mercoledì 18 settembre 2013
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Roma
 
1 maggio a piazza san giovanni
Banchetto degli studenti per diffondere il manifesto e raccogliere firme per la campagna informativa sul TAV promossa da Ascoltateli!
Vai al blog di Ascoltateli! - Roma che contiene anche l'intervista a Stefano Rodotà
 
 
CENA DI SOSTEGNO, DIBATTITO E CINEMA...
Sabato 17 marzo alle ore 18, Il circolo SEL di Castel Madama organizza un dibattito su LE GUERRE JUGOSLAVE. L’orrore dimenticato con Tommaso DI FRANCESCO, giornalista de il manifesto.
Seguirà cena di sostegno.
Castel Madama (Roma)
Sala dell’Università Agraria, via Roma 21, CASTEL MADAMA (RM)

Domenica 18 marzo alle ore 17, per la rassegna "C’ERA UNA VOLTA UN PAESE… La Jugoslavia nei film di Emir Kusturica, Il cinema di Kusturica,
di Silvana SILVESTRI, critica cinematografica de il manifesto.
Seguirà la proiezione del film Underground.
Sede di SEL, via Roma 21, CASTEL MADAMA (RM)
 
 
NOI CI SIAMO FATECI USCIRE
Venerdì 24 febbraio alle ore 16, il Circolo Amici del manifesto di Roma organizza NOI CI SIAMO FATECI USCIRE, incontro con Angela Pascucci (de il manifesto), Francesca Redavid (Fiom Nazionale), Roberto Giordano (Segreteria Cgil Lazio) e Ivano Di Cerbo (Circolo Manifesto Roma).
Sala Fredda, Via Buonarroti 12, Roma
 
 
UNA PROPOSTA PER RIPARTIRE. NON DA ZERO
Il Circolo del Manifesto di Roma organizza il seminario
Lavoro e territorio
 Dopo Pomigliano: una proposta per una società ed una economia solidali

  
SABATO 22 GENNAIO DALLE 10.00 ALLE 18.00
 Chiostro aula grande della Facoltà di Ingegneria
 via Eudossiana 18 (San Pietro in vincoli) ROMA
 
 Introduce: Bruno Amoroso.
 Partecipano: Pino Amari, Paolo Berdini, Davide Biolghini, Marco Bruzzoduro, Sergio Caldaretti, Alessandra Carnicella, Aldo Carra, Alberto Castagnola, Antonio Castronovi, Sergio D’Angelo, Giuseppe de Marzo, Ivano Di Cerbo, Lorenzo Foti, Cesare Frassineti, Nino Lisi, Alberto Magnaghi, Maurizio Marcelli, Giulio Marcon, Angelo Mastrandrea, Valentino Parlato, Anna Pizzo, Gabriele Polo, Roberto Sardelli, Vittorio Sartogo, Enzo Scandurra, Pier Luigi Sullo, Lorenzo Tagliavanti, Marcello Vigli.
 
La caduta del muro di Berlino ha rappresentato una discontinuità epocale nei percorsi di emancipazione dei popoli europei. Ha anche segnato la rottura dello storico equilibrio tra uguaglianza e libertà a favore di quest'ultima e contro la prima. La libertà è divenuto l'obiettivo trasversale a tutti i movimenti, reso possibile dalla capacità del pensiero liberale di autoassolversi dalle proprie responsabilità della prima e seconda guerra mondiale, relegando il fascismo a una "parentesi sfortunata" della propria storia. La libertà, con il trionfo dell'individualismo dei diritti e del mercato, porta con se lo scioglimento dei vincoli del legame sociale tra i quali, ovviamente, la solidarietà come impegno collettivo e comunitario.
Le vicende di Pomigliano e Mirafiori svelano i veri obiettivi che si celano dietro la retorica della crescita e sviluppo con la quale la borghesia ha conquistato il consenso popolare e dello stesso movimento operaio. Un'operazione resa possibile mascherandone i costi culturali, sociali e ambientali e contrattandone il consenso alle proprie imprese militari e di sfruttamento coloniale in cambio della promessa di diritti e del benessere. Questi obiettivi sono miseramente crollati trascinando con loro concetti che avevano caratterizzato un'epoca: lavoro, dignità, solidarietà. Qui la classe dirigente ha svelato il suo volto autoritario e spietato per coprire un vuoto di pensiero, di etica e di responsabilità. E ancora qui, una classe operaia di nobile tradizione è stata trattata come una plebe fannullona, cialtrona e irresponsabile. Qui, infine, una sinistra sempre ammaliata dal sogno delle "magnifiche sorti e progressive" ha scoperto di non avere un progetto alternativo adeguato all'altezza dei tempi.
