzione di possibili alternative a questo modello sociale ed economico, sia che vesta i panni del buffone che la grisaglia del professore.
Come circolo pensiamo di poter continuare a fare la nostra parte sia nel contribuire alla vita del giornale che a questo tipo di progetto politico.
Questa serata è stata possibile grazie all’aiuto che ci è arrivato da tanti: Sherwood con l’ospitalità, Massimo Mutta, produttore di vini bio eccellenti che ci ha regalato il vino, Altragricoltura che ci ha messo a disposizione caraffe e pane , il compagno Vittorio, arrivato appositamente da Napoli portandoci in regalo friarielli, una stupenda pastiera e il pane, i compagni e le compagne che hanno cucinato in modo superbo, Emilio e Luciano con la loro musica e le loro canzoni: hanno iniziato con “Brigante se more” e finito con l’Internazionale per violino e chitarra.
Per finire: abbiamo raccolto ben 1800 euro che, tolte le spese, destineremo ad abbonamenti, sicuramente uno alla Biblioteca del carcere, e uno ad una scuola, per gli altri decideremo alla prossima riunione del circolo.
Siamo riusciti a mettere insieme persone diverse tra loro, e forse anche da noi, nel comune interesse alla vita del giornale come strumento importante del discorso politico nel nostro paese e luogo di confronto e costruzione di possibili alternative a questo modello sociale ed economico, sia che vesta i panni del buffone che la grisaglia del professore.
Come circolo pensiamo di poter continuare a fare la nostra parte sia nel contribuire alla vita del giornale che a questo tipo di progetto politico.
Questa serata è stata possibile grazie all’aiuto che ci è arrivato da tanti: Sherwood con l’ospitalità, Massimo Mutta, produttore di vini bio eccellenti che ci ha regalato il vino, Altragricoltura che ci ha messo a disposizione caraffe e pane , il compagno Vittorio, arrivato appositamente da Napoli portandoci in regalo friarielli, una stupenda pastiera e il pane, i compagni e le compagne che hanno cucinato in modo superbo, Emilio e Luciano con la loro musica e le loro canzoni: hanno iniziato con “Brigante se more” e finito con l’Internazionale per violino e chitarra.
Per finire: abbiamo raccolto ben 1800 euro che, tolte le spese, destineremo ad abbonamenti, sicuramente uno alla Biblioteca del carcere, e uno ad una scuola, per gli altri decideremo alla prossima riunione del circolo.
Giuliana Beltrame per il Circolo di Padova
UN PROGETTO, UNA PIATTAFORMA, ALCUNI OBIETTIVI
Contributo per l'assemblea dei Circoli di sabato 25 febbraio a Bologna
Sabato a Bologna ho deciso di esserci. Spero di capire di più sulla situazione attuale del giornale. Da parte mia non so bene cosa dare o fare di più per non far morire il giornale, oltre essere azionista e abbonato (col nome di mia moglie) e regalando un secondo abbonamento. Inoltre con il circolo del Manifesto di Padova contribuisco alle varie iniziative per far conoscere il giornale. Sono del parere che o cresce il numero di compagne/i che lo comprano e lo leggono oppure non se ne esce. So della difficoltà ad organizzare e produrre un giornale fin dagli anni 60 e 70 quando, se pur in una realtà locale e piccola, assieme ad altri compagni dell’Assemblea Autonoma di Porto Marghera producevamo un foglio “Controlavoro” e una rivista “Lavoro Zero” da distribuire nell’area industriale e nel territorio veneziano nelle fabbriche, nelle scuole e nei quartieri. L’unico consiglio che riesco a dare al Manifesto è che cerchi di essere sempre una finestra aperta, che dia spazio a tutte quelle idee e organizzazioni, associazioni che escono dall’accettazione del pensiero unico di “governance” della situazione attuale e che dia meno spazio alle beghe dei vertici partitici e sindacali e più ai movimenti reali. Quello che Sabato voglio conoscere e capire chi sono, cosa fanno, come leggono la fase attuale queste/i compagne/i dei “Circoli del Manifesto”. Vorrei cominciare con alcuni concetti:
LA FASE ATTUALE – Dal 2007, in Europa e in Italia, il numero dei disoccupati continua ad aumentare. Aumenta la disoccupazione di lungo periodo e la disoccupazione giovanile aumenta non solo perché lavoro non ce n’è, ma anche perché in tutta Europa si è allontanato per tutti il momento della pensione. Negli anni ’90 si calcolava che per mantenere l’occupazione stabile il Pil doveva crescere del 3%. Oggi a seguito dei processi di innovazione tecnologica, della diffusione dell’informatizzazione e dell’aumento della produttività del lavoro si perdono più rapidamente posti di lavoro per cui quella percentuale di crescita è insufficiente e le stime europee sono sotto zero o poco più. Il salario medio, in termini reali, e le condizioni lavorative sono peggiorati in tutta Europa e più ancora in Italia. Ora discutere se questa crisi è simile a tante altre passate oppure no è senz’altro utile, ma secondo noi è sbagliato credere che se ne possa uscire attraverso una crescita della produzione e dell’occupazione, aumentando la competizione sul costo del lavoro e con un aumento dei consumi a prescindere. Siamo infatti già in una fase di sovrapproduzione e nello stesso tempo di contrazione dei consumi per mancanza di salario. Ci dobbiamo inoltre confrontare con una crisi ambientale grave a tal punto che i suoi effetti sono evidenti e palpabili nella nostra vita quotidiana: aumento della concentrazione di anidride carbonica e di altri gas nell’atmosfera e mutamenti climatici; impoverimento della fertilità del suolo; distruzione delle foreste e della biodiversità; erosione del suolo con conseguenti alluvioni e frane; congestione delle città; inquinamento industriale; montagne di rifiuti che nessuno sa dove mettere. Qualsiasi ragionamento attorno alla crisi e alla precarietà e a possibili vie d’uscita non può prescindere da consumi socialmente ed ecologicamente compatibili, favorendo quelli che più contribuiscono al benessere sociale.
LA PRECARIETA’ - è la condizione strutturale su cui si è riorganizzato negli ultimi 30 anni in Italia e nei Paesi Occidentali il sistema produttivo, il quale ha quindi modificato condizioni di lavoro e di vita degli individui. E’ il prodotto di processi di frammentazione, individualizzazione, deregolamentazione delle attività produttive e di un progressivo trasferimento del rischio d'impresa verso i lavoratori.
