Materiali
COME RIPENSARE IL LAVORO E IL TERRITORIO
di Nino Lisi*
Il lavoro, che è una delle dimensioni determinanti lungo le quali si sviluppa la personalità e si costruisce l'identità di una persona, è il fondamento della coesistenza civile del popolo italiano e delle sue istituzioni, cioè dell'intera Repubblica. Lo stabilisce, come è ben risaputo, l'art. 1 della Costituzione. C'è stata un'epoca nella quale pareva che la previsione dei costituenti potesse avverarsi: la piena occupazione non sembrava un miraggio, lo Statuto dei Lavoratori era stato adottato per legge, la magistratura ne tutelava con rigore il rispetto, erano stati acquisiti il punto unico di contingenza e il piano unico delle valutazioni. Prima, c'erano stati i Consigli di fabbrica. Poi, a dieci anni dalla promulgazione dello Statuto dei Lavoratori, nell'ottobre del 1980 a Torino, la "marcia dei quarantamila" quadri della Fiat (che manifestarono contro l'occupazione della fabbrica da parte degli operai) venne ad annunciare che la globalizzazione era vicina. E con la globalizzazione la centralità dell'impresa (cioè del profitto, ovvero del capitale) prese il sopravvento: il salario, lungi dall'essere una variabile indipendente, divenne variabile dipendentissima, e il lavoro è diventato flessibile, precario sino ad essere marginale. I lavoratori sono stati considerati risorse e quindi trasformati in esuberi. Il lavoro si è frantumato. Ormai si parla di lavori e questo c'entra qualcosa forse con il fatto che anche la sinistra non è più una, ancorché articolata al suo interno in diverse formazioni, ma anche di essa si parla al plurale: sinistre.
Questo quadro, con aspetti differenti, è comune ai paesi a economia industriale avanzata. Nel nostro ha alcuni caratteri di specificità che ne aggravano il peso, dovuti a due fattori: il "modello familiare" del capitalismo italiano non è stato all'altezza delle sfide poste dalla transizione dal capitalismo nazionale al capitalismo globale (con la conseguenza che ha abbandonato i settori di punta dell'industria moderna, contribuendo così non poco al "declino" del paese); il processo di unificazione, di cui si va celebrando il centocinquantesimo anniversario, ha restituito un paese a due velocità.
Nel contesto attuale restituire al lavoro la dignità e il ruolo di funzione basilare della società è semplicemente impossibile. Per recuperare la dignità e il ruolo del lavoro e dei lavoratori e lavoratrici è necessario un cambio di paradigma, c'è bisogno di un'impresa e di un'economia che non puntino alla massimizzazione del profitto, costi quel che costi, ma che ritrovino un rapporto costruttivo con l'ambiente ed il territorio. Dove per territorio non si intenda un mero fattore produttivo e nemmeno un bruto contenitore di attività, bensì un contesto vitale nel quale ogni forma di vita abita e trae alimento.
Per iniziare ad approfondire queste tematiche il Circolo Romano Amici de" il manifesto" promuove gli "incontri di riflessione" il cui documento di presentazione è qui accanto.
Il primo incontro, quello del 22 gennaio, dal titolo «Lavoro e Territorio - dopo Pomigliano: una proposta per una società ed un'economia solidali», si terrà a Roma nell'Aula del Portico della Facoltà di Ingegneria e sarà aperto alle 10,30 dall'introduzione di Bruno Amoroso. Confidiamo in una partecipazione ampia nella quale tutti ci si metta in discussione, che nessuno sappia a priori cosa dire e ciascuno si esprima su ciò che ha sentito, intrecciando la propria opinione con quelle altrui. Gli interventi saranno di cinque, sei, sette minuti per dare la possibilità di intervenire anche più volte. Vorremo insomma un colloquio sulla possibilità di costruire un'economia dal basso che miri a diffondere benessere per tutti . E chissà se verificheremo che pensare di liberare il lavoro dalla soggezione al capitale non è follia.
* Circolo romano amici de il manifesto
Il lavoro, che è una delle dimensioni determinanti lungo le quali si sviluppa la personalità e si costruisce l'identità di una persona, è il fondamento della coesistenza civile del popolo italiano e delle sue istituzioni, cioè dell'intera Repubblica. Lo stabilisce, come è ben risaputo, l'art. 1 della Costituzione. C'è stata un'epoca nella quale pareva che la previsione dei costituenti potesse avverarsi: la piena occupazione non sembrava un miraggio, lo Statuto dei Lavoratori era stato adottato per legge, la magistratura ne tutelava con rigore il rispetto, erano stati acquisiti il punto unico di contingenza e il piano unico delle valutazioni. Prima, c'erano stati i Consigli di fabbrica. Poi, a dieci anni dalla promulgazione dello Statuto dei Lavoratori, nell'ottobre del 1980 a Torino, la "marcia dei quarantamila" quadri della Fiat (che manifestarono contro l'occupazione della fabbrica da parte degli operai) venne ad annunciare che la globalizzazione era vicina. E con la globalizzazione la centralità dell'impresa (cioè del profitto, ovvero del capitale) prese il sopravvento: il salario, lungi dall'essere una variabile indipendente, divenne variabile dipendentissima, e il lavoro è diventato flessibile, precario sino ad essere marginale. I lavoratori sono stati considerati risorse e quindi trasformati in esuberi. Il lavoro si è frantumato. Ormai si parla di lavori e questo c'entra qualcosa forse con il fatto che anche la sinistra non è più una, ancorché articolata al suo interno in diverse formazioni, ma anche di essa si parla al plurale: sinistre.
Questo quadro, con aspetti differenti, è comune ai paesi a economia industriale avanzata. Nel nostro ha alcuni caratteri di specificità che ne aggravano il peso, dovuti a due fattori: il "modello familiare" del capitalismo italiano non è stato all'altezza delle sfide poste dalla transizione dal capitalismo nazionale al capitalismo globale (con la conseguenza che ha abbandonato i settori di punta dell'industria moderna, contribuendo così non poco al "declino" del paese); il processo di unificazione, di cui si va celebrando il centocinquantesimo anniversario, ha restituito un paese a due velocità.
Nel contesto attuale restituire al lavoro la dignità e il ruolo di funzione basilare della società è semplicemente impossibile. Per recuperare la dignità e il ruolo del lavoro e dei lavoratori e lavoratrici è necessario un cambio di paradigma, c'è bisogno di un'impresa e di un'economia che non puntino alla massimizzazione del profitto, costi quel che costi, ma che ritrovino un rapporto costruttivo con l'ambiente ed il territorio. Dove per territorio non si intenda un mero fattore produttivo e nemmeno un bruto contenitore di attività, bensì un contesto vitale nel quale ogni forma di vita abita e trae alimento.
Per iniziare ad approfondire queste tematiche il Circolo Romano Amici de" il manifesto" promuove gli "incontri di riflessione" il cui documento di presentazione è qui accanto.
Il primo incontro, quello del 22 gennaio, dal titolo «Lavoro e Territorio - dopo Pomigliano: una proposta per una società ed un'economia solidali», si terrà a Roma nell'Aula del Portico della Facoltà di Ingegneria e sarà aperto alle 10,30 dall'introduzione di Bruno Amoroso. Confidiamo in una partecipazione ampia nella quale tutti ci si metta in discussione, che nessuno sappia a priori cosa dire e ciascuno si esprima su ciò che ha sentito, intrecciando la propria opinione con quelle altrui. Gli interventi saranno di cinque, sei, sette minuti per dare la possibilità di intervenire anche più volte. Vorremo insomma un colloquio sulla possibilità di costruire un'economia dal basso che miri a diffondere benessere per tutti . E chissà se verificheremo che pensare di liberare il lavoro dalla soggezione al capitale non è follia.
* Circolo romano amici de il manifesto
DOPO POMIGLIANO: UNA PROPOSTA PER UNA SOCIETÀ ED UN’ECONOMIA SOLIDALI
di Bruno Amoroso
1.Approcci
Le vicende di Pomigliano e Mirafiori, sottoprodotti delle strategie delle transnazionali dell’auto delle quali la FIAT è un attore minore, hanno dato luogo in Italia ad una serie di analisi ed interpretazioni nell’ambito della sinistra e dei sindacati che richiamo qui brevemente per mettere a fuoco la specificità del nostro approccio, quello del Circolo del Manifesto di Roma, illustrata nel documento: “Una proposta per ripartire. Non da zero” che è alla base di questo incontro. Un approccio che va oltre Pomigliano e oltre la FIAT ed è di questo che è bene dare subito conto.
Dei dibattiti di queste ultime settimane ci interessa infatti non quanto detto sul come salvare la FIAT e questo settore dell’economia, obiettivi che invece hanno impegnato molto i commentatori, ma l’idea di società e di mercato che queste posizioni riflettono, le domande che al nostro sistema economico noi poniamo. “Sotto il maglione niente”, è l’immagine preferita dal Manifesto (Prospero, 5.1) con la quale si è insistito sulla incapacità di Marchionne di fare innovazione e vendere auto, il suo attaccamento a vecchie ideologie antioperaie, il non capire come funziona l’economia. Il tutto basato sull’assunto irrealistico, secondo l’autore, di “voler declassare l’Italia a paese semiperiferico”. Insomma un imprenditore che non capisce la crescita e le dinamiche progressive della globalizzazione e l’appartenenza dell’Italia al mondo della modernità.
Una posizione questa che trova eco nella dichiarazione dei 47 economisti (Manifesto 8.1) che <scoprono> che la FIAT si è venuta finanziarizzando nel corso degli ultimi decenni grazie anche agli ingenti aiuti statali, e rilevano la <contraddizione> tra un imprenditore che non sa vendere auto ma con un’impresa che: “guida la redditività nella classifica per gli azionisti con un ritorno di capitale (nel terzo trimestre del 2010) del 33%.” Mettere fine a tutto questo si può. Come. Fare come la Germania che paga alti salari, innova e garantisce welfare ai lavoratori. Quindi più aiuti pubblici alla FIAT e più auto anche in Italia.
Questi temi sono ripresi da Antonio Lettieri (Manifesto 8.1) che giustamente evidenzia come la linea di Marchionne sia quella della sinistra italiana visto che entrambe aderiscono alla “realtà della globalizzazione”. Ovviamente la sinistra italiana pensa alla <globalizzazione dal basso> o dei <diritti>, ma la realtà è un’altra. L’illustrazione di Lettieri sul carattere transnazionale dell’industria dell’auto, con una rete di interessi e strategie che va dagli SU, Brasile, Polonia, ecc. giocando sui marchi di fabbrica FIAT e Chrysler, ecc. è efficace e dimostra il ruolo residuale dell’industria italiana in questo settore. Lettieri non è sorpreso, giustamente, che Marchionne non discuta con gli italiani i piani aziendali che hanno una dimensione globale e non solo contabile come alcuni insistono a credere. Tuttavia si interroga sul perché la globalizzazione dell’auto produca effetti differenti sul piano dei diritti e dei salari in Italia rispetto al Giappone, Germania, Stati Uniti e Francia. Non è forse anche l’Italia dentro l’Unione Europea e la globalizzazione?