L'abbattimento delle barriere nazionali voluto e condiviso per estendere il benessere a tutti ed aumentare quello dei paesi occidentali sta mostrando il suo vero obiettivo: la realizzazione di un progetto di apartheid globale che metta a disposizione delle oligarchie dell'Occidente le risorse mondiali mentre cerca di distruggere le barriere ancora esistenti al proprio potere in alcuni paesi dell'Asia e dell'America Latina e quelle interne allo stesso Occidente con l'eliminazione delle "sacche di privilegio" dei lavoratori sindacalizzati e dei diritti sociali dei gruppi sociali più deboli. In epoche passate, l'Europa è stata colonizzatrice di interi popoli. Ha prelevato dalle loro terre immense fortune e queste ricchezze hanno contribuito al trionfo dell'Occidente e al suo benessere economico. Ora che quei paesi reclamano i loro diritti a sedersi al tavolo dei potenti, essa scopre di vivere al di sopra delle sue possibilità.
Pomigliano non è un incidente di percorso nel solco del Sol dell'Avvenire e neppure si tratta di una semplice, seppur dolorosa, sconfitta sindacale come altre volte è accaduto. La posta in gioco è un nuovo modello di sfruttamento a livello globale oppure una società che sappia sottrarsi alla tirannia del mercato globale e del pensiero unico. Non esistono scorciatoie a questo percorso dentro il sistema di potere odierno. Qualunque proposta tecnica o di innovazione si rivela un'arma spuntata. Nei paesi dove si è di più investito nelle nuove tecnologie energetiche (eolico, solare) le conseguenze sulla popolazione e sui lavoratori sono le stesse. Fabbriche vengono chiuse senza preavviso e trasportate altrove di fronte a una classe operaia e a sindacati impotenti. Inoltre si fa sempre più chiara la prospettiva che queste tecnologie stanno producendo nuovi disastri ambientali e sociali.
Fare allora un passo indietro? No, naturalmente, ma si tratta di cambiare direzione. Certamente si tratta di uscire dalle idee e dalle politiche che hanno sostenuto il mito della crescita e dello sviluppo. Le proposte messe in campo sono numerose: ri-territorializzazione, sviluppo locale, economie comunitarie, ricostruzione del rapporto tra cultura-nature-sistemi produttivi, decrescita, sobrietà. Concetti e proposte con sfumature diverse che suscitano anche legittime diffidenze e sospetti, ma che condividono l'esigenza di un cambio di paradigma rispetto al passato. Non basta inventare o immaginare "nuovi modelli di sviluppo" se non si affronta il problema della cultura e del potere reale, cioè del controllo sull'economia come premessa a quello della politica e delle istituzioni.
Non si tratta però di pensare a un mitico e immaginario giorno X dopo il quale le cose cambieranno, quel concetto di Rivoluzione che avrebbe sconvolto d'un colpo il tracciato della storia. Pezzi di un cambiamento possibile sono già in atto sia negli altri paesi che si sono sottratti ai poteri e alle logiche del neoliberismo (in Asia e America latina), sia in Occidente da associazioni, movimenti cooperativi e reti di solidarietà per un altro consumo e un'altra economia. Ma queste iniziative, pensate come strumenti di scelta etica e di testimonianza, nicchie dentro un sistema di mercato e di relazioni industriali capitalistico, devono riproporsi come strumenti di creazione di un nuovo mercato delle comunità e del paese e di un nuovo sistema di poteri. Le stesse pratiche partecipative sono state rapidamente inserite all'interno del sistema come meccanismi di consenso a questo o strumentalizzate dalla sinistra a fini elettorali.
Noi pensiamo che si possa mettere all'ordine del giorno dell'agenda politica il tema di un nuovo modo di pensare e di realizzare un progetto di società fuori dal recinto dei vincoli economici, sociali, politici che ci vorrebbero far credere "naturali". Non partiamo da zero. Riflessioni teoriche prodotte ed esperienze reali ci insegnano che il paradigma della crescita e dello sviluppo è arrivato al capolinea. Ai giovani e alle giovani che non trovano lavoro, a chi vive di un lavoro precario e con un reddito intermittente, a chi in cassa integrazione vive tra un debito e l'altro, a chi un lavoro lo aveva e non lo ha più, a chi per tentare di conservarlo deve cedere al ricatto di barattare diritti certi con prospettive incerte, va detta la verità: che non otterrà risposta alle sue esigenze di un lavoro dignitoso e di un reddito decente inseguendo soluzioni convenzionali ma non più reali. La risposta va cercata in ciò che già esiste e si sta muovendo verso un diverso modo di produrre, in un tipo di impresa diversa, basata sulla centralità del lavoro e non del profitto, in un'economia che non prevarichi la società ma torni a esserne una delle funzioni. Non un'utopia ma prospettive praticabili e che possiamo contribuire a costruire, insieme, qui e ora.
Ci proponiamo per questo di organizzare una serie di incontri per riflettere insieme su questi temi e di istituire dei "laboratori territoriali" come aree di verifica e di sperimentazione delle nostre tesi. Questi laboratori possono divenire il luogo concreto dove si superano vecchi steccati, anche quelli di una prospettiva sociale e di classe che continua ad ancorare solo alla fabbrica capitalistica e alle istituzioni ogni possibilità di rinnovamento e di riscossa. 