Tra i precari troviamo molti lavoratori della conoscenza. Nonostante la retorica istituzionale sulla necessità dei paesi occidentali di transitare verso modelli di società che valorizzino la conoscenza, gran parte di questi lavoratori, ossia coloro che utilizzano principalmente le proprie capacità intellettuali, cognitive, relazionali, linguistiche, esperienziali all'interno della propria prestazione lavorativa, sperimentano condizioni di lavoro e di vita che parlano invece di una “guerra all'intelligenza”. Detto questo non si può nemmeno negare che soprattutto in alcuni settori (agricoltura, edilizia, tessile e abbigliamento, servizi alla persona) una quota consistente della ricchezza è prodotta grazie allo sfruttamento intensivo del lavoro irregolare. L'organizzazione della produzione nella grande fabbrica verde che produce per la Grande Distribuzione ricorda il sistema delle piantagioni: 12 ore di lavoro o più, intermediazione fatta da caporali che si arricchiscono pagando i lavoratori 25 € alla giornata e costringendoli a comprare in esclusiva da loro servizi di base come il cibo e il trasporto, accampamenti di fortuna lontani dalle città. E’ vero che molti lavoratori per lo più dell'industria hanno un contratto che non ha una data di scadenza (anche se sempre più in calo visto che ormai gran parte delle nuove assunzioni sono con contratti atipici), ma questa condizione non è più sufficiente a proteggere dalla precarietà. Certo i lavoratori a tempo indeterminato hanno diritti, tutele e salari quasi sempre maggiori di quelli dei precari dei call center o della ricerca, ma le differenze si stanno smussando sempre di più, perché il ricatto occupazionale viene fatto pesare dalle imprese, specie in periodi di crisi, con più facilità in assenza di sostegni alla continuità del reddito (vedi Fiat e non solo).
Per questo i diritti e la continuità di una retribuzione\reddito dignitoso non possono dipendere dal posto occupato in un dato momento della nostra vita lavorativa, ma devono essere garantiti a tutti\e e sempre. Non è il posto fisso che si cerca, ma le garanzie conquistate col contratto a tempo indeterminato. Per fare questo bisogna eliminare tutte le forme di lavoro atipico. Sostenere che bisogna far costare di più il lavoro atipico significa entrare dentro la logica che si possono monetizzare i diritti. E quanto valgono i diritti come ferie, malattia, maternità, il tempo indeterminato e l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori nella nostra esistenza?
Ci si deve però anche battere per ricomporre il mercato del lavoro: quasi tutte le figure precarie possono rientrare nel tempo indeterminato, quelle che non vi rientrano possono essere ricondotte al lavoro autonomo. Il lavoro autonomo senza nessun dipendente deve avere però agevolazioni fiscali e un trattamento normativo di sostegno, diverso da quello dei professionisti degli ordini e delle imprese. L’elenco delle leggi e dei contratti che hanno aumentato la precarietà sarebbe lunghissimo e nessun referendum abrogativo di questa o quella legge può risolvere questa situazione, ma solo le lotte che partendo dai posti di lavoro riescono a coinvolgere tutti i soggetti che intendono eliminare la precarietà indipendentemente dalla loro collocazione nel mercato del lavoro. Di fronte alle 46 forme di contratti atipici si parla di lasciarne 4 o 5, facendo passare ciò come una vittoria, mentre non sarebbe altro che una scrematura di tutte quelle forme contrattuali che neppure il padrone usa. Appunto al padrone servono quelle 4 o 5 forme “atipiche” per continuare come ora a trasferire il rischio d’impresa al lavoratore; a spostare continuamente il salario fisso nominale verso la porzione variabile, da una parte con l’uso del cottimo, dei carichi di lavoro, dei ritmi, dall’altra parte con l’eliminazione degli aumenti automatici in busta paga, dalla scala mobile negli anni 70, alle varie riforme delle pensioni creatrici dei futuri nuovi poveri.
Inoltre cresce lo spostamento del tempo di lavoro pagato verso quello gratuito, fenomeno che le donne conoscono bene e che sta investendo sempre di più anche la vita degli uomini: tempo di vita liberato dal lavoro diventa tempo di lavoro non pagato.
La vittoria sui referendum per togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua va contro corrente e ora la strada per applicarli sarà tutta in salita, e dovrà ricominciare dalla battaglia di “obbedienza civile” per costringere gli Aato ad eliminare il 7% della remunerazione del capitale dalla bolletta. Spero che i “circoli del Manifesto” siano tutti dentro questa lotta con la speranza che da questa “lotta diretta e organizzata” si riuscirà a vincere non solo sull’acqua, ma bloccare le privatizzazioni che l’attuale governo vuol fare su tutti i servizi pubblici locali.
La lotta contro il precariato può essere vinta solo se riusciamo a ricomporre la stratificazione del lavoro così come lo conosciamo oggi, e per questo si devono tenere unite quattro rivendicazioni:
1. democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro… e in parlamento; 2. Contratti nazionali e diritti per tutti; 3. Salario minimo garantito; 4. Reddito minimo garantito.
1. Democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro…
Sono diritti che non possono rimanere fuori dai luoghi di produzione. Bisogna sancire che il lavoratore ha il diritto di votare e scegliere su ogni contrattazione e sull’elezione dei suoi rappresentanti, togliendo a tutti i sindacati la garanzia del terzo degli eletti, come esiste ora per Cgil, Cisl, Uil. Quello che sta succedendo oggi è il tentativo di costruire una “casta” anche all’interno dei posti di lavoro, simile a quella che esiste fuori da essi, nella società civile, con privilegi e diritti in più rispetto ai comuni cittadini\lavoratori.
Bisogna quindi ridefinire un sistema di regole e di garanzie che restituiscano ai lavoratori, e a coloro che da essi sono direttamente eletti, diritti e prerogative che ad oggi sono invece di esclusiva pertinenza delle organizzazioni sindacali “collaborazioniste”, chi non firma è escluso.
Innanzitutto ogni lavoratore deve poter esercitare senza alcuna discriminazione i propri diritti a prescindere che sia “garantito” o precario, pubblico o privato, che operi in un’azienda con più o meno di 15 dipendenti.
Le elezioni devono essere aperte a tutte le liste proposte dai sindacati o direttamente presentate e sottoscritte dai lavoratori.
Le trattative dovranno obbligatoriamente essere precedute da una fase preliminare di informazione e di consenso dei lavoratori interessati, attraverso l’approvazione di piattaforme.
Una volta definita un’ipotesi di accordo, i sindacati non potranno firmare nulla con la controparte senza passare prima attraverso le assemblee dei lavoratori interessati, con voto segreto e con modalità che consentano l’effettiva partecipazione al voto delle persone coinvolte.
…e in parlamento
L’obiettivo deve essere quello di portare una vera democrazia in tutti i luoghi in cui si decide della nostra vita: all’interno del posto di lavoro e ovviamente nelle istituzioni pubbliche mediante una vera riforma elettorale. Porcellum o Mattarellum non possono essere gli unici sistemi elettorali tra i quali possiamo decidere. Il proporzionale è il metodo più democratico! Certo, possiamo discutere di un limite al di sotto del quale non si è rappresentati.
Inoltre, non si può permettere il cambio di casacca una volta eletti, come non si può creare un gruppo parlamentare se non si passa attraverso l’elezione, non si può avere un vitalizio né per un giorno di permanenza come eletto, né per 10.000 giorni. I contributi sullo stipendio da eletto andranno ad aumentare la pensione formata dai contributi della propria vita lavorativa e l’importo dello stipendio dovrà essere adeguato alla media degli stipendi italiani. Nessun doppio incarico e dopo due mandati si lascia.
Non possiamo accettare che persone che non sono state elette decidano sulla nostra vita: e questo vale sia per i c.d. governi tecnici nazionali sia le istituzioni europee (commissione e BCE) e quelle internazionali (FMI, Banca Mondiale).
2. Contratti nazionali e diritti per tutti
Nessuna deroga deve essere consentita ai contratti nazionali che anzi, dovranno essere riuniti e ridotti a poche unità dai circa 400 oggi esistenti. I contratti aziendali, che oltretutto oggi riguardano una minima parte dei lavoratori, possono essere solo migliorativi e a favore del lavoratore.