Infine ci sono le posizioni (Viale, 9.1) di quanti ritengono che la crisi FIAT sia dovuta sia ad un errore nel calcolo dei costi (tesi degli economisti) sia ad uno sbagliato orientamento industriale e scarsezza di innovazione che sottovaluta gli spazi di mercato e d’impresa che offrirebbero sia l’auto elettrica sia i nuovi settori stimolati dal bisogno di risparmio energetico e ambientale (green economy). Questa posizione enfatizza i contenuti dell’innovazione e la qualità dello sviluppo e ritiene che questi siano compatibili con la struttura dell’attuale sistema industriale e di mercato. Tuttavia, ci avverte Vittorio Sartogo (Manifesto 13.1), attenti a non ridurre problemi di potere a problemi tecnologici: “una nuova economia, nuove politiche comportano una modifica sociale profonda e non possono essere ridotte ad elementi tecnici (pur essenziali e importanti). La green economy e la cooperazione, ad esempio, possono produrre altrettanti disastri se si riducono all’uso di nuove tecnologie lasciando immutata la flessibilità del lavoro come assicurazione dai rischi di investimento e la produzione in funzione di consumi tendenzialmente crescenti.” Così come si può aggiungere, laddove la green economy diviene area di sfruttamento delle transnazionali le logiche che vi presiedono non sono affatto diverse da quelle dell’auto o dell’industria militare, come dimostrano le esperienze scandinave (Manifesto 5.12).
Il problema, insomma, secondo gli economisti, non risiederebbe nella: “ineguale distribuzione dei redditi e della ricchezza” che presiede alla globalizzazione, ma nello scoprire nuove aree di investimento e sfruttamento. Certo, insieme alle nuove tecnologie, proporrebbero Viale ed altri, si potrebbero introdurre nuove forme di “partecipazione” e “democrazia dal basso”. Un’idea di innovazione, questa, diversa da quella del Circolo romano del Manifesto. Innovazione per noi significa <non innovare ma rigenerare>, significa passare dall’<ecologia alla ecosofia>, non <cooperare per competere> ma <competere su come cooperare>, sostituire la fase dei bisogni e diritti collettivi concepiti come somma dei bisogni individuali con quella dei bisogni personali e di comunità. Un sistema di innovazione della democrazia imperniato sul decentramento e che non confonde, per dirla con Federico Caffè, l’”ombra della partecipazione con la realtà del potere”.
2.Alle origini del problema
Pomigliano e la FIAT non sono un momento di svolta, ma semmai il precipitato ultimo di eventi decennali a suo tempo segnalati e studiati. La deindustrializzazione in occidente secondo strategie globali risale agli anni Settanta con la fine del fordismo (non la “crisi” ma la fine decisa a tavolino) con la quale si posero le basi per una nuova organizzazione della distribuzione del potere nei paesi occidentali. Con gli anni Ottanta, a questo piano di riorganizzazione dei sistemi produttivi rivolto anzitutto a bloccare la crescita delle economie <altre> e marginalizzare i loro mercati, si aggiunge un piano di destabilizzazione politica che mise al centro della crescita la Triade dei paesi occidentali (aree ricche dell’Europa, SU e Giappone). Si afferma così quel piano di apartheid globale (Petrella, Amoroso, Sideri) che fa dell’Europa la terza gamba del sistema e concentra il potenziale di crescita ed innovazione nella “banana europea” (Triangolo Milano, Londra, Amburgo, Parigi) determinando in modo graduale e progressivo la marginalizzazione delle altre aree europee. Il nucleo economico e produttivo di questo sistema di potere sono la finanza e le tecnologie con le quali si garantisce il controllo e lo sfruttamento delle conoscenze e delle produzioni fatte da altri. Da qui ha inizio il processo di esclusione dell’Italia dal sistema di potere europeo e della globalizzazione.
Le fasi di questa <grande trasfigurazione> del capitalismo, il suo definitivo distacco dai mercati e dalle economie reali, segnano le tappe più significative dell’Unione Europea – Accordi di Maastricht, Accordo di Lisbona del 2000 e Trattato di Lisbona del 2009 – approvate anche dalle forze politiche e sindacali italiane. Le riforme del welfare (privatizzazione dei servizi), dell’istruzione e della ricerca (società della conoscenza) e del mondo del lavoro (workfare e flexicurity) sono il prodotto di quelle decisioni. Decisioni che sono inconciliabili con la particolare struttura della società italiana (e non solo) le cui strutture economiche e della società civile non si sono omologate ai principi fissati da una imposta riforma liberale dello Stato e dell’economia. Da questa sconnessione, interpretata come un “vizio” della società italiana ma che in effetti è la sua particolarità ed originalità proprio per la capacità di resistenza delle sue comunità all’omologazione al mercato capitalistico ed allo Stato liberale, nasce il bisogno di muoversi con forza su linee di trasformazione ben più radicali ma diverse: un welfare ed economie di comunità sottratti al dualismo stato-mercato tipica dei paesi dell’Europa centro nord; sistemi di formazione e ricerca radicati nei bisogni dei territori e dei saperi locali e non subordinati ai bisogni di società ed economie a noi aliene; sistemi di relazioni industriali che spingano verso la ricomposizione a livello comunitario e nazionale degli interessi frammentati prodotti da sistemi corporativi e di interessi contrapposti.
Insomma un nuovo patto sociale che sostituisca lo Stato del Benessere creato intorno all’obiettivo della <crescita economica> con quello della Società del Benessere costruita sul <bene comune>. La sostituzione del carattere centrale del contratto nazionale con contratti aziendali e individuali, riemersa per le recenti vicende sindacali, è inaccettabile in sistemi <cooperativi> e di <solidarietà> come quello italiano (Sud Europa), dove anche il sindacato privilegia la struttura confederale (Landini, Manifesto 1). Ma è del tutto naturale in sistemi diversi di relazioni industriali di tipo corporativo (Europa Centro-occidentale e Nord) nei quali i bisogni individuali e sociali non sono visti come tema di impegno e dovere culturale comune e delle persone e delle comunità (il prodotto della solidarietà) ma materia giuridica di <diritti individuali>, laddove la solidarietà è spersonalizzata dalla responsabilità e dall’impegno del comportamento personale e di gruppo. L’Italia è l’esempio più clamoroso della resistenza consapevole ed innata a questi processi di omologazione ad un modello che Lettieri definisce giustamente “americano” ed è per questo che il paese non entra nella globalizzazione e viene (re)spinto fuori dall’Europa. Per la grande industria e la società della conoscenza, che con l’introduzione del loro sistema Triadico di potere hanno ridisegnato i confini delle appartenenze territoriali e nazionali alla <modernità>, l’Italia è oggi come l’Algeria o la Tunisia, o altre aree europee marginalizzate come la Polonia e la Romania. Cioè quelle aree esterne al sistema dell’apartheid verso le quali si applicano criteri predatori verso le materie prime esistenti e verso il lavoro. Aree che certamente non prevedono l’applicazione di quei criteri di welfare e di diritti riservati ai cittadini del centro della Tirade.. Per questo ogni richiamo a fare come la Germania trascura il fatto che noi da quel club siamo stati estromessi, e non da oggi. E non siamo stati estromessi a causa dei vizi italiani, ma i vizi italiani sono stati consapevolmente potenziati per favorire quelle estromissione.
Osservava Federico Caffè in quegli anni: “Vi è, tuttavia, un'ipotesi che mi preoccupa ancora di più: quella di una sinistra subalterna che, per andare o restare al governo, rimette al passo le forze del lavoro senza ottenere sostanziali trasformazioni economiche. Vorrei aggiungere che, se per miracolo qualche risultato si dovesse raggiungere, ma andasse nel senso di un avvicinamento della nostra situazione a quella, poniamo, della Germania, non è questo il destino che augurerei al mio paese. La mia idea della “convergenza” e della “coesione sociale” in Europa non coincide con quella trasmessa dai trattati europei e strumentalmente utilizzata dai governi nazionali. Si tratta, infatti, di una situazione in cui i lavoratori, pur godendo di un certo benessere, sono in una posizione fortemente subalterna. Non credo, in altri termini, che il risanamento della bilancia dei pagamenti e un riassetto dell'economia, senza l'introduzione di veri elementi di socialismo, sia qualcosa che vale, un traguardo degno di essere indicato alla società italiana. Mettersi su questa strada, è stato per la seconda volta un tradimento degli ideali della Resistenza. Non vorrei apparire retorico. Ma tradiremmo l’ideale di costruire un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito.”
L’assenza di questa consapevolezza ha fatto si che siamo rimasti a lungo attaccati alla speranza di poterci integrare in un modello che non ci comprendeva, anzi ci respingeva, e per di più a noi in gran parte estraneo. Trascurando invece scelte possibili di un altro modello di organizzazione sociale, di crescita territoriale e sociale e di cooperazione sia europea sia mediterranea. Anzi ostacolando questi tentativi di una strategia autonoma italiana verso la Russia, l’Asia e i paesi mediterranei come dimostrano i recenti sberleffi (di destra e di sinistra) alle iniziative di apertura italiana verso questi paesi.
3. Reazioni
Un piano di apartheid come quello sin qui descritto, la globalizzazione dell’economia e della società, non poteva non provocare reazioni, come è avvenuto. All’avanzare di questo progetto economie e società si sono risvegliate. Di questo risveglio fanno parte le società asiatiche e la Cina in particolare, con effetti di rigenerazione e sostegno per le economie ed i paesi dell’America Latina e dell’Africa; il risveglio del mondo islamico e del mondo arabo con le forti reazioni espresse verso il cervello della globalizzazione, gli Stati Uniti e i suoi più stretti alleati. Ma anche le comunità in Europa, ed in Italia in particolare, non sono state passive. Dagli anni Ottanta si sono messi in moto processi di riorganizzazione dell’economia e delle comunità che sfidano la società nei settori più cruciali e sensibili della sua organizzazione ed agire politico: la finanza con le forme nuove di finanza etica, cooperativa, solidale; il commercio internazionale con le nuove forme di commercio equo internazionale; la cooperazione internazionale con la nascita delle ONG per una cooperazione internazionale solidale; le nuove forme di distribuzione e di consumo rivolte a contrastare la grande distribuzione e la standardizzazione dei prodotti e del consumo che ne segue; i comportamenti culturali e sociali mediante la rete delle nuove forme associative che non si limitano alla recita del mantra dei <diritti> orchestrato dallo Stato ma lo praticano mediante forme personali e concrete di intervento e solidarietà.
Oggi questo mondo, che costituisce per noi il punto di riferimento principale per le pratiche ed i saperi che ha accumulato, si trova di fronte ad una grande sfida. Ne danno conto contributi recenti che costituiscono punti di riferimento teorici essenziali per il nostro lavoro: “L’economia sociale” di Federico Caffè, “L’economia civile” di Stefano Zamagni, “L’economia della felicità” di Leonardo Becchetti, “L’economia di senso” di Mauro Magatti, “L’economia associativa” di Franco Archibugi, “L’economia della solidarietà” di Giuseppe De Lucia Lumeno e “L’economia del Bene comune” di Riccardo Petrella e di Bruno Amoroso.