Info e adesioni:  idicerbo(at)libero.it
 
 
Crisi della sinistra
 
Il circolo del manifesto di Roma, la cui assemblea fondativa si è tenuta il 19 aprile scorso alla Casa della cultura, ha avviato un dibattito sulla crisi della sinistra.
Di seguito proponiamo la lettera di convocazione dell'assemblea del coordinatore del circolo, Ivano Di cerbo e i due interventi di risposta che ad oggi sono arrivati. 
 
Facciamo circolare le idee
Non nascondo di essere stato frastornato dai risultati delle recenti elezioni regionali. I timidi segnali di ripresa dei movimenti mi avevano indotto a sperare che, forse, questa volta sarebbe andata meno male che alle politiche del 2008. Purtroppo così non è stato e la situazione è precipitata, se è possibile, ancora più rovinosamente.
Il cavaliere di Arcore ha vinto ancora una volta e, quel che è peggio, lo sfondamento della Lega al nord e il suo allargarsi al centro Italia rischia di mettere in pericolo, non solo la democrazia ma la stessa unità nazionale.
Se molti di noi rimasero sconcertati dal fatto che la "sinistra alternativa” non ritenne opportuno spendere un solo minuto del suo tempo per cercare le cause del disastroso esito della lista arcobaleno alle politiche del 2008, oggi, c’è da restare allibiti di fronte agli arzigogoli di Bersani che, pur di non ammettere la sconfitta, finisce per nascondersi il vero messaggio del voto. 
Non prendere atto della sconfitta significa rinunciare a capire perché, nonostante i durissimi colpi inferti dalla crisi economica, i tentativi di svuotare la Costituzione, il dilagare della corruzione, gli attacchi alla magistratura e alla libertà di informazione, cresce l’astensionismo e, al contrario di ciò che è accaduto in Francia, colpisce l’opposizione più che l’area di governo. 
Come si può sostenere che in Piemonte la sinistra ha perso perchè i valsusini contrari alla TAV hanno votato per Grillo anziché per la Bresso che la sostiene? Come si fa a non capire che il ricatto del voto utile non può funzionare all’infinito? E come si può pensare di poter conservare i propri voti, e intercettarne altri, se non si propone un modello alternativo società e del suo governo e, conseguentemente, uno straccio di programma per realizzarla? 
Se Nanni Moretti, alcuni anni fa, arrivò a dire che con i dirigenti del PDS di allora la sinistra non avrebbe mai vinto, dopo il risultato delle regionali possiamo essere certi che con quelli dell’attuale del PD siamo è condannati a perdere per l’eternità.
La sconfitta del 28/29 marzo conferma che, prima che essere elettorale, è una disfatta culturale e politica. Per questo dobbiamo avere la consapevolezza che per uscire dal baratro in cui siamo precipitati, sono necessari tempi lunghi e anni di duro lavoro.
Il manifesto che, come spesso ci ricorda Valentino Parlato, è nato sulla scommessa “che questa società si deve e si può cambiare”, nella fase difficile che attraversiamo, può assolvere ad un ruolo insostituibile, sia sul piano dell’elaborazione teorica che quello della proposta e dell’iniziativa politica, aiutando tutta la sinistra a ricercare i nessi che ci sfuggono e la irrinunciabile unità di tutti i soggetti che, non arrendendosi, vogliono contribuire alla costruzione di un percorso comune di rigenerazione.
In questa prospettiva si muovono i compagni che il 24 marzo si sono riuniti a Roma, in Via Bargoni, per dar vita al Circolo romano degli amici de il manifesto, confrontandosi in un interessantissimo dibattito che ha investito la fase politica e il tipo di giornale che serve per incidere su di essa. Ovviamente gli orizzonti partenza e i giudizi espressi sono stati differenti ma, in tutti gli interventi, si poteva cogliere la volontà comune di voler giocare la partita, magari per vincerla nei supplementari. Alla fine i presenti hanno convenuto sulla necessità di incontrarsi di nuovo, a brevissima scadenza,  per studiare il modo di cominciare a lavorare insieme, nella prospettiva di costruire una rete nazionale che metta in connessione le esperienze che, seppur faticosamente, operano o si stanno avviando in numerose zone del paese. 
Ivano Di Cerbo
 
Al capolinea
“Malgrado il fatto che un’elevata percentuale della popolazione non abbia accesso alle condizioni di base della vita, l’umanità ha già oltrepassato  i limiti della capacità rigenerativa della Terra”  Con questa brevissima ma efficace frase,  il sociologo venezuelano Edgar Lander ci avverte che il nostro sistema (inteso questo termine nella sua accezione più ampia e comprensiva) è giunto al capolinea, che non possiamo  continuare così, perché è impossibile escludere dalle condizioni di base della vita gran parte dell’umanità  ed è impossibile  continuare a mangiarci la Terra come se fosse illimitata.. 