Il contratto metalmeccanico per le industrie metalmeccaniche (non per tutti i metalmeccanici) in scadenza al 31/12/2011, e che la Fiom, lasciata sola da Fim e Uilm tenta di rinnovare, contiene alcuni punti di resistenza che comunque non possono essere unificanti. Questo perché la Fiom accetta i contratti a tempo determinato e di somministrazione, anche se richiede una diminuzione della loro durata a 24 mesi e una indennità pari al 25% del monte retributivo percepito dal lavoratore per il periodo di permanenza in azienda se a scadenza il contratto non viene trasformato in tempo indeterminato. Nello stesso tempo però non pone nessun divieto all’uso di queste figure precarie, né nessun vincolo alla sua trasformazione a tempo indeterminato. D'altronde non si può credere che i problemi della precarietà possano essere risolti attraverso il contratto metalmeccanico e che la Fiom, dopo la svolta del 2009 nelle relazioni sindacali, possa da sola risolverli. Quello che si deve fare è non lasciare da sola la Fiom, la quale deve considerare l’esistenza di confederazioni di sindacati di base con cui deve dialogare; e il sindacalismo di base deve riconoscere questa nuova fase sindacale.
3. Salario minimo garantito (SMG)
Una rivendicazione unificante è la richiesta di un SMG.. Per me questo potrebbe essere di 1.200 euro netti mensili per la categoria contrattuale più bassa, legato al costo della vita calcolata dai dati Istat e per un orario di lavoro di 40 ore settimanali. Salari bassi e stagnanti, combinati con un facile accesso a mutui ipotecari e prestiti al consumo, si sono risolti in un rapido aumento del debito delle famiglie.
Il SMG è un diritto che va a sommarsi a quelli che formano il salario indiretto come ferie, malattia, maternità, TFR, pensione e dovrebbe essere garantito a tutti. Contro chi cerca di trasformare i diritti del lavoro in semplici diritti commerciali dovremmo rivendicare il fatto che i diritti del lavoro devono diventare personali e quindi prescindere dal tipo di impiego.
4. Reddito minimo garantito (RMG)
L’Unione Europea riconosce il diritto ad un reddito minimo garantito come diritto sociale fondamentale nell’art. 34 terzo comma della Carta di Nizza, ma “secondo le modalità stabilite dal diritto dell’Unione e legislazioni e prassi nazionali”. Due risoluzioni del Parlamento europeo del 2008 e del 2010 hanno invitato gli stati a dotarsi di schemi di reddito garantito in grado di assicurare un’esistenza dignitosa attraverso un reddito “adeguato”, che offra un’equa partecipazione del singolo alla vita culturale, sociale ed economica in cui è inserito e pari almeno al 60% del reddito mediano di ciascun paese. A fronte dei tanti casi di fallimento individuale e collettivo all'interno del paradigma del pieno impiego, occorre mettere a tema la possibilità di un superamento del nesso tradizionale tra prestazione lavorativa e garanzia dei mezzi di sussistenza.
Da questa auspicabile dissociazione tra assicurazione dei mezzi vitali e prestazione lavorativa risulterebbe non tanto la distruzione del lavoro in quanto tale, come temono i conservatori (che vedono catastrofi in ogni innovazione) e neppure lo scioglimento della attuali attività lavorative in una dinamica sociale interamente liberata (come pensa chi vede il reddito garantito come panacea di tutti i mali). Piuttosto e più laicamente, io credo risulterebbe una sorta di equiparazione tra la sfera del lavoro e la sfera del non-lavoro. A ciò che esula dalla sfera lavorativa formale verrebbe data dignità sociale almeno pari a quella che si è soliti attribuire al lavoro salariato e oggetto di scambio sul mercato. La crisi economica ha messo a nudo, in modo drammatico, le carenze di un sistema di protezione sociale, incapace di offrire tutele adeguate ai soggetti più esposti ai rischi di esclusione sociale, primi fra tutti giovani e lavoratori precari e quello che la “madonna piangente” la ministra Fornero sta prospettando è puro e semplice peggioramento.
La rivendicazione di un reddito minimo garantito di 600 € mensili (valore del reddito di povertà che oggi è stabilito in Italia per una persona singola) per tutti i residenti in Italia (nativi o migranti) di età compresa tra i 18 anni fino alla morte è più che fattibile. La somma potrebbe essere erogata in parte mediante servizi e modificata nel caso si fosse proprietari o no di casa; l’erogazione dovrebbe essere incondizionata e cumulabile con il salario e altri redditi fino all’ammontare della cifra del salario minimo garantito, cioè 1.200 € netti mensili.
Alcuni esempi esemplificativi:
a) Se si trova un lavoro part-time di 400 € mensili, i 600€ del reddito minimo garantito si sommano e si percepisce un reddito complessivo di 1.000 €;
b) Se si trova un lavoro, sempre part-time di 800€, dei 600€ del reddito minimo garantito ne rimangono 400 € perché si supera la cifra del salario minimo garantito di 1200 €;
c) Se si trova un lavoro con un salario superiore a 1.200 €, il reddito minimo garantito viene tolto completamente.
Questo meccanismo legato alle altre garanzie e al salario minimo garantito fornisce la sicurezza base per cercare e trovare un posto di lavoro che almeno si avvicini alle proprie aspettative, permettendo una vera flessibilità scelta dal lavoratore.
Va a sostituire tutte quelle erogazioni sociali non dovute a versamenti di contributi (esempio le pensioni sociali, la mobilità e la mobilità in deroga), mentre non devono diventare merce di scambio e tanto meno devono essere privatizzati i servizi sociali primari come istruzione, salute, previdenza, trasporti ecc..
Non va ad aumentare il lavoro nero se legato alle prime tre rivendicazioni. Comunque il lavoro nero si combatte con controlli delle apposite strutture facendo funzionare l’agenzia delle entrate e non boicottando l’introduzione del reddito minimo garantito. Semmai verso la soglia dei 1.200 € il RMG potrebbero funzionare anche come meccanismo di autoriduzione del tempo di lavoro, in special modo se si agevolasse chi volesse ricorrere al part-time.
Il finanziamento del reddito minimo garantito (RMG)
Alcuni dati:
1) Utilizzando i dati della Commissione di indagine sulla povertà e l’esclusione sociale e la banca dati della Caritas, si è calcolato, un costo complessivo, al netto dei sussidi al reddito già esistenti, pari circa a 5,2 miliardi per garantire un reddito minimo coincidente con la soglia di povertà relativa (Euro 600 al mese). Anche se fosse di più il problema non è della sua più o meno presunta praticabilità, ma di volontà e di scelta politica.
2) Nel 2010 l’Istat stima che il lavoro in nero sia di 2,5 milioni di unità, la maggior parte donne. L’imposta evasa in Italia (anno 2011) calcolata dall’Associazione Contribuenti italiani e divisa in settori è:
ECONOMIA SOMMERSA (cioè i 2,5 milioni di lavoratori in nero) 34,3 miliardi di euro
ECONOMIA CRIMINALE 78,2 miliardi di euro
SOCIETA' DI CAPITALE (il 78% delle società di capitali dichiara redditi negativi o meno di euro 10 mila) 22,4 miliardi di euro
BIG COMPANY (con conti off-shore e società estere) 37,2 miliardi di euro
LAVORATORI AUTONOMI E PICCOLE IMPRESE (mancata emissione di scontrini, ricevute e fatture fiscali) 8,2 miliardi di euro.