Il suo potenziale di crescita e potere è stato tuttavia gradualmente tarpato spingendo le possibilità di trasformazione delle comunità e della società dentro confini di nicchia, di testimonianza, con lo strumento giuridico della <sussidiarietà>. Così come fu fatto con il movimento operaio con lo strumento del <Patto sociale> si è condizionata la loro capacità di trasformazione riducendoli a parte di un tutto, con compiti predeterminati e definiti, e con la rinuncia ad uscire dai confini ristretti assegnati. Ma la <sussidiarietà>, in una società che in modo crescente marginalizza ed esclude, non è più un problema dei più deboli ma di una parte crescente della popolazione, non è più un problema di spazi residuali di mercato e di distribuzione, ma del controllo di entrambi in tutta la loro ampiezza, non è più un problema di forme laiche di intervento benevolo ma dell’organizzazione tout court dei servizi e dei beni necessari alle persone e alle comunità. Il problema della <sussidiarietà> va oggi capovolto. Questo criterio va in Italia applicato non hai settori per noi portanti e di traino dell’economia, la nuova economia di cui parliamo, ma a quei residui dell’economia capitalistica che costituiscono delle <cattedrali nel deserto> delle quali è bene programmare la graduale ristrutturazione ed estinzione. Questa può riguardare misure specifiche per Pomigliano e la FIAT e di queste se ne possono far carico i sindacati e la Confindustria. Inoltre la sussidiarietà mediante l’intervento pubblico può essere compito delle istituzioni centrali laddove la società civile e le comunità non sono in grado di intervenire direttamente e cioè nella creazione di reti e sistemi di infrastrutture nazionali. Ma l’occupazione in intere comunità e città, l’educazione e la formazione, la salute, la soluzione al problema del trasporto dentro le compatibilità di un vivere civile, in città e campagna, la produzione e la distribuzione dei prodotti necessari alla vita non appartengono a queste strutture e devono essere risolti altrove e in altre forme, in forme sostenibili economicamente e socialmente, partendo dei singoli territori.
3.Nostre proposte
3.1- Lavoro/Territorio, Saperi/Formazione, Reddito sociale
Lavoro
Punto primo, ricreare coerenza tra territorio, lavoro, saperi e reddito. Si tratta di funzioni oggi segmentate e spesso in conflitto tra loro perché è da questa divisione che nasce il potere dei pochi sui molti, dell’azienda sul territorio e sulle persone. Il momento della ricongiunzione non può essere <virtuale> (la rete o facebook) ma è un luogo fisico, il territorio e la sua comunità. Gli attori della trasformazione non possono essere le <moltitudini> ma persone distinte e concrete nella varietà delle loro culture, bisogni e linguaggi. Se nella fase della fabbrica fordista il luogo classico della socializzazione e dell’istituzione dei legami sociali e di classe era la fabbrica oggi, con il decentramento produttivo, non è più così. Non è più così neanche nel settore pubblico dove i nuovi criteri concorrenziali di gestione hanno frammentato mediante le qualifiche e le funzioni la connettività del luogo di lavoro. Il luogo della socializzazione ridiviene il territorio, i luoghi di esistenza e convivenza quotidiana. E gli attori sociali della trasformazione sono quelli partecipi al territorio e ai suoi bisogni.
Da questo si può ripartire anche per dare senso a quell’interrogativo richiamato da Antonio Castronovi nel suo intervento (Manifesto, 1): “la tutela dell’occupazione è un bene che viene prima di ogni altro o no?”. Interrogativo posto da Rossana Rossanda in polemica con le preoccupazioni di Viale sul contenuto della produzione e del lavoro. Al quale Castronovi ne aggiunge uno analogo sul rapporto tra lavoro e diritti (si possono barattare il lavoro e i diritti?). Ma noi potremmo continuare nel porre interrogativi introducendo il rapporto tra lavoro e reddito, lavoro e vita famigliare, ecc.. Siamo qui di fronte a casi esemplari del risultato disastroso della segmentazione delle funzioni e dei problemi plagiati dall’approccio giuridico e di mercato prevalente nella cultura italiana (liberale e di mercato), adottato anche dalla sinistra, che non si pone il problema di chi decide cosa e quando.
Antonio Castronovi introduce giustamente il tema del lavoro come bene comune, cioè parte costitutiva dell’essere, del vivere nella comunità con gli obblighi ed i doveri che ne derivano. Ricordo che di questo tema si parlò in ambito sindacale. Reagendo al grande interesse che i sindacati mostravano per l’”acqua bene comune” proposi di trattare invece del tema “lavoro bene comune”. Gelo totale, perché avevano intuito che se il lavoro è un bene comune è compito delle comunità salvaguardarlo, regolarlo, inserirlo nelle funzioni necessarie, retribuirlo ecc. Al che tutta l’impalcatura del lavoro e dei suoi diritti costruita per una società industriale capitalistica crolla. Ma con ciò anche il ruolo che il sindacato si è disegnato dentro di questa. Dobbiamo prendere atto positivamente che espressioni recenti anche da parte del sindacato indicano una riflessione critica su questi temi e sul bisogno di ripensarsi insieme alle altre istituzioni e organizzazioni della società civile.
D’altronde, conclude Castronovi su questo punto: “Ne consegue che conciliare la funzione sociale del lavoro con il suo essere anche un mezzo di riproduzione sociale che soddisfi bisogni vitali per gli individui, implica un cambio di paradigma dell’attuale modello di sviluppo, fondare una economia alternativa e sostenibile, diversa da quella imposta dalla globalizzazione, spesso estranea e lontana dai bisogni della società.” Questo riguarda, osserva giustamente: “cosa , come, dove e per chi produrre”. Ma anche il ruolo che vi debbono svolgere il mondo del lavoro e le organizzazioni sociali. Il problema è se le forme di organizzazione di una economia comunitaria che si proponga come <nuova economia> siano proponibili dentro lo schema del mercato sin qui esistente (capitalistico) e le sue forme di rappresentanza o non debba creare, ovviamente, forme sue proprie. Cioè, con le parole di Castronovi: “Il lavoro può affermare la sua utilità e responsabilità verso la società e le comunità locali, solo pensandosi ed agendo come lavoro non alienato, come produttore consapevole che crea l’economia e non ne rimane succube.”
Questo riguarda il lavoro e le comunità che andiamo costruendo e che quindi vanno tenute libere dalle “dande” nelle quali vorrebbe costringerli sia lo Stato sia il movimento sindacale. Ma che fare di quella parte dell’economia capitalistica tuttora esistente? Che fare cioè di Mirafiori mentre ancora produce auto (in cassa integrazione) e poi magari pannelli solari (certamente anche quelli in cassa integrazione)? La risposta non va inventata in questo caso perché è già scritta nella Costituzione (che nessuno vuol cambiare ma nessuno pensa seriamente di applicare): i consigli di gestione, cioè forme di autonomia di gestione aziendale che divengono l’accademia che dovrebbe attuare quella trasformazione culturale che porta gli operai ad avvicinarsi a quel modello di lavoro e di organizzazione produttiva normale di cui parlavamo sopra. Quei settori dell’industria esistenti da conservare per ragioni strategiche o di opportunità vanno rilevati dallo Stato e dati in gestione agli operai ed ai sindacati che devono amministrarli nell’interesse pubblico. Ma sia nel settore pubblico che in quello dell’economia sociale e cooperativa, e in quanto esiste di attività privata, devono essere introdotti criteri di reddito e retribuzione che prevedano scarti retributivi da 1-4 massimo, così come oggi avviene nei settori veri dell’economia sociale e cooperativa. Non possono essere riconosciuti e difesi “diritti acquisiti” costruiti sulle “ineguaglianze di reddito e di ricchezza”, e questo va detto anche con buona pace ai nostri giuristi democratici che se ne devono far conto. Questi criteri devono essere estesi ai sistemi pensionistici recuperando così i fondi necessari per alzare il livelli salariali più bassi e estendere a tutti una pensione di cittadinanza. Questi sono temi sui quali il sindacato anzitutto ma tutta l’economia deve condurre una battaglia intransigente: su questo si deve dire “uniti si può fare”.
Parlavo prima del bisogno di un salto culturale e di trasformazione della nuova economia per uscire dalla nicchia nella quale si è fatta rinchiudere. Certamente il salto richiesto ai sindacati e partiti non è minore. Per la controparte, i datori di lavoro, non c’è nessun salto da compiere. Si devono cercare un nuovo lavoro che è quello di mettere a disposizione le proprie capacità imprenditoriali per creare economie di comunità e di mercato vere. La situazione si fa complessa, ma interessante, se parliamo del settore pubblico. Ma qui ci aiuta una seria riforma federale, della quale noi non possiamo che essere tenaci sostenitori, che riporterebbe funzioni e lavoro all’interno dei territori e comunità ed avvierebbe un processo virtuoso capace di rigenerare contenuti, forme di rappresentanza e funzioni di quelle strutture che oggi svolgono spesso un ruolo negativo a causa delle infiltrazioni burocratiche, “professionali” e massoniche che ne minano il funzionamento e la credibilità.
Saperi e formazione
Gli stessi interrogativi sono posti da Enzo Scandurra a proposito dell’Università. Parlare oggi di saperi e territori è particolarmente difficile perché: “I saperi ingessati delle discipline diventano sempre più incomunicanti rispetto alla domanda che viene dal mondo reale di interconnessione. I saperi attuali trasformano il nostro mondo sferico in un mondo piatto unidimensionale, il mondo del pensiero unico. Tre grandi questioni oggi appaiono indissolubilmente legate: la questione ambientale, quella economica e del lavoro, quella sociale.” Declinare l’educazione e l’istruzione su queste linee è tuttavia possibile ed urgente e non nasce dalle idee ma dalla pressione che ci viene dai fatti quotidiani che riguardano: “la salvaguardia del territorio e la sua ristrutturazione, l’agricoltura, la produzione di auto che non usano combustibili fossili, le energie rinnovabili, l’organizzazione urbana fino alla costruzione di edifici non energivori, lo smaltimento dei rifiuti e così via, per non parlare dei contributi provenienti dai saperi umanistici rinnovati che possono contribuire ad affrontare il tema di un nuovo sviluppo in armonia con l’ambiente.” Tutti temi e problemi da affrontare sui territori. Riscoprendo sistemi di formazione che riguardano l’agricoltura e la silvicoltura, le foreste, la cura del territorio, delle acque, ecc. “Il territorio, in questa prospettiva, da suolo inerte, produttore di rendita fondiaria parassitaria, diventa luogo vivente delle comunità insediate, laboratorio di pratiche virtuose che vanno nella direzione di uno sviluppo equilibrato e autosostenibile. “. Questi sono i temi che riguardano una riforma dei sistemi di istruzione, della ricerca e dell’università. Ma temi che non possono aspettare la sconfitta della riforma Gelmini e neanche un governo di sinistra che rifarebbe le stesse cose perché è l’UE che le detta ed i poteri dentro l’Università che lo vogliono. Sono temi sui quali è necessaria e possibile la mobilitazione degli studenti che imponga, questo si, nuovi moduli e forme di insegnamento e nuovi orientamenti specialistici alternativi a quelli dell’urbanistica corrente e dell’uso sconsiderato della tecnica. Temi a monte, non a valle, di una richiesta di fondi o di sconsiderate statistiche sulla spesa in ricerca e formazione tra i paesi europei rivolte solo a finanziare ancor più i settori di ricerca richiesti dalle grandi imprese private e dalle industrie militari.
Il reddito di cittadinanza
Le ragioni del riemergere in Italia dell’interesse per questo strumento, ostentatamente trascurato sino ad oggi da parte di tutti, nasce dalla constatazione di una serie di fattori che rendono il problema urgente. Sin qui il problema del reddito si risolveva in una dimensione famigliare e di reddito da lavoro. I gruppi che cadevano al di fuori di queste categorie (i “gruppi deboli”) erano rinviati all’assistenza. L’indebolirsi di entrambe queste fonti (famiglia e lavoro), fenomeni migratori e non solo che determinano condizioni di povertà non assistita rendono perciò importante ridiscutere il tema del reddito di cittadinanza.