Trent’anni fa, Roberto Vacca, ingegnere, scienziato e futurologo, pubblicò un libro che fece scalpore, Il Medioevo Prossimo Venturo, nel quale spiegava che più il nostro sistema diviene complesso, più raggiunge  alti livelli di efficienza, tanto più diventava fragile e facilmente vulnerabile. La sua denuncia prendeva le mosse da un black out che aveva colpito   New York. E’ facilmente immaginabile  cosa volle dire per  una città sviluppatasi in verticale come New York rimanere senza ascensori: la totale paralisi.   
E’ di questi giorni, a dimostrazione, se ve ne fosse bisogno,  che viviamo in un sistema che non è compatibile con l’ambiente in cui siamo immersi,  la paralisi nei cieli provocata dall’eruzione di uno stupido e dimenticato vulcano dell’Islanda. In quattro giorni sono stati cancellati 63.000 voli ed i danni per le sole  compagnie aeree, calcolati al 19 aprile, hanno raggiunto i 2 miliardi di dollari, senza contare dunque quelli derivati   a carico del turismo, quelli per il  deperimento di prodotti agricoli e floreali, e gli altri  per i ritardi nelle consegne di materiali, etc... E senza contare  quelli che la nostra cultura economicistica ci fa chiamare  costi umani, che non so però come si potrebbero calcolare. 
Mi si potrà dire che i vulcani non eruttano tutti i giorni, Che, anzi, le eruzioni si susseguono magari dopo centinaia di anni. E’ vero. 
Ma se vogliamo ricorrere a fatti che rientrano nella banale quotidianità  per dimostrare che il nostro sistema non riesce più a funzionare per bene a causa delle sue intime contraddizioni che ne inceppano il funzionamento, gli episodi non mancano.
Intanto, mi viene in mente un mio cognato un po’ strano, che quando deve cambiare l’auto sceglie accuratamente quella  con le minori dotazioni tecnologiche .” Meno cose ci sono meno se ne possono rompere”, sostiene. Per quel che mi riguarda, so per certo che nell’auto che utilizzo vi sono un buon numero di tasti, comandi  e display che non impiego e nemmeno so a cosa servano. Però li ho pagati, si possono  guastare  ed in tal caso  dovrei pagare  la loro riparazione; hanno comunque  concorso  al consumo di risorse non riproducibili. Altrettanto accade per il mio telefono cellulare che è quasi un reperto archeologico eppure  ha   funzioni largamente  sovrabbondanti rispetto a quelle che utilizzo normalmente. Cui prodest?  avrebbero detto gli antichi. A chi e a che serve? Serve all’ accumulazione del capitale   e a consumare  le risorse della Terra che però sono limitate. E’ davvero strano  quel  mio cognato o è che la saggezza nella nostra società appare come una stranezza?  
Ricordiamo tutti/e quanto giubilò l’ Italia intera allorché la FIAT, della quale si era temuto il peggio, uscì dalla crisi mettendo  sul mercato automobili ben fatte; ne vendette tante e le immatricolazioni ripresero ad aumentare. Evviva! “Ciò che va bene per la FIAT va bene per l’Italia” ci aveva insegnato l’Avvocato. Non so però se ricordiamo altrettanto bene che proprio in quel periodo i presidenti delle Regioni del Nord d’Italia stavano studiando quali misure adottare per limitare il traffico automobilistico ed allontanare quello pesante, di transito, dalla principali città, perché il settentrione del nostro paese, specialmente l’area padana, è la zona più inquinata d’Europa. Mio cognato sarà strano, ma il resto degli italiani non mi sembra che brillino per logica. O sbaglio?
Ricorderemo in tanti/e che Vendola quando fu eletto per la prima volta alla presidenza della Regione Puglia, tra i primi provvedimenti adottati nominò   Riccardo Petrella alla presidenza della società che gestisce l’acquedotto pugliese. Petrella non durò a lungo in carica. Ma tra la nomina e le dimissioni avvenne un singolare episodio. Era divenuto noto che l’acqua comincia a scarseggiare anche da noi. In consiglio di amministrazione Petrella propose che l’acquedotto pugliese lanciasse  una campagna per invitare la popolazione ad essere parsimoniosa nei consumi idrici. L’amministratore delegato della società fece presente che se la campagna fosse stata attuata l’intero consiglio sarebbe stato passibile di un’azione di responsabilità (richiesta di risarcimento dei danni) ad opera degli azionisti della società,  in quanto il compito di chi  amministra  una società con la cura di un buon padre di famiglia (lo dice il codice civile) è di operare perché i ricavi aumentino e così i profitti, ovvero i dividendi che vanno agli azionisti. E non per ridurre le vendite. La proposta di Petrella non fu approvata. A me sembra che ci sia qualcosa che non  quadri in tutto questo. O sbaglio?