Per un totale di 180,3 miliardi di euro.
3) Una piccolissima percentuale sulle transazione finanziarie è sufficiente a coprire il RMG oppure una patrimoniale che tocchi solo il 10% dei cittadini più ricchi.
4) Le spese militari e sulle missioni “umanitarie”, le consulenze milionarie e le società partecipate decise per accontentare gli amici degli amici, porterebbero le risorse non solo per finanziare un RMG, ma per diminuire il nostro debito pubblico senza dover privatizzare i beni e i servizi comuni (acqua, energia, trasporti, rifiuti ecc.) trasformandoli in beni e servizi di lusso
7) Il sostegno al reddito in Italia rispetto ad esempio alla Danimarca è di 3-4 volte inferiore
8) L’Europa i soldi per salvare le banche li trova sempre. Gli Stati Uniti tra il 2007 e il 2010 hanno erogato a banche e imprese, con lo scopo di “salvarle” e senza interessi, 16 mila miliardi di dollari. Vuol dire che quando si parla di “mercati” questi hanno sempre un nome e un cognome.
Tutto questo lo sto discutendo con altre/i compagne/i a Padova perché non discuterlo anche con voi?
GIANNI SBROGIO'
LA FASE ATTUALE – Dal 2007, in Europa e in Italia, il numero dei disoccupati continua ad aumentare. Aumenta la disoccupazione di lungo periodo e la disoccupazione giovanile aumenta non solo perché lavoro non ce n’è, ma anche perché in tutta Europa si è allontanato per tutti il momento della pensione. Negli anni ’90 si calcolava che per mantenere l’occupazione stabile il Pil doveva crescere del 3%. Oggi a seguito dei processi di innovazione tecnologica, della diffusione dell’informatizzazione e dell’aumento della produttività del lavoro si perdono più rapidamente posti di lavoro per cui quella percentuale di crescita è insufficiente e le stime europee sono sotto zero o poco più. Il salario medio, in termini reali, e le condizioni lavorative sono peggiorati in tutta Europa e più ancora in Italia. Ora discutere se questa crisi è simile a tante altre passate oppure no è senz’altro utile, ma secondo noi è sbagliato credere che se ne possa uscire attraverso una crescita della produzione e dell’occupazione, aumentando la competizione sul costo del lavoro e con un aumento dei consumi a prescindere. Siamo infatti già in una fase di sovrapproduzione e nello stesso tempo di contrazione dei consumi per mancanza di salario. Ci dobbiamo inoltre confrontare con una crisi ambientale grave a tal punto che i suoi effetti sono evidenti e palpabili nella nostra vita quotidiana: aumento della concentrazione di anidride carbonica e di altri gas nell’atmosfera e mutamenti climatici; impoverimento della fertilità del suolo; distruzione delle foreste e della biodiversità; erosione del suolo con conseguenti alluvioni e frane; congestione delle città; inquinamento industriale; montagne di rifiuti che nessuno sa dove mettere. Qualsiasi ragionamento attorno alla crisi e alla precarietà e a possibili vie d’uscita non può prescindere da consumi socialmente ed ecologicamente compatibili, favorendo quelli che più contribuiscono al benessere sociale.
LA PRECARIETA’ - è la condizione strutturale su cui si è riorganizzato negli ultimi 30 anni in Italia e nei Paesi Occidentali il sistema produttivo, il quale ha quindi modificato condizioni di lavoro e di vita degli individui. E’ il prodotto di processi di frammentazione, individualizzazione, deregolamentazione delle attività produttive e di un progressivo trasferimento del rischio d'impresa verso i lavoratori.
Tra i precari troviamo molti lavoratori della conoscenza. Nonostante la retorica istituzionale sulla necessità dei paesi occidentali di transitare verso modelli di società che valorizzino la conoscenza, gran parte di questi lavoratori, ossia coloro che utilizzano principalmente le proprie capacità intellettuali, cognitive, relazionali, linguistiche, esperienziali all'interno della propria prestazione lavorativa, sperimentano condizioni di lavoro e di vita che parlano invece di una “guerra all'intelligenza”. Detto questo non si può nemmeno negare che soprattutto in alcuni settori (agricoltura, edilizia, tessile e abbigliamento, servizi alla persona) una quota consistente della ricchezza è prodotta grazie allo sfruttamento intensivo del lavoro irregolare. L'organizzazione della produzione nella grande fabbrica verde che produce per la Grande Distribuzione ricorda il sistema delle piantagioni: 12 ore di lavoro o più, intermediazione fatta da caporali che si arricchiscono pagando i lavoratori 25 € alla giornata e costringendoli a comprare in esclusiva da loro servizi di base come il cibo e il trasporto, accampamenti di fortuna lontani dalle città. E’ vero che molti lavoratori per lo più dell'industria hanno un contratto che non ha una data di scadenza (anche se sempre più in calo visto che ormai gran parte delle nuove assunzioni sono con contratti atipici), ma questa condizione non è più sufficiente a proteggere dalla precarietà. Certo i lavoratori a tempo indeterminato hanno diritti, tutele e salari quasi sempre maggiori di quelli dei precari dei call center o della ricerca, ma le differenze si stanno smussando sempre di più, perché il ricatto occupazionale viene fatto pesare dalle imprese, specie in periodi di crisi, con più facilità in assenza di sostegni alla continuità del reddito (vedi Fiat e non solo).
Per questo i diritti e la continuità di una retribuzione\reddito dignitoso non possono dipendere dal posto occupato in un dato momento della nostra vita lavorativa, ma devono essere garantiti a tutti\e e sempre. Non è il posto fisso che si cerca, ma le garanzie conquistate col contratto a tempo indeterminato. Per fare questo bisogna eliminare tutte le forme di lavoro atipico. Sostenere che bisogna far costare di più il lavoro atipico significa entrare dentro la logica che si possono monetizzare i diritti. E quanto valgono i diritti come ferie, malattia, maternità, il tempo indeterminato e l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori nella nostra esistenza?
Ci si deve però anche battere per ricomporre il mercato del lavoro: quasi tutte le figure precarie possono rientrare nel tempo indeterminato, quelle che non vi rientrano possono essere ricondotte al lavoro autonomo. Il lavoro autonomo senza nessun dipendente deve avere però agevolazioni fiscali e un trattamento normativo di sostegno, diverso da quello dei professionisti degli ordini e delle imprese. L’elenco delle leggi e dei contratti che hanno aumentato la precarietà sarebbe lunghissimo e nessun referendum abrogativo di questa o quella legge può risolvere questa situazione, ma solo le lotte che partendo dai posti di lavoro riescono a coinvolgere tutti i soggetti che intendono eliminare la precarietà indipendentemente dalla loro collocazione nel mercato del lavoro. Di fronte alle 46 forme di contratti atipici si parla di lasciarne 4 o 5, facendo passare ciò come una vittoria, mentre non sarebbe altro che una scrematura di tutte quelle forme contrattuali che neppure il padrone usa. Appunto al padrone servono quelle 4 o 5 forme “atipiche” per continuare come ora a trasferire il rischio d’impresa al lavoratore; a spostare continuamente il salario fisso nominale verso la porzione variabile, da una parte con l’uso del cottimo, dei carichi di lavoro, dei ritmi, dall’altra parte con l’eliminazione degli aumenti automatici in busta paga, dalla scala mobile negli anni 70, alle varie riforme delle pensioni creatrici dei futuri nuovi poveri.