Un passo indietro. Una forma di reddito sociale è stata sin qui garantita ma solo ai lavoratori e solo ai lavoratori della grande industria. Sono stati provvedimenti recenti quelli che hanno esteso questo diritto anche a gruppi disoccupati più ampi. Per i pensionati si è fatta una operazione simile con la pensione sociale. Cesare Frassinetti (Manifesto 7.1) nel suo articolo richiama il problema e propone la via giuridica, dei diritti, per affermare il reddito per tutti. Credo che sia utile riflettere su questo perché si tratta di un problema di solidarietà, non di diritti, con il quale anche l’economia e la società che noi vogliamo devono misurarsi. Ma in modo diverso rispetto al passato. Se noi vogliamo ricongiungere l’economia con la società in forma sostenibile e socialmente responsabile, il che significa evitare ineguaglianze ed abusi come quelli oggi esistenti nei sistemi pensionistici e di reddito da lavoro, non si tratta di dare un reddito a tutti per legge ma di affermare e praticare il principio che ogni lavoro deve fornire una fonte di reddito adeguata (quindi sufficiente ma non smisurata) e che ad ogni cittadino deve essere proposta una forma di inserimento sociale e produttivo adeguata alle sue aspirazioni, capacità e possibilità. L’introduzione del reddito di cittadinanza, se la si vuole realmente realizzare, non è una battaglia giuridica o di diritti, ma economica e distributiva. Il che significa che non può essere aggiunta e sovrapposta all’attuale sistema iniquo di distribuzione del reddito e della ricchezza riflesso anche nei sistemi retributivi e pensionistici, ma richiede una loro revisione in senso solidale e questo dovrebbe essere messo al centro delle battaglie sindacali e civili che si fanno giorno per giorno. Anche in questo caso il ritorno al governo dei territori per il controllo su ed il governo di questi processi è essenziale.
3.2Attori del cambiamento. Transizione
Sul territorio come luogo della socializzazione e della produzione di nuovi attori sociali ho già fatto cenno ed è a questo punto che è utile entrare nel merito per approfondirne le possibilità ed i problemi che questo suscita. A questo ci aiutano le osservazioni di Vittorio Sartogo laddove scrive: “1) il territorio è una dimensione non neutra, essendo a sua volta un prodotto del capitale che lo plasma in funzione dei propri vantaggi; 2) di conseguenza vi è una spinta inerziale che rende molto impervio cambiare comportamenti consolidati, cosicché la stessa capacità di auto organizzazione della società presenta difficoltà molto forti se non riesce a collegarsi alla comprensione delle tendenze di fondo; 3) non è sufficiente muoversi dal basso, vista la scomparsa dell’opposizione politica e la drammatica inservibilità di gran parte delle sue proposte, poiché resta il problema della intermediazione politica per l’organizzazione dei settori strategici e della stessa regolazione statale e sovrastatale; 4) il diverso modo di produzione si svolgerà comunque per un periodo lungo “entro la vecchia forma” (Marx); quale possa essere l’impresa democratica e quali i suoi rapporti con il territorio è il grande tema da sperimentare nella concretezza del processo di transizione.” (Manifesto 13.1). Si tratta di rilievi dai quali partire nel rileggere le esperienze ed i soggetti esistenti sui territori, siano quelli delle associazioni e dei movimenti siano quelli dei partiti, dei sindacati e delle istituzioni. Nella comprensione, ovviamente, che esiste ormai una profonda scissione tra i tempi del cambiamento che noi proponiamo e le sue forme e obiettivi e quelli proposti dall’agenda politica e sindacale.
Questo costituisce il punto di partenza anche del contributo di Alberto Castagnola (Manifesto 13.1) che ci aiuta a dare un nome e ad identificare la varietà dei soggetti e delle iniziative che si muovono sui territori. Si tratta, come abbiamo già ricordato, di una storia iniziata da circa trent’anni che ha già prodotto risultati consistenti nell’economia e nella società mediante forme classiche di associazionismo, cooperazione classica e cooperazione sociale, solidarietà, ecc. ormai consolidate sui territori. A queste forme si sono aggiunte negli ultimi dieci anni numerose altre iniziative che, nell’elencazione di Alberto Castagnola, comprendono: “giunte comunali che si impegnano nella difesa del loro ambiente, comitati che si oppongono a opere pubbliche inutili o dannose, gruppi di base che lottano contro inceneritori, discariche o urbanizzazioni selvagge, gruppi di cittadini che impongono raccolte differenziate e pubblicizzazioni di beni comuni, famiglie che comprano direttamente dagli agricoltori o che scelgono prodotti biologici evitando gli eccessivi
consumismi imposti dai supermercati, persone che si sottraggono ai processi di urbanizzazione forzata e tornano a rivitalizzare comuni abbandonati e terre eccessivamente sfruttate, iniziative di recupero di tradizioni culturali in via di sparizione, e la lista è certamente da completare.”
La forza di questi processi risiede nel fatto che nasce dalla lotta quotidiana con l’esistente e su problemi reali che immediatamente mobilitano e coinvolgono le comunità. Nasce su risposte concrete e diverse a problemi reali ma si deve divincolare attraverso condizionamenti ideologi e istituzionali che se da un lato sono lo stimolo al cambiamento dall’altro costituiscono sempre un pericoloso fattore di risucchio dentro forme tradizionali di localismo, interessi costituiti, furbizie di scorciatoie politiche e l’immancabile fascino della partecipazione ai giochi del potere mediante i vantaggi precari dello spoils system (baratto politico). Resta aperto il modo di come fare sistema. Le esperienze di reti sino ad ora tentate (reti, consorzi, ecc.) si sono dimostrate valide nell’ambito della specificità dei singoli interventi (Consorzi di cooperative, Associazioni nazionali, Reti di solidarietà tipo Libera, ecc.) e tanto più lo sono state quanto sono state capaci di tenere una forte autonomia dai processi e dalle forme della politica. L’obiettivo politico deve essere quello di fare presa sulle istituzioni locali e sui Municipi anzitutto, e da qui possono partire funzioni importanti di pressione verso le Regioni. Qualunque accelerazione verso sbocchi politici che non sia costruita sulla forza del fare pressione e opposizione è destinata, almeno per ora, a scadere nella strumentalizzazione e nell’indebolimento complessivo del movimento che si vuole creare (il caso dei movimenti per la pace insegni).
3.3 Riterritorializzazione dell’economia, laboratori, federalismo comunale, istituzioni
A questo punto il Circolo del Manifesto di Roma si è posto il problema, accanto al contributo che può dare alla riflessione comune sui temi sin qui trattati, di quale è il terreno specifico sul quale intende intervenire e contribuire. Non si tratta di una scelta astratta, ma concreta perché riguarda, anche per noi, i luoghi ed i percorsi di vita quotidiana, sui quali riflettere, intervenire. Un gruppo romano non può che porsi il problema del proprio territorio, Roma e il Lazio, e dei settori nei quali è collocato. Anzitutto il problema dei Comuni, interagendo con quello che è il territorio naturale di Roma e cioè il Lazio. La proposta del Circolo romano è quella di dare vita ad un <Laboratorio territoriale laziale>, nel quale confluiscano con scambi di esperienze e di iniziative varie unità: le scuole e le università laddove c’è la voglia di ripensarsi sul piano dell’educazione, degli studi e professionale nel quadro delle cose sin qui dette, i quartieri, i luoghi di incontro e di socializzazione delle comunità che a Roma sono diversi e variamente articolati (la nota ed importante iniziativa di Roberto Sardelli) anche con forti presenze di comunità straniere (Esquilino, ed es.), le istituzioni locali, ed il mondo delle associazioni e della nuova economia. In questo Laboratorio territoriale devono confluire iniziative che rigenerino il tessuto culturale, sociale e produttivo della città. Ma per far cosa?
Su questo tema si interroga Paolo Berdini (Manifesto 1) che partendo dai problemi che assillano gli abitanti della città e delle comunità (spopolamento dei centri urbani, trasporti inadeguati, svilimento e chiusura degli spazi e dei servizi pubblici, ecc.) elenca alcuni dei problemi sui quali intervenire ma non certo con il lamento del “ripristino delle regole formali”, “ridateci i piani urbanistici”, “la partecipazione” ma con “alcune linee di azione che coniugano insieme difesa del territorio e la costruzione delle basi per lo sviluppo di un’economia solidale.” Tra queste Paolo Berdini propone: “ cancellare ogni possibilità di consumare altro suolo agricolo”, “nelle nostre città praticare solo il recupero e la riqualificazione”. Entrambe le proposte, che si collegano a quanto già ricordato delle proposte di Enzo Scandurra, emergono vari compiti pratici da attuare. Anzitutto fare delle nostre università e scuole professionali dei luoghi dove i giovani si preparano e qualificano a queste funzioni professionali. Nel recupero edilizio e ambientale della città oltre che ad altre forme di urbanistica e costruzioni c’è anche bisogno di chi fa le cose. Cooperative di giovani, laureati e no, che attrezzino le città di reti di imprese sociali per il restauro e recupero urbano è una grande opportunità per contribuire a creare lavoro sul territorio ed a realizzare forme solidali di inserimento lavorativo alle migliaia di immigrati che si aggirano negli interstizi della città. Ma questo vale anche per l’agricoltura ed il territorio rurale. Mettere scienza e saperi al servizio delle rigenerazione dei nostri territori e comuni della regioni è la sfida sulla quale il Laboratorio laziale si deve misurare.
Siamo quindi oltre la fase della mera rivendicazione dei “diritti” ma in quella dell’impegno sociale e produttivo che comporta anzitutto doveri di solidarietà verso le comunità. Insiste Paolo Berdini: “Eppoi, sempre a livello locale laddove è possibile (e nell’Appennino sempre meno abitato si potrebbe fare agevolmente) gli enti locali potrebbero fare una intelligente politica di acquisizione di territori abbandonati.” “E se poi i comuni iniziassero a privilegiare la filiera alimentare “corta” attrezzando luoghi di mercato per i prodotti del circondario, ne guadagneremmo anche in salute non dovendo acquistare più le “monocolture” del cartello della grande distribuzione. E anche le esperienze importanti fin qui concretizzate, penso alla Città dell’altra economia di Roma, devono essere alimentate da una visione urbana alternativa, non marginalizzate, ma poste al centro delle politiche urbane. Le città sono nate dal mercato. Possiamo provare riconvertirle verso forme sostenibili. …Se non ora quando?”
Dimensione locale e dimensione nazionale
Aldo Carra (Manifesto .1) riprende alcuni degli interrogativi sollevati da Vittorio Sartogo che legano le prospettive si crescita territoriale e risveglio delle comunità al bisogno di una dimensione nazionale sia per quanto riguarda le scelte economiche che le scelte politiche. Senza le quali, annota, queste proposte rischiano di essere velleitarie o rimanere al livello della giusta provocazione. Domande utili perché non c’è dubbio che settori strategici esistono, anche nel campo del trasporto e delle biotecnologie ad esempio, ed acquistano una dimensione che supera quella del livello locale. Dobbiamo però introdurre in questo ragionamento due altre obiezioni. Chi dice che la dimensione per fare ciò sia quella nazionale, visto che questa si rivela evanescente o imprendibile, e non invece quella regionale, megaregionale (il Mezzogiorno ad esempio), o mesoregionale cioè la prospettiva mediterranea? Esistono Stati europei con dimensioni inferiori a quella di alcune regioni italiane che rivelano una capacità di crescita strategica e tecnologica molto forte e certamente superiore a quella dello Stato italiano. Inoltre, le tecnologie e i settori strategici a noi necessari oggi sono occupati da interessi economici e politici che contrastano quello che noi vogliamo fare. Il che significa che noi non possiamo rivolgerci all’Europa o alla globalizzazione ma dobbiamo fare accordi con i paesi mediterranei o dell’Asia o dell’America Latina che sulla crescita delle comunità locali e delle loro regioni basano le proprie scelte e strategie industriali. I campi del mondo rurale, dell’agricoltura, delle biotecnologie, del trasporto e dell’ambiente sono esemplari al riguardo.