Restando nel campo idrico, mentre in Puglia avveniva quel che ho appena riferito, in Toscana il consumo dell’acqua diminuì. I Toscani pensarono di risparmiarne un po’. Terribile! I ricavi della società che gestiva l’acquedotto diminuirono, e così gli utili e di conseguenza i dividendi. Il consiglio di amministrazione corse però ai ripari. Poiché i ricavi sono il frutto di una semplice moltiplicazione, quantità  vendute moltiplicate per  il prezzo unitario,  gli   amministratori  pensarono che per ripristinare il livello dei ricavi sarebbe bastato aumentare il prezzo dell’acqua, considerato che la domanda idrica  è relativamente anelastica, cioè non può diminuire al di sotto di un certo livello. Saggiamente, dunque,  aumentarono le tariffe. Ed i conti quadrarono. Quelli della impresa, ovviamente. Un po’ meno quello delle famiglie ed in genere degli utenti. Ancor meno quelli del sistema complessivamente considerato. A me sembra che anche questo episodio stia a dimostrare che qualcosa non va’ nel nostro sistema  e che  andare avanti così non si può.
Potrei continuare con gli esempi. Ma mi fermo qui, per andare al nocciolo della questione.
Tutti/e lamentiamo e patiamo la crisi. Ma di che si tratta? Molti hanno sostenuto - e non pochi sostengono ancora - che si tratti di una crisi finanziaria che si è ripercossa sulla “economia reale”. Balle! La crisi è strutturale, riguarda il sistema capitalistico nel suo complesso ed è nata nell’economia reale. Ciò che si è inceppato per  gravissime difficoltà di funzionamento è il processo di accumulazione del capitale. E’ stata l’economia reale a dare cenni di cedimento per prima, tant’è che la si è drogata  inventando il “credito al consumo”, vera e propria eresia rispetto ai “sacri canoni dell’ortodossia creditizia” che vigevano un tempo. Ma neppure questo espediente è durato a lungo  e la produzione di merci a mezzo di merci, nella qual cosa consiste l’economia reale,  stentava  a dar luogo ad un sufficiente “valore aggiunto” che il capitale potesse avocare a sé per alimentare la propria crescita. Ed allora si è ampliata a dismisura la finanziarizzazione dell’economia, cioè la “generazione di denaro a mezzo di denaro”, meglio se virtuale come le telematica consente. E si sono inventati i derivati e tanti altri prodotti truffaldini, pudicamente chiamati “velenosi”. Ma nemmeno questa invenzione ha funzionato all’infinito, poiché, per quanto virtuale  possa essere l’economia finanziaria, essa prima a poi un contatto con la realtà   deve pure prenderlo. E quando è avvenuto si è scoperto che i poveri, ignari, turlupinati piccoli risparmiatori non avevano di che pagare  le rate di mutuo e quant’altro veniva a scadenza. E il castello è caduto. Alcune banche e compagnie finanziarie sono fallite e per non farne fallire  altre sono intervenute le finanze statali. Ovviamente ho schematizzato per brevità; ma il succo della vicenda  è esattamente questo.
Ora, per uscire dalla crisi si  conta sulla crescita della Cina che dovrebbe fare da “locomotiva” dell’economia dei paesi che siamo abituati, non si capisce bene perché, a chiamare avanzati. Si dà il caso però che la “crescita della Cina” concorre come quella dei paesi avanzati a mangiare la Terra  e   che  quell’immenso paese per raggiungere  il livello di vita, alias: dei consumi, dell’Occidente  avrebbe  bisogno di tre Pianeti da mangiare. Ma c’è un guaio: ne abbiamo uno solo.
Niente paura. C’è chi ha la ricetta pronta: la decrescita.  
Può funzionare? Si e no.      Dipende dal contesto..   La crescita infatti  non assicuradi per sé  né l’aumento dell’occupazione né quello dei salari e degli stipendi e  può verificarsi addirittura che essa si accompagni, come   è avvenuto,   con la diminuzione dell’occupazione e dei salari. Si immagini dunque  cosa può avvenire  in fase di decrescita!.     Afferma     Edgar Lander, che cito ancora una volta, “Non è possibile un capitalismo della crescita zero e ancor meno un capitalismo della decrescita”. Insomma  per la decrescita  nel contesto   dell’economia  capitalistica si potrebbe dire,    parafrasando  il  noto aforisma  che dice   “La ricchezza  non fa la felicità. E’ vero. Ma figurati la miseria”;  la crescita non è una soluzione; ma figurati la decrescita.
La decrescita può invocarsi solo   come effetto collaterale del passaggio ad  economie alternative a quella capitalistica. Ormai è evidente che la costruzione di società “non solo democratiche ed eque, ma anche compatibili  con la difesa della vita sul pianeta” implica alternative  necessariamente  anticapitalistiche. Allo stato delle cose dunque  lo stesso tema sul quale il  manifesto sviluppò un dibattito negli anni settanta dello scorso secolo - “Uscire dalla crisi del capitalismo o dal capitalismo in crisi” - appare    superato. Il dilemma  oggi non si pone. Si possono anche scrivere libri dal titolo Il Capitalismo ha i secoli contati,  ma  la sopravvivenza degli equilibri ambientali e la salvaguardia degli assetti delle diverse società  hanno  solo pochi  decenni da contare. Dopo ci sarebbe  il degrado della vita e l’imbarbarimento delle società.