Inoltre cresce lo spostamento del tempo di lavoro pagato verso quello gratuito, fenomeno che le donne conoscono bene e che sta investendo sempre di più anche la vita degli uomini: tempo di vita liberato dal lavoro diventa tempo di lavoro non pagato.
La vittoria sui referendum per togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua va contro corrente e ora la strada per applicarli sarà tutta in salita, e dovrà ricominciare dalla battaglia di “obbedienza civile” per costringere gli Aato ad eliminare il 7% della remunerazione del capitale dalla bolletta. Spero che i “circoli del Manifesto” siano tutti dentro questa lotta con la speranza che da questa “lotta diretta e organizzata” si riuscirà a vincere non solo sull’acqua, ma bloccare le privatizzazioni che l’attuale governo vuol fare su tutti i servizi pubblici locali.
La lotta contro il precariato può essere vinta solo se riusciamo a ricomporre la stratificazione del lavoro così come lo conosciamo oggi, e per questo si devono tenere unite quattro rivendicazioni:
1. democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro… e in parlamento; 2. Contratti nazionali e diritti per tutti; 3. Salario minimo garantito; 4. Reddito minimo garantito.
1. Democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro…
Sono diritti che non possono rimanere fuori dai luoghi di produzione. Bisogna sancire che il lavoratore ha il diritto di votare e scegliere su ogni contrattazione e sull’elezione dei suoi rappresentanti, togliendo a tutti i sindacati la garanzia del terzo degli eletti, come esiste ora per Cgil, Cisl, Uil. Quello che sta succedendo oggi è il tentativo di costruire una “casta” anche all’interno dei posti di lavoro, simile a quella che esiste fuori da essi, nella società civile, con privilegi e diritti in più rispetto ai comuni cittadini\lavoratori.
Bisogna quindi ridefinire un sistema di regole e di garanzie che restituiscano ai lavoratori, e a coloro che da essi sono direttamente eletti, diritti e prerogative che ad oggi sono invece di esclusiva pertinenza delle organizzazioni sindacali “collaborazioniste”, chi non firma è escluso.
Innanzitutto ogni lavoratore deve poter esercitare senza alcuna discriminazione i propri diritti a prescindere che sia “garantito” o precario, pubblico o privato, che operi in un’azienda con più o meno di 15 dipendenti.
Le elezioni devono essere aperte a tutte le liste proposte dai sindacati o direttamente presentate e sottoscritte dai lavoratori.
Le trattative dovranno obbligatoriamente essere precedute da una fase preliminare di informazione e di consenso dei lavoratori interessati, attraverso l’approvazione di piattaforme.
Una volta definita un’ipotesi di accordo, i sindacati non potranno firmare nulla con la controparte senza passare prima attraverso le assemblee dei lavoratori interessati, con voto segreto e con modalità che consentano l’effettiva partecipazione al voto delle persone coinvolte.
…e in parlamento
L’obiettivo deve essere quello di portare una vera democrazia in tutti i luoghi in cui si decide della nostra vita: all’interno del posto di lavoro e ovviamente nelle istituzioni pubbliche mediante una vera riforma elettorale. Porcellum o Mattarellum non possono essere gli unici sistemi elettorali tra i quali possiamo decidere. Il proporzionale è il metodo più democratico! Certo, possiamo discutere di un limite al di sotto del quale non si è rappresentati.
Inoltre, non si può permettere il cambio di casacca una volta eletti, come non si può creare un gruppo parlamentare se non si passa attraverso l’elezione, non si può avere un vitalizio né per un giorno di permanenza come eletto, né per 10.000 giorni. I contributi sullo stipendio da eletto andranno ad aumentare la pensione formata dai contributi della propria vita lavorativa e l’importo dello stipendio dovrà essere adeguato alla media degli stipendi italiani. Nessun doppio incarico e dopo due mandati si lascia.
Non possiamo accettare che persone che non sono state elette decidano sulla nostra vita: e questo vale sia per i c.d. governi tecnici nazionali sia le istituzioni europee (commissione e BCE) e quelle internazionali (FMI, Banca Mondiale).
2. Contratti nazionali e diritti per tutti
Nessuna deroga deve essere consentita ai contratti nazionali che anzi, dovranno essere riuniti e ridotti a poche unità dai circa 400 oggi esistenti. I contratti aziendali, che oltretutto oggi riguardano una minima parte dei lavoratori, possono essere solo migliorativi e a favore del lavoratore.
Il contratto metalmeccanico per le industrie metalmeccaniche (non per tutti i metalmeccanici) in scadenza al 31/12/2011, e che la Fiom, lasciata sola da Fim e Uilm tenta di rinnovare, contiene alcuni punti di resistenza che comunque non possono essere unificanti. Questo perché la Fiom accetta i contratti a tempo determinato e di somministrazione, anche se richiede una diminuzione della loro durata a 24 mesi e una indennità pari al 25% del monte retributivo percepito dal lavoratore per il periodo di permanenza in azienda se a scadenza il contratto non viene trasformato in tempo indeterminato. Nello stesso tempo però non pone nessun divieto all’uso di queste figure precarie, né nessun vincolo alla sua trasformazione a tempo indeterminato. D'altronde non si può credere che i problemi della precarietà possano essere risolti attraverso il contratto metalmeccanico e che la Fiom, dopo la svolta del 2009 nelle relazioni sindacali, possa da sola risolverli. Quello che si deve fare è non lasciare da sola la Fiom, la quale deve considerare l’esistenza di confederazioni di sindacati di base con cui deve dialogare; e il sindacalismo di base deve riconoscere questa nuova fase sindacale.
3. Salario minimo garantito (SMG)
Una rivendicazione unificante è la richiesta di un SMG.. Per me questo potrebbe essere di 1.200 euro netti mensili per la categoria contrattuale più bassa, legato al costo della vita calcolata dai dati Istat e per un orario di lavoro di 40 ore settimanali. Salari bassi e stagnanti, combinati con un facile accesso a mutui ipotecari e prestiti al consumo, si sono risolti in un rapido aumento del debito delle famiglie.
Il SMG è un diritto che va a sommarsi a quelli che formano il salario indiretto come ferie, malattia, maternità, TFR, pensione e dovrebbe essere garantito a tutti. Contro chi cerca di trasformare i diritti del lavoro in semplici diritti commerciali dovremmo rivendicare il fatto che i diritti del lavoro devono diventare personali e quindi prescindere dal tipo di impiego.