E questo ci induce direttamente alla seconda questione, quella politica. Carra ha intuito che nell’orizzonte dei ragionamenti della nuova economia e del territorio non c’è la dimensione nazionale percepita come lo strumento utile alla coesione sociale ed economica. Facciamo due ipotesi. Se il problema che pone Carra è sentito a livello nazionale –dai partiti e dalle istituzioni- diano queste prova di responsabilità e si mettano al servizio delle richieste di crescita dei territori. La vocazione nazionale dei movimenti della nuova economia e dei territori non è affatto scontata, anzi nel caso nostro è spesso inutile e dannosa. Fino a prova contraria, ovviamente. I partiti e le istituzioni diano prova di buona volontà smettendo di celebrare l’Unità d’Italia come un valore per sé ma presentandola come cornice utile a fare quello che vogliamo fare. Una riaffermazione dell’unità d’Italia come fatto di principio, come valore in sé e per sé, non è per noi sostenibile. Insomma evitiamo di cadere ancora una volta nella trappola in cui è caduto il movimento operaio quando ha creduto che bastasse affermare che la <democrazia> e il <mercato> sono valori in sé e per sé per ritrovarsi oggi senza democrazia e senza mercato.
Essenziale è il problema che Aldo Carra pone sull’individuazione dei soggetti per attuare la trasformazione da noi auspicata e sviluppare ulteriormente la nuova economia. Il problema cioè: “delle risorse umane e professionali, forze della ricerca e forze imprenditoriali necessarie a questo processo”. Questo è un punto nevralgico poiché prevale ancora tra noi una certa idea che siamo noi a dare le idee e sono altri che debbono risolvere i problemi di come si finanzia, si gestisce un’impresa o si organizzano i mercati. Così ovviamente non funziona. E non si tratta di un’opinione ma della lezione che ci viene dallo Stato del Benessere in Europa che è entrato in crisi per l’illusione dei governi socialdemocratici di poter dirigere la cosa pubblica lasciando ai produttori capitalisti di occuparsi dell’economia. Alla fine questi ultimi hanno presentato il conto e si sono ripresi, oltre all’economia, anche la politica ed il governo.
Ma su questa strada molto si è fatto, almeno in alcuni settori. La nuova economia di cui parliamo ha da tempo elaborato il concetto di “impresa sociale”, cioè di una impresa comunitaria, territorializzata e che usa la moneta per funzionare non per speculare. Si tratta di lavorare di più su questa strada e dare vita anche nell’ambito delle nostre strutture formative (scuole e università, possibilmente libere o autogestite) a linee di formazione che vadano in questa direzione. Dieci anni fa insieme a Riccardo Petrella abbiamo dato vita ad una iniziativa europea, articolata per paesi e territori, che dovrebbe sostenere questi sforzi: l’Università del Bene Comune. Una iniziativa nata accanto ai movimenti ed alle organizzazioni politiche e sindacali ma non da questi dipendenti e che voleva (vorrebbe) mettere insieme il meglio dei saperi esistenti sui territori per accompagnare la fasi di crescita della nuova economia e di una nuova pubblica amministrazione. Perché questa iniziativa, che affronta molti dei nodi sollevati da Aldo Carra (ripensare lo Stato del Benessere, ripensare i beni pubblici nella direzione dei beni comuni, ecc.) non ha finora avuto il riscontro che ci si aspettava? La risposta, la mia risposta, è che partiti e movimenti, interpellati su questo tema, hanno peccato di presunzione e di autoreferenzialità sottovalutando il valore di una iniziativa culturale autonoma e critica anche se parallela ai movimenti. L’Idea non è stata appoggiata ma cannibalizzata. Oggi tutti i movimenti parlano di Bene Comune e Beni Comuni, di acqua e altro, spesso in modo differenziato e in competizione tra loro. Ognuno ha creduto di poter fare la sua Università e quello che doveva essere uno spazio autonomo di riflessione e di ricerca è diventata una nuova arena per la concorrenza tra organizzazioni sulla quale si scontrano i tori della politica. Un impegno di studio, ricerca e sensibilizzazione culturale delle persone e dei movimenti è divenuto lo spazio per iniziative mediatiche e di appiattimento culturale quali sono i referendum, gli appelli e le uscite in piazza.
Infine diversi problemi suscita l’intervento di Sergio Caldaretti ( Manifesto .1) sulle nuove conoscenze e gli strumenti di <governo> necessari a dare vita al nostro impegno di “cura del territorio”. I problemi che lui pone sono importanti e credo vadano valutati sia nel quadro di una ricerca e riflessione congiunta con chi opera sui territori sia nel contesto di un progetto culturale come quello dell’Università del Bene Comune a cui accennavo sopra. Certo, come per la ricerca e la formazione non possiamo aspettare la riforma dell’Università ma dobbiamo attrezzarci con nostri strumenti autonomi e critici di organizzazione dei saperi (quindi università libere fuori dalle gabbie del sistema pubblico dell’istruzione) così una riflessione è necessaria anche sul come rigenerare a livello locale, municipale e regionale strumenti veri di programmazione che forniscano gli elementi conoscitivi necessari alle decisioni ed all’operare della nuova economia e delle nostre associazioni. Un percorso che deve partire dalle comunità e dalla società ricostruendo i propri profili giuridici e istituzionali, un processo questo che nasce rompendo le gabbie in cui il diritto e le istituzioni oggi dominanti lo hanno rinchiuso.
* Centro Studi Federico Caffè
1.Approcci
Le vicende di Pomigliano e Mirafiori, sottoprodotti delle strategie delle transnazionali dell’auto delle quali la FIAT è un attore minore, hanno dato luogo in Italia ad una serie di analisi ed interpretazioni nell’ambito della sinistra e dei sindacati che richiamo qui brevemente per mettere a fuoco la specificità del nostro approccio, quello del Circolo del Manifesto di Roma, illustrata nel documento: “Una proposta per ripartire. Non da zero” che è alla base di questo incontro. Un approccio che va oltre Pomigliano e oltre la FIAT ed è di questo che è bene dare subito conto.
Dei dibattiti di queste ultime settimane ci interessa infatti non quanto detto sul come salvare la FIAT e questo settore dell’economia, obiettivi che invece hanno impegnato molto i commentatori, ma l’idea di società e di mercato che queste posizioni riflettono, le domande che al nostro sistema economico noi poniamo. “Sotto il maglione niente”, è l’immagine preferita dal Manifesto (Prospero, 5.1) con la quale si è insistito sulla incapacità di Marchionne di fare innovazione e vendere auto, il suo attaccamento a vecchie ideologie antioperaie, il non capire come funziona l’economia. Il tutto basato sull’assunto irrealistico, secondo l’autore, di “voler declassare l’Italia a paese semiperiferico”. Insomma un imprenditore che non capisce la crescita e le dinamiche progressive della globalizzazione e l’appartenenza dell’Italia al mondo della modernità.
Una posizione questa che trova eco nella dichiarazione dei 47 economisti (Manifesto 8.1) che <scoprono> che la FIAT si è venuta finanziarizzando nel corso degli ultimi decenni grazie anche agli ingenti aiuti statali, e rilevano la <contraddizione> tra un imprenditore che non sa vendere auto ma con un’impresa che: “guida la redditività nella classifica per gli azionisti con un ritorno di capitale (nel terzo trimestre del 2010) del 33%.” Mettere fine a tutto questo si può. Come. Fare come la Germania che paga alti salari, innova e garantisce welfare ai lavoratori. Quindi più aiuti pubblici alla FIAT e più auto anche in Italia.
Questi temi sono ripresi da Antonio Lettieri (Manifesto 8.1) che giustamente evidenzia come la linea di Marchionne sia quella della sinistra italiana visto che entrambe aderiscono alla “realtà della globalizzazione”. Ovviamente la sinistra italiana pensa alla <globalizzazione dal basso> o dei <diritti>, ma la realtà è un’altra. L’illustrazione di Lettieri sul carattere transnazionale dell’industria dell’auto, con una rete di interessi e strategie che va dagli SU, Brasile, Polonia, ecc. giocando sui marchi di fabbrica FIAT e Chrysler, ecc. è efficace e dimostra il ruolo residuale dell’industria italiana in questo settore. Lettieri non è sorpreso, giustamente, che Marchionne non discuta con gli italiani i piani aziendali che hanno una dimensione globale e non solo contabile come alcuni insistono a credere. Tuttavia si interroga sul perché la globalizzazione dell’auto produca effetti differenti sul piano dei diritti e dei salari in Italia rispetto al Giappone, Germania, Stati Uniti e Francia. Non è forse anche l’Italia dentro l’Unione Europea e la globalizzazione?
Infine ci sono le posizioni (Viale, 9.1) di quanti ritengono che la crisi FIAT sia dovuta sia ad un errore nel calcolo dei costi (tesi degli economisti) sia ad uno sbagliato orientamento industriale e scarsezza di innovazione che sottovaluta gli spazi di mercato e d’impresa che offrirebbero sia l’auto elettrica sia i nuovi settori stimolati dal bisogno di risparmio energetico e ambientale (green economy). Questa posizione enfatizza i contenuti dell’innovazione e la qualità dello sviluppo e ritiene che questi siano compatibili con la struttura dell’attuale sistema industriale e di mercato. Tuttavia, ci avverte Vittorio Sartogo (Manifesto 13.1), attenti a non ridurre problemi di potere a problemi tecnologici: “una nuova economia, nuove politiche comportano una modifica sociale profonda e non possono essere ridotte ad elementi tecnici (pur essenziali e importanti). La green economy e la cooperazione, ad esempio, possono produrre altrettanti disastri se si riducono all’uso di nuove tecnologie lasciando immutata la flessibilità del lavoro come assicurazione dai rischi di investimento e la produzione in funzione di consumi tendenzialmente crescenti.” Così come si può aggiungere, laddove la green economy diviene area di sfruttamento delle transnazionali le logiche che vi presiedono non sono affatto diverse da quelle dell’auto o dell’industria militare, come dimostrano le esperienze scandinave (Manifesto 5.12).
Il problema, insomma, secondo gli economisti, non risiederebbe nella: “ineguale distribuzione dei redditi e della ricchezza” che presiede alla globalizzazione, ma nello scoprire nuove aree di investimento e sfruttamento. Certo, insieme alle nuove tecnologie, proporrebbero Viale ed altri, si potrebbero introdurre nuove forme di “partecipazione” e “democrazia dal basso”. Un’idea di innovazione, questa, diversa da quella del Circolo romano del Manifesto. Innovazione per noi significa <non innovare ma rigenerare>, significa passare dall’<ecologia alla ecosofia>, non <cooperare per competere> ma <competere su come cooperare>, sostituire la fase dei bisogni e diritti collettivi concepiti come somma dei bisogni individuali con quella dei bisogni personali e di comunità. Un sistema di innovazione della democrazia imperniato sul decentramento e che non confonde, per dirla con Federico Caffè, l’”ombra della partecipazione con la realtà del potere”.