Le crisi economica e quella ambientale non sono però le sole che attraversano la nostra epoca. Sono anche in crisi le forme della democrazia,  la rappresentanza, la forma partito, la coesione delle società, i sistemi istituzionali, la stessa forma dello Stato Nazione.  
La concomitanza di queste crisi e le interdipendenze che le    legano rivelano che è in atto una crisi più grave e profonda, svelano che  è giunta al termine  la parabola vitale del paradigma di fondo  delle nostre società., quello su cui l’Occidente ha costruito la sua  la modernità.. L’assioma della  centralità nell’universo dell’essere umano ed il corollario che ne deriva secondo cui egli  con la propria intelligenza (Ragione e Scienza) può e deve piegare la natura e le sue leggi  secondo il proprio discernimento alle  proprie  esigenze  ed aspirazioni non reggono più. Il titolo dato all’articolo di Edgardo Lander da cui ho tratto le  citazioni precedenti -  Un modello di Civiltà in Crisi Terminale - lo esprime con icastica efficacia
Ciò che la modernità   poteva dare lo ha dato. Ora i  suoi esiti finali   stanno persino  smentendo   i suoi presupposti di partenza: l’essere umano, avendo dovuto   cedere la propria centralità al connubio tra Scienza e Capitale, è in   posizione subordinata rispetto alle loro  logiche    ed è   ridotto al rango di  appendice della Tecnologia. Quanto alla  della natura,   ne sono  compromessi gli equilibri vitali e non è sicuro che gli assetti che essa  assumerà,  se  non  arresteremo  rapidamente con un cambio di paradigma  i  processi in corso,    consentiranno la permanenza della vita  che conosciamo.
Come se ne esce? Faccio mio quanto Claudia Fanti ha scritto sul numero 29 di Adista Documenti, riferendo del  numero collettivo pubblicato da tredici riviste latinoamericane  per trattare della radicale riconversione ecologica a cui  la nuova  cosmologia obbliga persino le religioni: <… se come diceva Einstein  “un problema non può essere risolto con un rimedio derivato dalla stessa mentalità che ha causato il problema”, solo cambiando modello di civiltà, e  dunque, necessariamente, riconsiderando la relazione …. con il cosmo e la natura, sarà possibile individuare soluzioni alla crisi attuale>. 
Una fase della nostra storia si chiude. Dobbiamo dare inizio ad una nuova narrazione. Ma non si  parte da zero. E’ di questi giorni (dal 19 al 22 aprile) il summit convocato a Cochabamba   nel cuore delle Ande dal presidente della  Bolivia    Evo Morales cui hanno partecipato non solo migliaia di delegati dei movimenti di base, ma capi di stato e di governo di molti paesi. Il summit  ha lanciato  la Carta dei Diritti della Madre  Terra perché si affianchi ed intergi  la Carta dei Diritti dell’Uomo. Dal connubio dei principi delle due Carte può nascere il paradigma   sul quale impiantare la nuova narrazione cui ho accennato, narrazione  di una società in cui i diritti sociali si coniughino con quelle della Terra e di un’economia che non sia predatoria, ma a misura di ambiente e a servizio delle comunità umane, come Giuseppe De Marzo ha descritto nel suo ultimo affascinante libro  pubblicato da Ediesse, la casa editrice della CGIL, con il titolo”Buen Vivir- Per una nuova democrazia della terra”.
Tutto ciò può sembrare una fantasia suggerita dalla immaginazione poetica dei popoli indigeni dell’America Latina. Ma non è così. Di una concezione  che veda l’uomo come facente parte della natura e dell’ambiente, e non come il suo dominatore, una concezione che vede  il   territorio non come bruto contenitore  ma come organismo vivo   e l’economia non  come asse dominante della società ma come un sistema basato sulla solidarietà e la cooperazione ne parlano da anni in Italia filosofi come Mario Alcaro e  Piero Barcellona, urbanisti come Enzo Scandurra, economisti come Bruno Amoroso, solo per fare i nomi  di studiosi che conosco meglio. Ed  è singolare scoprire le assonanze  tra il loro pensiero, che almeno in parte si rifà alla lezione del Naturalismo Mediterraneo,  e la concezione della Pachamama che  non interpella solo le religioni  ma ha  ispirato  le  costituzioni che di recente si sono dati alcuni popoli dell’America Latina .  
Rispetto a questo scenario mi sembra evidente che per dare un senso ai Circoli di il manifesto ed allo stesso quotidiano bisogna tenersi ben lontani dal piccolo cabotaggio del dibattito politico contingente ed occorra ribaltare il tavolo della discussione sul quale continuano ad attardarsi le nomenclature di quel che fu un tempo la sinistra italiana. Occorre  assumersi  il compito di rivisitare  le categorie di analisi delle società moderne ed  innovare  la “cassetta degli attrezzi”  che siamo stati abituati ad utilizzare per leggere la realtà e le dinamiche che la pervadono. 