4. Reddito minimo garantito (RMG)
L’Unione Europea riconosce il diritto ad un reddito minimo garantito come diritto sociale fondamentale nell’art. 34 terzo comma della Carta di Nizza, ma “secondo le modalità stabilite dal diritto dell’Unione e legislazioni e prassi nazionali”. Due risoluzioni del Parlamento europeo del 2008 e del 2010 hanno invitato gli stati a dotarsi di schemi di reddito garantito in grado di assicurare un’esistenza dignitosa attraverso un reddito “adeguato”, che offra un’equa partecipazione del singolo alla vita culturale, sociale ed economica in cui è inserito e pari almeno al 60% del reddito mediano di ciascun paese. A fronte dei tanti casi di fallimento individuale e collettivo all'interno del paradigma del pieno impiego, occorre mettere a tema la possibilità di un superamento del nesso tradizionale tra prestazione lavorativa e garanzia dei mezzi di sussistenza.
Da questa auspicabile dissociazione tra assicurazione dei mezzi vitali e prestazione lavorativa risulterebbe non tanto la distruzione del lavoro in quanto tale, come temono i conservatori (che vedono catastrofi in ogni innovazione) e neppure lo scioglimento della attuali attività lavorative in una dinamica sociale interamente liberata (come pensa chi vede il reddito garantito come panacea di tutti i mali). Piuttosto e più laicamente, io credo risulterebbe una sorta di equiparazione tra la sfera del lavoro e la sfera del non-lavoro. A ciò che esula dalla sfera lavorativa formale verrebbe data dignità sociale almeno pari a quella che si è soliti attribuire al lavoro salariato e oggetto di scambio sul mercato. La crisi economica ha messo a nudo, in modo drammatico, le carenze di un sistema di protezione sociale, incapace di offrire tutele adeguate ai soggetti più esposti ai rischi di esclusione sociale, primi fra tutti giovani e lavoratori precari e quello che la “madonna piangente” la ministra Fornero sta prospettando è puro e semplice peggioramento.
La rivendicazione di un reddito minimo garantito di 600 € mensili (valore del reddito di povertà che oggi è stabilito in Italia per una persona singola) per tutti i residenti in Italia (nativi o migranti) di età compresa tra i 18 anni fino alla morte è più che fattibile. La somma potrebbe essere erogata in parte mediante servizi e modificata nel caso si fosse proprietari o no di casa; l’erogazione dovrebbe essere incondizionata e cumulabile con il salario e altri redditi fino all’ammontare della cifra del salario minimo garantito, cioè 1.200 € netti mensili.
Alcuni esempi esemplificativi:
a) Se si trova un lavoro part-time di 400 € mensili, i 600€ del reddito minimo garantito si sommano e si percepisce un reddito complessivo di 1.000 €;
b) Se si trova un lavoro, sempre part-time di 800€, dei 600€ del reddito minimo garantito ne rimangono 400 € perché si supera la cifra del salario minimo garantito di 1200 €;
c) Se si trova un lavoro con un salario superiore a 1.200 €, il reddito minimo garantito viene tolto completamente.
Questo meccanismo legato alle altre garanzie e al salario minimo garantito fornisce la sicurezza base per cercare e trovare un posto di lavoro che almeno si avvicini alle proprie aspettative, permettendo una vera flessibilità scelta dal lavoratore.
Va a sostituire tutte quelle erogazioni sociali non dovute a versamenti di contributi (esempio le pensioni sociali, la mobilità e la mobilità in deroga), mentre non devono diventare merce di scambio e tanto meno devono essere privatizzati i servizi sociali primari come istruzione, salute, previdenza, trasporti ecc..
Non va ad aumentare il lavoro nero se legato alle prime tre rivendicazioni. Comunque il lavoro nero si combatte con controlli delle apposite strutture facendo funzionare l’agenzia delle entrate e non boicottando l’introduzione del reddito minimo garantito. Semmai verso la soglia dei 1.200 € il RMG potrebbero funzionare anche come meccanismo di autoriduzione del tempo di lavoro, in special modo se si agevolasse chi volesse ricorrere al part-time.
Il finanziamento del reddito minimo garantito (RMG)
Alcuni dati:
1) Utilizzando i dati della Commissione di indagine sulla povertà e l’esclusione sociale e la banca dati della Caritas, si è calcolato, un costo complessivo, al netto dei sussidi al reddito già esistenti, pari circa a 5,2 miliardi per garantire un reddito minimo coincidente con la soglia di povertà relativa (Euro 600 al mese). Anche se fosse di più il problema non è della sua più o meno presunta praticabilità, ma di volontà e di scelta politica.
2) Nel 2010 l’Istat stima che il lavoro in nero sia di 2,5 milioni di unità, la maggior parte donne. L’imposta evasa in Italia (anno 2011) calcolata dall’Associazione Contribuenti italiani e divisa in settori è:
ECONOMIA SOMMERSA (cioè i 2,5 milioni di lavoratori in nero) 34,3 miliardi di euro
ECONOMIA CRIMINALE 78,2 miliardi di euro
SOCIETA' DI CAPITALE (il 78% delle società di capitali dichiara redditi negativi o meno di euro 10 mila) 22,4 miliardi di euro
BIG COMPANY (con conti off-shore e società estere) 37,2 miliardi di euro
LAVORATORI AUTONOMI E PICCOLE IMPRESE (mancata emissione di scontrini, ricevute e fatture fiscali) 8,2 miliardi di euro.
Per un totale di 180,3 miliardi di euro.
3) Una piccolissima percentuale sulle transazione finanziarie è sufficiente a coprire il RMG oppure una patrimoniale che tocchi solo il 10% dei cittadini più ricchi.
4) Le spese militari e sulle missioni “umanitarie”, le consulenze milionarie e le società partecipate decise per accontentare gli amici degli amici, porterebbero le risorse non solo per finanziare un RMG, ma per diminuire il nostro debito pubblico senza dover privatizzare i beni e i servizi comuni (acqua, energia, trasporti, rifiuti ecc.) trasformandoli in beni e servizi di lusso
7) Il sostegno al reddito in Italia rispetto ad esempio alla Danimarca è di 3-4 volte inferiore
8) L’Europa i soldi per salvare le banche li trova sempre. Gli Stati Uniti tra il 2007 e il 2010 hanno erogato a banche e imprese, con lo scopo di “salvarle” e senza interessi, 16 mila miliardi di dollari. Vuol dire che quando si parla di “mercati” questi hanno sempre un nome e un cognome.
Tutto questo lo sto discutendo con altre/i compagne/i a Padova perché non discuterlo anche con voi?
GIANNI SBROGIO'
BENI COMUNI. UN MANIFESTO
Martedì 6 dicembre, ore 18.00 Aula B3 - Cà Borin (Padova) presentazione di Beni comuni. Un manifesto (ed. La Laterza)
All'interno del Corso di Sociologia del Diritto
Ne discutiamo con l'autore Ugo Mattei, Università di Torino
Introduce Giuseppe Mosconi, Università di Padova
"Dalla lotta per l'acqua, l'università e la scuola pubblica a quella per l'informazione critica; dalle battaglie contro il precariato e per un lavoro di qualità a quelle contro lo scempio e il consumo di territorio; dalla lotta contro la privatizzazione della rete internet a quella contro le grandi opere: i beni comuni non sono una merce declinabile in chiave di avere. Sono una pratica politica e culturale che appartiene all'orizzonte dell'esistere insieme".