2.Alle origini del problema
Pomigliano e la FIAT non sono un momento di svolta, ma semmai il precipitato ultimo di eventi decennali a suo tempo segnalati e studiati. La deindustrializzazione in occidente secondo strategie globali risale agli anni Settanta con la fine del fordismo (non la “crisi” ma la fine decisa a tavolino) con la quale si posero le basi per una nuova organizzazione della distribuzione del potere nei paesi occidentali. Con gli anni Ottanta, a questo piano di riorganizzazione dei sistemi produttivi rivolto anzitutto a bloccare la crescita delle economie <altre> e marginalizzare i loro mercati, si aggiunge un piano di destabilizzazione politica che mise al centro della crescita la Triade dei paesi occidentali (aree ricche dell’Europa, SU e Giappone). Si afferma così quel piano di apartheid globale (Petrella, Amoroso, Sideri) che fa dell’Europa la terza gamba del sistema e concentra il potenziale di crescita ed innovazione nella “banana europea” (Triangolo Milano, Londra, Amburgo, Parigi) determinando in modo graduale e progressivo la marginalizzazione delle altre aree europee. Il nucleo economico e produttivo di questo sistema di potere sono la finanza e le tecnologie con le quali si garantisce il controllo e lo sfruttamento delle conoscenze e delle produzioni fatte da altri. Da qui ha inizio il processo di esclusione dell’Italia dal sistema di potere europeo e della globalizzazione.
Le fasi di questa <grande trasfigurazione> del capitalismo, il suo definitivo distacco dai mercati e dalle economie reali, segnano le tappe più significative dell’Unione Europea – Accordi di Maastricht, Accordo di Lisbona del 2000 e Trattato di Lisbona del 2009 – approvate anche dalle forze politiche e sindacali italiane. Le riforme del welfare (privatizzazione dei servizi), dell’istruzione e della ricerca (società della conoscenza) e del mondo del lavoro (workfare e flexicurity) sono il prodotto di quelle decisioni. Decisioni che sono inconciliabili con la particolare struttura della società italiana (e non solo) le cui strutture economiche e della società civile non si sono omologate ai principi fissati da una imposta riforma liberale dello Stato e dell’economia. Da questa sconnessione, interpretata come un “vizio” della società italiana ma che in effetti è la sua particolarità ed originalità proprio per la capacità di resistenza delle sue comunità all’omologazione al mercato capitalistico ed allo Stato liberale, nasce il bisogno di muoversi con forza su linee di trasformazione ben più radicali ma diverse: un welfare ed economie di comunità sottratti al dualismo stato-mercato tipica dei paesi dell’Europa centro nord; sistemi di formazione e ricerca radicati nei bisogni dei territori e dei saperi locali e non subordinati ai bisogni di società ed economie a noi aliene; sistemi di relazioni industriali che spingano verso la ricomposizione a livello comunitario e nazionale degli interessi frammentati prodotti da sistemi corporativi e di interessi contrapposti.
Insomma un nuovo patto sociale che sostituisca lo Stato del Benessere creato intorno all’obiettivo della <crescita economica> con quello della Società del Benessere costruita sul <bene comune>. La sostituzione del carattere centrale del contratto nazionale con contratti aziendali e individuali, riemersa per le recenti vicende sindacali, è inaccettabile in sistemi <cooperativi> e di <solidarietà> come quello italiano (Sud Europa), dove anche il sindacato privilegia la struttura confederale (Landini, Manifesto 1). Ma è del tutto naturale in sistemi diversi di relazioni industriali di tipo corporativo (Europa Centro-occidentale e Nord) nei quali i bisogni individuali e sociali non sono visti come tema di impegno e dovere culturale comune e delle persone e delle comunità (il prodotto della solidarietà) ma materia giuridica di <diritti individuali>, laddove la solidarietà è spersonalizzata dalla responsabilità e dall’impegno del comportamento personale e di gruppo. L’Italia è l’esempio più clamoroso della resistenza consapevole ed innata a questi processi di omologazione ad un modello che Lettieri definisce giustamente “americano” ed è per questo che il paese non entra nella globalizzazione e viene (re)spinto fuori dall’Europa. Per la grande industria e la società della conoscenza, che con l’introduzione del loro sistema Triadico di potere hanno ridisegnato i confini delle appartenenze territoriali e nazionali alla <modernità>, l’Italia è oggi come l’Algeria o la Tunisia, o altre aree europee marginalizzate come la Polonia e la Romania. Cioè quelle aree esterne al sistema dell’apartheid verso le quali si applicano criteri predatori verso le materie prime esistenti e verso il lavoro. Aree che certamente non prevedono l’applicazione di quei criteri di welfare e di diritti riservati ai cittadini del centro della Tirade.. Per questo ogni richiamo a fare come la Germania trascura il fatto che noi da quel club siamo stati estromessi, e non da oggi. E non siamo stati estromessi a causa dei vizi italiani, ma i vizi italiani sono stati consapevolmente potenziati per favorire quelle estromissione.
Osservava Federico Caffè in quegli anni: “Vi è, tuttavia, un'ipotesi che mi preoccupa ancora di più: quella di una sinistra subalterna che, per andare o restare al governo, rimette al passo le forze del lavoro senza ottenere sostanziali trasformazioni economiche. Vorrei aggiungere che, se per miracolo qualche risultato si dovesse raggiungere, ma andasse nel senso di un avvicinamento della nostra situazione a quella, poniamo, della Germania, non è questo il destino che augurerei al mio paese. La mia idea della “convergenza” e della “coesione sociale” in Europa non coincide con quella trasmessa dai trattati europei e strumentalmente utilizzata dai governi nazionali. Si tratta, infatti, di una situazione in cui i lavoratori, pur godendo di un certo benessere, sono in una posizione fortemente subalterna. Non credo, in altri termini, che il risanamento della bilancia dei pagamenti e un riassetto dell'economia, senza l'introduzione di veri elementi di socialismo, sia qualcosa che vale, un traguardo degno di essere indicato alla società italiana. Mettersi su questa strada, è stato per la seconda volta un tradimento degli ideali della Resistenza. Non vorrei apparire retorico. Ma tradiremmo l’ideale di costruire un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito.”
L’assenza di questa consapevolezza ha fatto si che siamo rimasti a lungo attaccati alla speranza di poterci integrare in un modello che non ci comprendeva, anzi ci respingeva, e per di più a noi in gran parte estraneo. Trascurando invece scelte possibili di un altro modello di organizzazione sociale, di crescita territoriale e sociale e di cooperazione sia europea sia mediterranea. Anzi ostacolando questi tentativi di una strategia autonoma italiana verso la Russia, l’Asia e i paesi mediterranei come dimostrano i recenti sberleffi (di destra e di sinistra) alle iniziative di apertura italiana verso questi paesi.
3. Reazioni
Un piano di apartheid come quello sin qui descritto, la globalizzazione dell’economia e della società, non poteva non provocare reazioni, come è avvenuto. All’avanzare di questo progetto economie e società si sono risvegliate. Di questo risveglio fanno parte le società asiatiche e la Cina in particolare, con effetti di rigenerazione e sostegno per le economie ed i paesi dell’America Latina e dell’Africa; il risveglio del mondo islamico e del mondo arabo con le forti reazioni espresse verso il cervello della globalizzazione, gli Stati Uniti e i suoi più stretti alleati. Ma anche le comunità in Europa, ed in Italia in particolare, non sono state passive. Dagli anni Ottanta si sono messi in moto processi di riorganizzazione dell’economia e delle comunità che sfidano la società nei settori più cruciali e sensibili della sua organizzazione ed agire politico: la finanza con le forme nuove di finanza etica, cooperativa, solidale; il commercio internazionale con le nuove forme di commercio equo internazionale; la cooperazione internazionale con la nascita delle ONG per una cooperazione internazionale solidale; le nuove forme di distribuzione e di consumo rivolte a contrastare la grande distribuzione e la standardizzazione dei prodotti e del consumo che ne segue; i comportamenti culturali e sociali mediante la rete delle nuove forme associative che non si limitano alla recita del mantra dei <diritti> orchestrato dallo Stato ma lo praticano mediante forme personali e concrete di intervento e solidarietà.
Oggi questo mondo, che costituisce per noi il punto di riferimento principale per le pratiche ed i saperi che ha accumulato, si trova di fronte ad una grande sfida. Ne danno conto contributi recenti che costituiscono punti di riferimento teorici essenziali per il nostro lavoro: “L’economia sociale” di Federico Caffè, “L’economia civile” di Stefano Zamagni, “L’economia della felicità” di Leonardo Becchetti, “L’economia di senso” di Mauro Magatti, “L’economia associativa” di Franco Archibugi, “L’economia della solidarietà” di Giuseppe De Lucia Lumeno e “L’economia del Bene comune” di Riccardo Petrella e di Bruno Amoroso.
Il suo potenziale di crescita e potere è stato tuttavia gradualmente tarpato spingendo le possibilità di trasformazione delle comunità e della società dentro confini di nicchia, di testimonianza, con lo strumento giuridico della <sussidiarietà>. Così come fu fatto con il movimento operaio con lo strumento del <Patto sociale> si è condizionata la loro capacità di trasformazione riducendoli a parte di un tutto, con compiti predeterminati e definiti, e con la rinuncia ad uscire dai confini ristretti assegnati. Ma la <sussidiarietà>, in una società che in modo crescente marginalizza ed esclude, non è più un problema dei più deboli ma di una parte crescente della popolazione, non è più un problema di spazi residuali di mercato e di distribuzione, ma del controllo di entrambi in tutta la loro ampiezza, non è più un problema di forme laiche di intervento benevolo ma dell’organizzazione tout court dei servizi e dei beni necessari alle persone e alle comunità. Il problema della <sussidiarietà> va oggi capovolto. Questo criterio va in Italia applicato non hai settori per noi portanti e di traino dell’economia, la nuova economia di cui parliamo, ma a quei residui dell’economia capitalistica che costituiscono delle <cattedrali nel deserto> delle quali è bene programmare la graduale ristrutturazione ed estinzione. Questa può riguardare misure specifiche per Pomigliano e la FIAT e di queste se ne possono far carico i sindacati e la Confindustria. Inoltre la sussidiarietà mediante l’intervento pubblico può essere compito delle istituzioni centrali laddove la società civile e le comunità non sono in grado di intervenire direttamente e cioè nella creazione di reti e sistemi di infrastrutture nazionali. Ma l’occupazione in intere comunità e città, l’educazione e la formazione, la salute, la soluzione al problema del trasporto dentro le compatibilità di un vivere civile, in città e campagna, la produzione e la distribuzione dei prodotti necessari alla vita non appartengono a queste strutture e devono essere risolti altrove e in altre forme, in forme sostenibili economicamente e socialmente, partendo dei singoli territori.
3.Nostre proposte
3.1- Lavoro/Territorio, Saperi/Formazione, Reddito sociale
Lavoro
Punto primo, ricreare coerenza tra territorio, lavoro, saperi e reddito. Si tratta di funzioni oggi segmentate e spesso in conflitto tra loro perché è da questa divisione che nasce il potere dei pochi sui molti, dell’azienda sul territorio e sulle persone. Il momento della ricongiunzione non può essere <virtuale> (la rete o facebook) ma è un luogo fisico, il territorio e la sua comunità. Gli attori della trasformazione non possono essere le <moltitudini> ma persone distinte e concrete nella varietà delle loro culture, bisogni e linguaggi. Se nella fase della fabbrica fordista il luogo classico della socializzazione e dell’istituzione dei legami sociali e di classe era la fabbrica oggi, con il decentramento produttivo, non è più così. Non è più così neanche nel settore pubblico dove i nuovi criteri concorrenziali di gestione hanno frammentato mediante le qualifiche e le funzioni la connettività del luogo di lavoro. Il luogo della socializzazione ridiviene il territorio, i luoghi di esistenza e convivenza quotidiana. E gli attori sociali della trasformazione sono quelli partecipi al territorio e ai suoi bisogni.