Potremmo cominciare a riflettere e ricercare sul lavoro, sulle sue nuove forme. Ci accorgeremmo probabilmente che alienazione e sfruttamento sono fenomeni ancora in atto -  e come! -  ma non passano più esclusivamente e neppure forse prevalentemente per il rapporto di lavoro dipendente; che il capitale ha esteso il suo comando per molti altri  canali e che alienazione e sfruttamento colpiscono anche il momento del consumo; che i nuovi soggetti che la sinistra non ha riconosciuti come facenti parte del suo popolo sono sfruttati ed alienati quanto e forse più dei lavoratori dipendenti; che la flessibilità, che per la rarefazione delle fonti di reddito distribuite è inevitabilmente destinata a tramutarsi in precarietà, non è stata inventata dal Pacchetto Treu ma è nata ben prima per le radicali modifiche intervenute nel    modo  di produrre capitalistico; che la crisi del welfare non è dipesa solo dalla debolezza delle sinistre ma  soprattutto  dal fatto che non è più funzionale al processo di accumulazione del capitale. 
E che dunque o si esce dal capitalismo o  a tutto ciò non si può porre riparo. Per cui  non ha senso parlare di sinistre senza iniziare una nuova narrazione. 
Nino Lisi
 
Facciamo finta che siamo in una trattoria 
Ho partecipato alle prime due riunioni del circolo romano del Manifesto. L’altra volta ho detto alcune cose, lunedi  avrei voluto spiegarmi meglio ma purtroppo sono dovuto andare via e quindi scrivo. Facciamo finta che siamo in una trattoria e parliamo di politica …..e di vita così , davanti a un bicchiere di vino, ci capiamo meglio.
Lunedi, finchè sono rimasto lì, la riunione non mi è piaciuta molto anzi proprio non mi è piaciuta, spero che dopo le 8 le cose siano andate meglio.
Non so esattamente da dove cominciare per cui ti dirò alcune cose in ordine sparso, così come mi vengono.
Ecco, la prima considerazione è quella di una sconfitta terribile.
Ci siamo visti tra reduci da una battaglia che abbiamo perso e non riusciamo forse ancora a capire perché. Ho 60 anni e in queste riunioni rivedo i compagni e le compagne degli anni settanta. Tutti invecchiati e acciaccati. Ti confesso per questo una grande tristezza. Mi ricordo di te, per esempio, alle riunione di quel tempo e tanti altri. Facce nuove, soprattutto giovani non ne vedo. Lunedi c’era un gruppetto sparuto di giovani tra una marea di capelli bianchi e di pensionati e spero abbiano preso la parola sennò la vedo male, ancora una volta.
E’ bellissimo pensare che gente avanti con gli anni abbia ancora voglia di combattere per un ideale (posso usare questa parola?) di uguaglianza, di libertà e di liberazione, di giustizia. Ognuno che era lì aveva una bella biografia alle spalle, gente che ha dato molto, forse tutto per le proprie idee, che non si è arricchita e così via. Guardavo la faccia di Loris Campetti e pensavo proprio ad una persona pulita, onesta che ancora sta lì sul pezzo scrivendo sul nostro giornale forse con lo stesso entusiasmo interiore di una volta ( così voglio pensare). Insomma gente che ancora alza il culo e si vede per parlare di politica nonostante le schiene ricurve e i volti  segnati da una vita intensa.
E tuttavia siamo sempre noi, sempre gli stessi, come se facessimo parte di un club, di un ritrovo di vecchi combattenti che non vogliono demordere. Tra parentesi non perdiamo mai il vizio di fare interventi lunghi, a volte logorroici, come se dovessimo parlare alla folla davanti al Palazzo d’inverno. Un po’ di sintesi, semplicità e umiltà non ci farebbe male.
Dovrà pure esserci un motivo per cui le nostre parole d’ordine di una volta non trovano ascolto al di fuori di noi o no?
A me pare che è cambiato tutto. L’unica cosa che non è cambiata è che persiste (lo dico banalmente ma ci capiamo al volo) uno sfruttamento di pochi (che detengono il potere) sui molti e ora pure sul pianeta ( per es ambiente).
Quindi c’è da cambiare questo mondo, questa Italia, quest’uomo indifferente o rapinatore di diritti, salute, benessere, pace, aria pulita e così via.
Ma come? Vado al dunque. Noi siamo cresciuti sull’analisi marxista. Abbiamo creduto al comunismo, alla classe lavoratrice etc
Io credo  che il filone più libertario del marxismo sia in grado ancora oggi dispiegare MOLTE COSE ma non TUTTE LE COSE. Nel novecento, ad esempio, si sono affermate le culture del femminismo e dell’ambientalismo ( lunedi mi parevano assenti).