Incontro a cura di Associazione Ya Basta, Circolo del Manifesto di Padova, Reality Shock
All'interno del Corso di Sociologia del Diritto
Ne discutiamo con l'autore Ugo Mattei, Università di Torino
Introduce Giuseppe Mosconi, Università di Padova
"Dalla lotta per l'acqua, l'università e la scuola pubblica a quella per l'informazione critica; dalle battaglie contro il precariato e per un lavoro di qualità a quelle contro lo scempio e il consumo di territorio; dalla lotta contro la privatizzazione della rete internet a quella contro le grandi opere: i beni comuni non sono una merce declinabile in chiave di avere. Sono una pratica politica e culturale che appartiene all'orizzonte dell'esistere insieme".
Incontro a cura di Associazione Ya Basta, Circolo del Manifesto di Padova, Reality Shock
L’INCENERITORE DI S. LAZZARO
L’INCENERITORE DI S. LAZZARO (Padova) è di proprietà del Gruppo ApsAcegas una Spa quotata in borsa, che ha tra i suoi soci anche il Comune di Padova. L'impianto fu realizzato nel 1962 nella zona di Camin (quartiere San Lazzaro a 150 metri dalle abitazioni e a 2 chilometri dal centro storico) e doveva trattare i rifiuti del Consorzio Bacino Padova 2, che si occupa della gestione amministrativa dei rifiuti di 20 comuni dell’area urbana di Padova per un totale di 423.974 abitanti (al 31/12/10). Fu il primo impianto italiano a provvedere anche al recupero energetico. La potenzialità nominale del forno era di 140 t/giorno ( portata reale 105 t/die). Sul finire degli anni '60 fu costruita la seconda linea di combustione da 150 t/giorno (portata reale 115 t/die). Nel gennaio 2000 è stato approvato dalla Giunta della Regione Veneto il progetto per la costruzione della terza linea entrata in funzione in giugno 2010 (entro tre anni dall'avvio è prevista anche la realizzazione di un sistema di teleriscaldamento). Con le tre linee in esercizio ora si raggiunge una capacità di combustione di 520 tonnellate di rifiuti al giorno che all’anno significa 170.000 tonnellate, tale da soddisfare le esigenze di smaltimento di tutta la provincia di Padova e non solo dei 20 Comuni del bacino Padova 2. Al di là dei traguardi sbandierati da amministratori pubblici, politici e gestori dell’inceneritore, ci troviamo oggi con una percentuale media di raccolta differenziata di bacino del 42%, mentre la finanziaria del 2007 aveva stabilito entro il 2011 una percentuale di differenziata destinata al riciclo pari al 60%. Se confrontiamo i comuni che non hanno inceneritori con quelli che li hanno, vediamo che questi ultimi non vanno mai oltre il 50% di differenziata e Brescia ne è un esempio. E del resto se si riuscisse ad organizzare una raccolta “porta a porta” per tutta la città (oggi solo a Camin, 6.500 persone), o per il Bacino Padova 2 o addirittura per tutta la Provincia di Padova e si arrivasse a percentuali dell’86%, come il comune di Ponte nelle Alpi provincia di Belluno, pensate forse che l’inceneritore diminuirebbe la quantità di rifiuti trattati? Certamente no! Come per tutti gli inceneritori gestiti da società per azioni lo scopo non è creare un circolo virtuoso del rifiuto, ma produrre profitti da distribuire ai soci attraverso l’incenerimento dei rifiuti.
Per le elezioni amministrative di Giugno 2009 Legambiente aveva sottoposto ai candidati un “Patto per l’ambiente” che prevedeva di portare al 65% la raccolta differenziata entro tre anni e di dismettere la prima linea dell’inceneritore all’apertura della terza. Cosa pensano ora di quel patto sottoscritto? E cosa rispondono gli amministratori locali alla denuncia di maggio dei Comitati riguardo alle tonnellate di rifiuti speciali provenienti da Salerno, bruciati in barba alla dichiarazione sbandierata in tutte le occasioni pubbliche che l’inceneritore è stato programmato e realizzato esclusivamente per il fabbisogno locale. Rifiuti accolti non certo per solidarizzare con il Comune di Napoli, ma per il fatto che l’inceneritore ha bisogno di bruciare rifiuti per essere remunerativo. Spostamento di rifiuti che continueranno tra l'altro ad essere ad alto rischio di traffici illeciti se la manovra in discussione al parlamento non confermerà il sistema di controllo della tracciabilità (Sistri) che doveva andare in funzione da quest’anno dopo innumerevoli spostamenti dal 2009. L’amministratore delegato nonché vice presidente di AcegasAps, Cesare Pillon in luglio ha preso posizione contro le discariche che a suo dire sottraggono rifiuti da bruciare, togliendo redditività ai 100 milioni di euro investiti nella costruzione della terza linea dell’inceneritore. Figuriamoci se l’autorizzazione per una quarta linea chiesta ancora 5 anni fa non fosse stata bocciata dalla Regione Veneto, regione che peraltro non ha ancora un piano rifiuti. Le divisioni fra l’AcegasAps, provincia, regione e le società che gestiscono le discariche, sono del resto solo sulla monetizzazione del costo dello smaltimento dei rifiuti e non sulla costruzione di un circolo virtuoso del rifiuto che porti al suo riciclo totale. La scelta di spendere un milione e trecento mila euro per realizzare due passerelle ciclopedonali nel quartiere di Padova dove è sito l’inceneritore facendola passare come opera destinata “alla mitigazione dell’impatto ambientale dell’inceneritore” è assurda. Le passerelle riguardano la mobilità, altra cosa è diminuire la nocività dei fumi, polveri e delle ceneri provocate dall’inceneritore. In molti studi epidemiologici sono emersi dati significativi di effetti avversi sulla salute, sia neoplastici che non, tanto nelle popolazioni residenti nei dintorni degli impianti, che nei lavoratori addetti. Particolarmente solide sono le evidenze concernenti le patologie neoplastiche, in particolare l’associazione con linfomi non Hodgkin, cancro al polmone, neoplasie infantili e sarcomi. In molti studi proprio i sarcomi vengono ritenuti patologie “sentinella” del multiforme inquinamento prodotto da impianti di incenerimento. Di grandissimo interesse risulta lo studio sui sarcomi in provincia di Venezia, che ha dimostrato un rischio di sviluppare la malattia 3.3 volte più alto fra i soggetti con più lungo periodo e più alto livello di esposizione ed ha evidenziato come il massimo rischio sia correlato, in ordine decrescente, alle emissioni provenienti da rifiuti urbani, ospedalieri ed industriali. E per Padova e provincia quali sono i dati? Perché non vengono resi noti i dati di epidemiologia dei tumori? E i dati sulla qualità dell’aria nelle zone interessate quando verranno resi pubblici? E chi li verifica? Ci sono ricerche e campionamenti sul terreno per monitorare la ricaduta delle sostanze nocive emesse?