Da questo si può ripartire anche per dare senso a quell’interrogativo richiamato da Antonio Castronovi nel suo intervento (Manifesto, 1): “la tutela dell’occupazione è un bene che viene prima di ogni altro o no?”. Interrogativo posto da Rossana Rossanda in polemica con le preoccupazioni di Viale sul contenuto della produzione e del lavoro. Al quale Castronovi ne aggiunge uno analogo sul rapporto tra lavoro e diritti (si possono barattare il lavoro e i diritti?). Ma noi potremmo continuare nel porre interrogativi introducendo il rapporto tra lavoro e reddito, lavoro e vita famigliare, ecc.. Siamo qui di fronte a casi esemplari del risultato disastroso della segmentazione delle funzioni e dei problemi plagiati dall’approccio giuridico e di mercato prevalente nella cultura italiana (liberale e di mercato), adottato anche dalla sinistra, che non si pone il problema di chi decide cosa e quando.
Antonio Castronovi introduce giustamente il tema del lavoro come bene comune, cioè parte costitutiva dell’essere, del vivere nella comunità con gli obblighi ed i doveri che ne derivano. Ricordo che di questo tema si parlò in ambito sindacale. Reagendo al grande interesse che i sindacati mostravano per l’”acqua bene comune” proposi di trattare invece del tema “lavoro bene comune”. Gelo totale, perché avevano intuito che se il lavoro è un bene comune è compito delle comunità salvaguardarlo, regolarlo, inserirlo nelle funzioni necessarie, retribuirlo ecc. Al che tutta l’impalcatura del lavoro e dei suoi diritti costruita per una società industriale capitalistica crolla. Ma con ciò anche il ruolo che il sindacato si è disegnato dentro di questa. Dobbiamo prendere atto positivamente che espressioni recenti anche da parte del sindacato indicano una riflessione critica su questi temi e sul bisogno di ripensarsi insieme alle altre istituzioni e organizzazioni della società civile.
D’altronde, conclude Castronovi su questo punto: “Ne consegue che conciliare la funzione sociale del lavoro con il suo essere anche un mezzo di riproduzione sociale che soddisfi bisogni vitali per gli individui, implica un cambio di paradigma dell’attuale modello di sviluppo, fondare una economia alternativa e sostenibile, diversa da quella imposta dalla globalizzazione, spesso estranea e lontana dai bisogni della società.” Questo riguarda, osserva giustamente: “cosa , come, dove e per chi produrre”. Ma anche il ruolo che vi debbono svolgere il mondo del lavoro e le organizzazioni sociali. Il problema è se le forme di organizzazione di una economia comunitaria che si proponga come <nuova economia> siano proponibili dentro lo schema del mercato sin qui esistente (capitalistico) e le sue forme di rappresentanza o non debba creare, ovviamente, forme sue proprie. Cioè, con le parole di Castronovi: “Il lavoro può affermare la sua utilità e responsabilità verso la società e le comunità locali, solo pensandosi ed agendo come lavoro non alienato, come produttore consapevole che crea l’economia e non ne rimane succube.”
Questo riguarda il lavoro e le comunità che andiamo costruendo e che quindi vanno tenute libere dalle “dande” nelle quali vorrebbe costringerli sia lo Stato sia il movimento sindacale. Ma che fare di quella parte dell’economia capitalistica tuttora esistente? Che fare cioè di Mirafiori mentre ancora produce auto (in cassa integrazione) e poi magari pannelli solari (certamente anche quelli in cassa integrazione)? La risposta non va inventata in questo caso perché è già scritta nella Costituzione (che nessuno vuol cambiare ma nessuno pensa seriamente di applicare): i consigli di gestione, cioè forme di autonomia di gestione aziendale che divengono l’accademia che dovrebbe attuare quella trasformazione culturale che porta gli operai ad avvicinarsi a quel modello di lavoro e di organizzazione produttiva normale di cui parlavamo sopra. Quei settori dell’industria esistenti da conservare per ragioni strategiche o di opportunità vanno rilevati dallo Stato e dati in gestione agli operai ed ai sindacati che devono amministrarli nell’interesse pubblico. Ma sia nel settore pubblico che in quello dell’economia sociale e cooperativa, e in quanto esiste di attività privata, devono essere introdotti criteri di reddito e retribuzione che prevedano scarti retributivi da 1-4 massimo, così come oggi avviene nei settori veri dell’economia sociale e cooperativa. Non possono essere riconosciuti e difesi “diritti acquisiti” costruiti sulle “ineguaglianze di reddito e di ricchezza”, e questo va detto anche con buona pace ai nostri giuristi democratici che se ne devono far conto. Questi criteri devono essere estesi ai sistemi pensionistici recuperando così i fondi necessari per alzare il livelli salariali più bassi e estendere a tutti una pensione di cittadinanza. Questi sono temi sui quali il sindacato anzitutto ma tutta l’economia deve condurre una battaglia intransigente: su questo si deve dire “uniti si può fare”.
Parlavo prima del bisogno di un salto culturale e di trasformazione della nuova economia per uscire dalla nicchia nella quale si è fatta rinchiudere. Certamente il salto richiesto ai sindacati e partiti non è minore. Per la controparte, i datori di lavoro, non c’è nessun salto da compiere. Si devono cercare un nuovo lavoro che è quello di mettere a disposizione le proprie capacità imprenditoriali per creare economie di comunità e di mercato vere. La situazione si fa complessa, ma interessante, se parliamo del settore pubblico. Ma qui ci aiuta una seria riforma federale, della quale noi non possiamo che essere tenaci sostenitori, che riporterebbe funzioni e lavoro all’interno dei territori e comunità ed avvierebbe un processo virtuoso capace di rigenerare contenuti, forme di rappresentanza e funzioni di quelle strutture che oggi svolgono spesso un ruolo negativo a causa delle infiltrazioni burocratiche, “professionali” e massoniche che ne minano il funzionamento e la credibilità.
Saperi e formazione
Gli stessi interrogativi sono posti da Enzo Scandurra a proposito dell’Università. Parlare oggi di saperi e territori è particolarmente difficile perché: “I saperi ingessati delle discipline diventano sempre più incomunicanti rispetto alla domanda che viene dal mondo reale di interconnessione. I saperi attuali trasformano il nostro mondo sferico in un mondo piatto unidimensionale, il mondo del pensiero unico. Tre grandi questioni oggi appaiono indissolubilmente legate: la questione ambientale, quella economica e del lavoro, quella sociale.” Declinare l’educazione e l’istruzione su queste linee è tuttavia possibile ed urgente e non nasce dalle idee ma dalla pressione che ci viene dai fatti quotidiani che riguardano: “la salvaguardia del territorio e la sua ristrutturazione, l’agricoltura, la produzione di auto che non usano combustibili fossili, le energie rinnovabili, l’organizzazione urbana fino alla costruzione di edifici non energivori, lo smaltimento dei rifiuti e così via, per non parlare dei contributi provenienti dai saperi umanistici rinnovati che possono contribuire ad affrontare il tema di un nuovo sviluppo in armonia con l’ambiente.” Tutti temi e problemi da affrontare sui territori. Riscoprendo sistemi di formazione che riguardano l’agricoltura e la silvicoltura, le foreste, la cura del territorio, delle acque, ecc. “Il territorio, in questa prospettiva, da suolo inerte, produttore di rendita fondiaria parassitaria, diventa luogo vivente delle comunità insediate, laboratorio di pratiche virtuose che vanno nella direzione di uno sviluppo equilibrato e autosostenibile. “. Questi sono i temi che riguardano una riforma dei sistemi di istruzione, della ricerca e dell’università. Ma temi che non possono aspettare la sconfitta della riforma Gelmini e neanche un governo di sinistra che rifarebbe le stesse cose perché è l’UE che le detta ed i poteri dentro l’Università che lo vogliono. Sono temi sui quali è necessaria e possibile la mobilitazione degli studenti che imponga, questo si, nuovi moduli e forme di insegnamento e nuovi orientamenti specialistici alternativi a quelli dell’urbanistica corrente e dell’uso sconsiderato della tecnica. Temi a monte, non a valle, di una richiesta di fondi o di sconsiderate statistiche sulla spesa in ricerca e formazione tra i paesi europei rivolte solo a finanziare ancor più i settori di ricerca richiesti dalle grandi imprese private e dalle industrie militari.
Il reddito di cittadinanza
Le ragioni del riemergere in Italia dell’interesse per questo strumento, ostentatamente trascurato sino ad oggi da parte di tutti, nasce dalla constatazione di una serie di fattori che rendono il problema urgente. Sin qui il problema del reddito si risolveva in una dimensione famigliare e di reddito da lavoro. I gruppi che cadevano al di fuori di queste categorie (i “gruppi deboli”) erano rinviati all’assistenza. L’indebolirsi di entrambe queste fonti (famiglia e lavoro), fenomeni migratori e non solo che determinano condizioni di povertà non assistita rendono perciò importante ridiscutere il tema del reddito di cittadinanza.
Un passo indietro. Una forma di reddito sociale è stata sin qui garantita ma solo ai lavoratori e solo ai lavoratori della grande industria. Sono stati provvedimenti recenti quelli che hanno esteso questo diritto anche a gruppi disoccupati più ampi. Per i pensionati si è fatta una operazione simile con la pensione sociale. Cesare Frassinetti (Manifesto 7.1) nel suo articolo richiama il problema e propone la via giuridica, dei diritti, per affermare il reddito per tutti. Credo che sia utile riflettere su questo perché si tratta di un problema di solidarietà, non di diritti, con il quale anche l’economia e la società che noi vogliamo devono misurarsi. Ma in modo diverso rispetto al passato. Se noi vogliamo ricongiungere l’economia con la società in forma sostenibile e socialmente responsabile, il che significa evitare ineguaglianze ed abusi come quelli oggi esistenti nei sistemi pensionistici e di reddito da lavoro, non si tratta di dare un reddito a tutti per legge ma di affermare e praticare il principio che ogni lavoro deve fornire una fonte di reddito adeguata (quindi sufficiente ma non smisurata) e che ad ogni cittadino deve essere proposta una forma di inserimento sociale e produttivo adeguata alle sue aspirazioni, capacità e possibilità. L’introduzione del reddito di cittadinanza, se la si vuole realmente realizzare, non è una battaglia giuridica o di diritti, ma economica e distributiva. Il che significa che non può essere aggiunta e sovrapposta all’attuale sistema iniquo di distribuzione del reddito e della ricchezza riflesso anche nei sistemi retributivi e pensionistici, ma richiede una loro revisione in senso solidale e questo dovrebbe essere messo al centro delle battaglie sindacali e civili che si fanno giorno per giorno. Anche in questo caso il ritorno al governo dei territori per il controllo su ed il governo di questi processi è essenziale.