Una volta c’erano le classi ben definite ed era più facile schierarsi. Oggi siamo tutti (in gran parte) atomi. Lo sfruttamento c’è ancora ma è più sottile, addirittura le classi (gli individui) oppresse vivono la dimensione dello sfruttamento e, al tempo stesso, della speculazione finanziaria ( quanta gente normale, ivi compresi gli operai hanno investito in azioni, fondi etc ?
E che dire di tante persone imprenditori di se stesse ( con partita IVA) costrette a lavori mal pagati e super tassati pur di vivere una vita del cazzo?
Li dobbiamo considerare padroncini da impiccare?
L’altra sera ho sentito parlare di “ centralismo democratico”, di “proletariato”, la volta precedente di dibattiti di 40 anni fa, di Ingrao illuminato e così via.
Porca vacca, ma un ragazzo, magari precario, di oggi cosa di utile, di interessante per sé può provare a sentire questi ragionamenti?
Non è che siamo autoreferenziali e non siamo capaci di capire che succede nella società?
Tu nella mail di invito all’incontro hai scritto “ il circolo per………aiutare la sinistra a ridisegnare un progetto che le consenta di uscire dal baratro profondo cui è STATA PRECIPITATA”. Diciamo la verità: IN CUI LA SINISTRA E’ PRECIPITATA DA SOLA.
Allora, per favore, manteniamo alta la radicalità, l’idea di rivoluzionare la società, sviluppiamo il nostro essere eretici ma troviamo nuove parole d’ordine  che oggi le persone, specie giovani, possano capire e sposare.
Personalmente ho confidato molto nel movimento no global ma le cose sembra non vadano come pensavo. Lo riprenderemo questo discorso.
Conosco persone  ASSOLUTAMENTE NON BERLUSCONIANE , NON PD E NEPPURE DIPIETRISTI che fanno le manifestazioni dell’acqua pubblica o per Emergency o per tante altre cose ( penso al popolo viola non giustizialista) e che mai verrebbero ad una riunione come le nostre o se venissero poi non tornerebbero.
Perché? Mi sai rispondere?
Lunedi un compagno ( il primo a parlare) ha fatto l’inno alla lotta perenne. Parliamoci chiaro. Se parliamo di lotta non sono il tipo da tirarmi indietro. E’ una vita che lo faccio e in tanti tanti modi ( pagando dazio) ma lottare per cosa? Per maledire i padroni, i guerrafondai e così via?  E poi? Va bene tutto ma santo iddio che cazzo di società vogliamo?
A me pare che nella sinistra italiana (ridotta malissimo per colpa di tutti noi) ci sia un deficit culturale e politico SPAVENTOSO.
Due parole sul Manifesto.
Lo leggo sempre, sono abbonato da sempre, ho sottoscritto sempre, se la mattina non lo leggo sto male eppure se dovesse morire non tutta la colpa sarebbe del cattivo Tremonti.
Per me in Italia non c’ è giornale migliore ma solo perché gli altri fanno proprio schifo.
Per me il giornale, così com’è, è destinato ad una lenta consunzione ( voglio bene a Valentino Parlato ma certi suoi editoriali ormai sono troppo datati, risentono troppo della sua storia con il PCI che io, per es, non ho mai votato).
La butto lì. Per me o il MANIFESTO sarà in grado di essere al centro del rinnovamento (MANTENENDO  E PURE AUMENTANDO LA RADICALITA’) della SINISTRASINISTRASINISTRA ITALIANA oppure perderà sempre più lettori (a me risulta che i giovani lo leggono pochissimo) e morirà per essere diventato uno strumento inutile.
Sai quante volte ho cercato di farlo apprezzare? La gente lo legge qualche giorno poi lo lascia. Motivi? Troppo intellettuale,  a volte snob, confuso, dà l’idea di una casta ristretta, troppo post vecchio PCI e ’68.
E’ un po’ come il rapporto tra SEL e le Fabbriche di Vendola. A SEL ci vanno in pochi (pure in Puglia), alle Fabbriche sembra che c’è la ressa.
Ora io odio i miti e le personalizzazioni (per questo ho delle riserve su Vendola) ma questi meccanismi ci debbono far riflettere.
Insomma a me piacerebbe un MANIFESTO più vivace, meno serioso, più spregiudicato, più capace di accompagnare o provocare campagne, favorire incontri tra le tante anime dei movimenti e soprattutto RIAPRIRE IL CANTIERE DELLA SINISTRA ITALIANA, CAPIRE COME E’ CAMBIATO IL MONDO.
Una ultima cosa. Visto che mi pare tu faccia un po’ il coordinatore del circolo ti vorrei proporre, con il consenso ovvio degli interessati, che gli iscritti al circolo stesso siano messi in rete in modo che ciascuno possa intereagire con gli altri (per es questa chiacchierata con te l’avrei estesa a tutti gli altri). Insomma sfruttiamo pure questo benedetto Internet per favorire i confronti tra compagni).
Ugo
 
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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