Per ridurre sia i rifiuti non riciclabili che la presenza di sostanze nocive, la Direttiva Quadro 2008/98CE prevede la riprogettazione ecologica dei materiali. Ogni Ente, Amministrazione pubblica, ognuno per la propria competenza deve responsabilizzarsi per mettere in pratica le linee di questo cambiamento. Se si vuole risolvere il problema della produzione di rifiuti, occorre concentrare l'attenzione sulla fase della progettazione dei prodotti per facilitare l'utilizzo efficiente delle risorse durante l'intero ciclo di vita comprendendone la riparazione, il riutilizzo e il riciclaggio. Il sistema industriale, in definitiva, deve prendere a modello la natura, in cui il rifiuto non esiste, indirizzandosi verso la produzione di oggetti e beni che a fine vita possano essere riciclati e riutilizzati o assorbiti dall'ambiente. Pertanto i processi industriali devono trasformarsi da sistemi lineari aperti in sistemi chiusi in cui i sottoprodotti di un'azienda diventano input della fase produttiva successiva.
A questo punto chi parlerebbe più di discariche e di inceneritori? Il trattamento meccanico-biologico (TMB) a freddo dei rifiuti indifferenziati (e/o avanzati dalla raccolta differenziata) che sfrutta l'abbinamento di processi meccanici a processi biologici quali la digestione anaerobica e il compostaggio sarebbe più che sufficiente.
Circolo de il manifesto di Padova
Comitato Lasciateci Respirare di Padova
Comitato Difesa Salute & Ambiente Padova Est
Per le elezioni amministrative di Giugno 2009 Legambiente aveva sottoposto ai candidati un “Patto per l’ambiente” che prevedeva di portare al 65% la raccolta differenziata entro tre anni e di dismettere la prima linea dell’inceneritore all’apertura della terza. Cosa pensano ora di quel patto sottoscritto? E cosa rispondono gli amministratori locali alla denuncia di maggio dei Comitati riguardo alle tonnellate di rifiuti speciali provenienti da Salerno, bruciati in barba alla dichiarazione sbandierata in tutte le occasioni pubbliche che l’inceneritore è stato programmato e realizzato esclusivamente per il fabbisogno locale. Rifiuti accolti non certo per solidarizzare con il Comune di Napoli, ma per il fatto che l’inceneritore ha bisogno di bruciare rifiuti per essere remunerativo. Spostamento di rifiuti che continueranno tra l'altro ad essere ad alto rischio di traffici illeciti se la manovra in discussione al parlamento non confermerà il sistema di controllo della tracciabilità (Sistri) che doveva andare in funzione da quest’anno dopo innumerevoli spostamenti dal 2009. L’amministratore delegato nonché vice presidente di AcegasAps, Cesare Pillon in luglio ha preso posizione contro le discariche che a suo dire sottraggono rifiuti da bruciare, togliendo redditività ai 100 milioni di euro investiti nella costruzione della terza linea dell’inceneritore. Figuriamoci se l’autorizzazione per una quarta linea chiesta ancora 5 anni fa non fosse stata bocciata dalla Regione Veneto, regione che peraltro non ha ancora un piano rifiuti. Le divisioni fra l’AcegasAps, provincia, regione e le società che gestiscono le discariche, sono del resto solo sulla monetizzazione del costo dello smaltimento dei rifiuti e non sulla costruzione di un circolo virtuoso del rifiuto che porti al suo riciclo totale. La scelta di spendere un milione e trecento mila euro per realizzare due passerelle ciclopedonali nel quartiere di Padova dove è sito l’inceneritore facendola passare come opera destinata “alla mitigazione dell’impatto ambientale dell’inceneritore” è assurda. Le passerelle riguardano la mobilità, altra cosa è diminuire la nocività dei fumi, polveri e delle ceneri provocate dall’inceneritore. In molti studi epidemiologici sono emersi dati significativi di effetti avversi sulla salute, sia neoplastici che non, tanto nelle popolazioni residenti nei dintorni degli impianti, che nei lavoratori addetti. Particolarmente solide sono le evidenze concernenti le patologie neoplastiche, in particolare l’associazione con linfomi non Hodgkin, cancro al polmone, neoplasie infantili e sarcomi. In molti studi proprio i sarcomi vengono ritenuti patologie “sentinella” del multiforme inquinamento prodotto da impianti di incenerimento. Di grandissimo interesse risulta lo studio sui sarcomi in provincia di Venezia, che ha dimostrato un rischio di sviluppare la malattia 3.3 volte più alto fra i soggetti con più lungo periodo e più alto livello di esposizione ed ha evidenziato come il massimo rischio sia correlato, in ordine decrescente, alle emissioni provenienti da rifiuti urbani, ospedalieri ed industriali. E per Padova e provincia quali sono i dati? Perché non vengono resi noti i dati di epidemiologia dei tumori? E i dati sulla qualità dell’aria nelle zone interessate quando verranno resi pubblici? E chi li verifica? Ci sono ricerche e campionamenti sul terreno per monitorare la ricaduta delle sostanze nocive emesse?
Per ridurre sia i rifiuti non riciclabili che la presenza di sostanze nocive, la Direttiva Quadro 2008/98CE prevede la riprogettazione ecologica dei materiali. Ogni Ente, Amministrazione pubblica, ognuno per la propria competenza deve responsabilizzarsi per mettere in pratica le linee di questo cambiamento. Se si vuole risolvere il problema della produzione di rifiuti, occorre concentrare l'attenzione sulla fase della progettazione dei prodotti per facilitare l'utilizzo efficiente delle risorse durante l'intero ciclo di vita comprendendone la riparazione, il riutilizzo e il riciclaggio. Il sistema industriale, in definitiva, deve prendere a modello la natura, in cui il rifiuto non esiste, indirizzandosi verso la produzione di oggetti e beni che a fine vita possano essere riciclati e riutilizzati o assorbiti dall'ambiente. Pertanto i processi industriali devono trasformarsi da sistemi lineari aperti in sistemi chiusi in cui i sottoprodotti di un'azienda diventano input della fase produttiva successiva.
A questo punto chi parlerebbe più di discariche e di inceneritori? Il trattamento meccanico-biologico (TMB) a freddo dei rifiuti indifferenziati (e/o avanzati dalla raccolta differenziata) che sfrutta l'abbinamento di processi meccanici a processi biologici quali la digestione anaerobica e il compostaggio sarebbe più che sufficiente.
Circolo de il manifesto di Padova
Comitato Lasciateci Respirare di Padova
Comitato Difesa Salute & Ambiente Padova Est
AMBIENTE E LAVORO: SUPERARE LE EMERGENZE
GIOVEDI' 14 APRILE ORE16-19, Aula di Internazionale - Facoltà di Scienze politiche, Via del Santo PADOVA il Circolo del Manifesto di Padova promuove il seminario
AMBIENTE E LAVORO: SUPERARE LE EMERGENZE, CAMBIARE MODELLO ECONOMICO
Introduce e coordina
Giuseppe Mosconi, Università di Padova
Partecipano:
Paolo Cacciari, Rete a sinistra, giornalista
Giorgio Molin, Segret. Reg. Fiom
Edoardo Salzano, Urbanista
Intervengono:
Vilma Mazza, Uniti contro la crisi
Gianni Belloni, Carta estnord
Alessio Surian, DES Padova …
Introduce e coordina
Giuseppe Mosconi, Università di Padova
Partecipano:
Paolo Cacciari, Rete a sinistra, giornalista
Giorgio Molin, Segret. Reg. Fiom
Edoardo Salzano, Urbanista
Intervengono:
Vilma Mazza, Uniti contro la crisi
Gianni Belloni, Carta estnord
Alessio Surian, DES Padova …





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