3.2Attori del cambiamento. Transizione
Sul territorio come luogo della socializzazione e della produzione di nuovi attori sociali ho già fatto cenno ed è a questo punto che è utile entrare nel merito per approfondirne le possibilità ed i problemi che questo suscita. A questo ci aiutano le osservazioni di Vittorio Sartogo laddove scrive: “1) il territorio è una dimensione non neutra, essendo a sua volta un prodotto del capitale che lo plasma in funzione dei propri vantaggi; 2) di conseguenza vi è una spinta inerziale che rende molto impervio cambiare comportamenti consolidati, cosicché la stessa capacità di auto organizzazione della società presenta difficoltà molto forti se non riesce a collegarsi alla comprensione delle tendenze di fondo; 3) non è sufficiente muoversi dal basso, vista la scomparsa dell’opposizione politica e la drammatica inservibilità di gran parte delle sue proposte, poiché resta il problema della intermediazione politica per l’organizzazione dei settori strategici e della stessa regolazione statale e sovrastatale; 4) il diverso modo di produzione si svolgerà comunque per un periodo lungo “entro la vecchia forma” (Marx); quale possa essere l’impresa democratica e quali i suoi rapporti con il territorio è il grande tema da sperimentare nella concretezza del processo di transizione.” (Manifesto 13.1). Si tratta di rilievi dai quali partire nel rileggere le esperienze ed i soggetti esistenti sui territori, siano quelli delle associazioni e dei movimenti siano quelli dei partiti, dei sindacati e delle istituzioni. Nella comprensione, ovviamente, che esiste ormai una profonda scissione tra i tempi del cambiamento che noi proponiamo e le sue forme e obiettivi e quelli proposti dall’agenda politica e sindacale.
Questo costituisce il punto di partenza anche del contributo di Alberto Castagnola (Manifesto 13.1) che ci aiuta a dare un nome e ad identificare la varietà dei soggetti e delle iniziative che si muovono sui territori. Si tratta, come abbiamo già ricordato, di una storia iniziata da circa trent’anni che ha già prodotto risultati consistenti nell’economia e nella società mediante forme classiche di associazionismo, cooperazione classica e cooperazione sociale, solidarietà, ecc. ormai consolidate sui territori. A queste forme si sono aggiunte negli ultimi dieci anni numerose altre iniziative che, nell’elencazione di Alberto Castagnola, comprendono: “giunte comunali che si impegnano nella difesa del loro ambiente, comitati che si oppongono a opere pubbliche inutili o dannose, gruppi di base che lottano contro inceneritori, discariche o urbanizzazioni selvagge, gruppi di cittadini che impongono raccolte differenziate e pubblicizzazioni di beni comuni, famiglie che comprano direttamente dagli agricoltori o che scelgono prodotti biologici evitando gli eccessivi
consumismi imposti dai supermercati, persone che si sottraggono ai processi di urbanizzazione forzata e tornano a rivitalizzare comuni abbandonati e terre eccessivamente sfruttate, iniziative di recupero di tradizioni culturali in via di sparizione, e la lista è certamente da completare.”
La forza di questi processi risiede nel fatto che nasce dalla lotta quotidiana con l’esistente e su problemi reali che immediatamente mobilitano e coinvolgono le comunità. Nasce su risposte concrete e diverse a problemi reali ma si deve divincolare attraverso condizionamenti ideologi e istituzionali che se da un lato sono lo stimolo al cambiamento dall’altro costituiscono sempre un pericoloso fattore di risucchio dentro forme tradizionali di localismo, interessi costituiti, furbizie di scorciatoie politiche e l’immancabile fascino della partecipazione ai giochi del potere mediante i vantaggi precari dello spoils system (baratto politico). Resta aperto il modo di come fare sistema. Le esperienze di reti sino ad ora tentate (reti, consorzi, ecc.) si sono dimostrate valide nell’ambito della specificità dei singoli interventi (Consorzi di cooperative, Associazioni nazionali, Reti di solidarietà tipo Libera, ecc.) e tanto più lo sono state quanto sono state capaci di tenere una forte autonomia dai processi e dalle forme della politica. L’obiettivo politico deve essere quello di fare presa sulle istituzioni locali e sui Municipi anzitutto, e da qui possono partire funzioni importanti di pressione verso le Regioni. Qualunque accelerazione verso sbocchi politici che non sia costruita sulla forza del fare pressione e opposizione è destinata, almeno per ora, a scadere nella strumentalizzazione e nell’indebolimento complessivo del movimento che si vuole creare (il caso dei movimenti per la pace insegni).
3.3 Riterritorializzazione dell’economia, laboratori, federalismo comunale, istituzioni
A questo punto il Circolo del Manifesto di Roma si è posto il problema, accanto al contributo che può dare alla riflessione comune sui temi sin qui trattati, di quale è il terreno specifico sul quale intende intervenire e contribuire. Non si tratta di una scelta astratta, ma concreta perché riguarda, anche per noi, i luoghi ed i percorsi di vita quotidiana, sui quali riflettere, intervenire. Un gruppo romano non può che porsi il problema del proprio territorio, Roma e il Lazio, e dei settori nei quali è collocato. Anzitutto il problema dei Comuni, interagendo con quello che è il territorio naturale di Roma e cioè il Lazio. La proposta del Circolo romano è quella di dare vita ad un <Laboratorio territoriale laziale>, nel quale confluiscano con scambi di esperienze e di iniziative varie unità: le scuole e le università laddove c’è la voglia di ripensarsi sul piano dell’educazione, degli studi e professionale nel quadro delle cose sin qui dette, i quartieri, i luoghi di incontro e di socializzazione delle comunità che a Roma sono diversi e variamente articolati (la nota ed importante iniziativa di Roberto Sardelli) anche con forti presenze di comunità straniere (Esquilino, ed es.), le istituzioni locali, ed il mondo delle associazioni e della nuova economia. In questo Laboratorio territoriale devono confluire iniziative che rigenerino il tessuto culturale, sociale e produttivo della città. Ma per far cosa?
Su questo tema si interroga Paolo Berdini (Manifesto 1) che partendo dai problemi che assillano gli abitanti della città e delle comunità (spopolamento dei centri urbani, trasporti inadeguati, svilimento e chiusura degli spazi e dei servizi pubblici, ecc.) elenca alcuni dei problemi sui quali intervenire ma non certo con il lamento del “ripristino delle regole formali”, “ridateci i piani urbanistici”, “la partecipazione” ma con “alcune linee di azione che coniugano insieme difesa del territorio e la costruzione delle basi per lo sviluppo di un’economia solidale.” Tra queste Paolo Berdini propone: “ cancellare ogni possibilità di consumare altro suolo agricolo”, “nelle nostre città praticare solo il recupero e la riqualificazione”. Entrambe le proposte, che si collegano a quanto già ricordato delle proposte di Enzo Scandurra, emergono vari compiti pratici da attuare. Anzitutto fare delle nostre università e scuole professionali dei luoghi dove i giovani si preparano e qualificano a queste funzioni professionali. Nel recupero edilizio e ambientale della città oltre che ad altre forme di urbanistica e costruzioni c’è anche bisogno di chi fa le cose. Cooperative di giovani, laureati e no, che attrezzino le città di reti di imprese sociali per il restauro e recupero urbano è una grande opportunità per contribuire a creare lavoro sul territorio ed a realizzare forme solidali di inserimento lavorativo alle migliaia di immigrati che si aggirano negli interstizi della città. Ma questo vale anche per l’agricoltura ed il territorio rurale. Mettere scienza e saperi al servizio delle rigenerazione dei nostri territori e comuni della regioni è la sfida sulla quale il Laboratorio laziale si deve misurare.
Siamo quindi oltre la fase della mera rivendicazione dei “diritti” ma in quella dell’impegno sociale e produttivo che comporta anzitutto doveri di solidarietà verso le comunità. Insiste Paolo Berdini: “Eppoi, sempre a livello locale laddove è possibile (e nell’Appennino sempre meno abitato si potrebbe fare agevolmente) gli enti locali potrebbero fare una intelligente politica di acquisizione di territori abbandonati.” “E se poi i comuni iniziassero a privilegiare la filiera alimentare “corta” attrezzando luoghi di mercato per i prodotti del circondario, ne guadagneremmo anche in salute non dovendo acquistare più le “monocolture” del cartello della grande distribuzione. E anche le esperienze importanti fin qui concretizzate, penso alla Città dell’altra economia di Roma, devono essere alimentate da una visione urbana alternativa, non marginalizzate, ma poste al centro delle politiche urbane. Le città sono nate dal mercato. Possiamo provare riconvertirle verso forme sostenibili. …Se non ora quando?”
Dimensione locale e dimensione nazionale
Aldo Carra (Manifesto .1) riprende alcuni degli interrogativi sollevati da Vittorio Sartogo che legano le prospettive si crescita territoriale e risveglio delle comunità al bisogno di una dimensione nazionale sia per quanto riguarda le scelte economiche che le scelte politiche. Senza le quali, annota, queste proposte rischiano di essere velleitarie o rimanere al livello della giusta provocazione. Domande utili perché non c’è dubbio che settori strategici esistono, anche nel campo del trasporto e delle biotecnologie ad esempio, ed acquistano una dimensione che supera quella del livello locale. Dobbiamo però introdurre in questo ragionamento due altre obiezioni. Chi dice che la dimensione per fare ciò sia quella nazionale, visto che questa si rivela evanescente o imprendibile, e non invece quella regionale, megaregionale (il Mezzogiorno ad esempio), o mesoregionale cioè la prospettiva mediterranea? Esistono Stati europei con dimensioni inferiori a quella di alcune regioni italiane che rivelano una capacità di crescita strategica e tecnologica molto forte e certamente superiore a quella dello Stato italiano. Inoltre, le tecnologie e i settori strategici a noi necessari oggi sono occupati da interessi economici e politici che contrastano quello che noi vogliamo fare. Il che significa che noi non possiamo rivolgerci all’Europa o alla globalizzazione ma dobbiamo fare accordi con i paesi mediterranei o dell’Asia o dell’America Latina che sulla crescita delle comunità locali e delle loro regioni basano le proprie scelte e strategie industriali. I campi del mondo rurale, dell’agricoltura, delle biotecnologie, del trasporto e dell’ambiente sono esemplari al riguardo.
E questo ci induce direttamente alla seconda questione, quella politica. Carra ha intuito che nell’orizzonte dei ragionamenti della nuova economia e del territorio non c’è la dimensione nazionale percepita come lo strumento utile alla coesione sociale ed economica. Facciamo due ipotesi. Se il problema che pone Carra è sentito a livello nazionale –dai partiti e dalle istituzioni- diano queste prova di responsabilità e si mettano al servizio delle richieste di crescita dei territori. La vocazione nazionale dei movimenti della nuova economia e dei territori non è affatto scontata, anzi nel caso nostro è spesso inutile e dannosa. Fino a prova contraria, ovviamente. I partiti e le istituzioni diano prova di buona volontà smettendo di celebrare l’Unità d’Italia come un valore per sé ma presentandola come cornice utile a fare quello che vogliamo fare. Una riaffermazione dell’unità d’Italia come fatto di principio, come valore in sé e per sé, non è per noi sostenibile. Insomma evitiamo di cadere ancora una volta nella trappola in cui è caduto il movimento operaio quando ha creduto che bastasse affermare che la <democrazia> e il <mercato> sono valori in sé e per sé per ritrovarsi oggi senza democrazia e senza mercato.
Essenziale è il problema che Aldo Carra pone sull’individuazione dei soggetti per attuare la trasformazione da noi auspicata e sviluppare ulteriormente la nuova economia. Il problema cioè: “delle risorse umane e professionali, forze della ricerca e forze imprenditoriali necessarie a questo processo”. Questo è un punto nevralgico poiché prevale ancora tra noi una certa idea che siamo noi a dare le idee e sono altri che debbono risolvere i problemi di come si finanzia, si gestisce un’impresa o si organizzano i mercati. Così ovviamente non funziona. E non si tratta di un’opinione ma della lezione che ci viene dallo Stato del Benessere in Europa che è entrato in crisi per l’illusione dei governi socialdemocratici di poter dirigere la cosa pubblica lasciando ai produttori capitalisti di occuparsi dell’economia. Alla fine questi ultimi hanno presentato il conto e si sono ripresi, oltre all’economia, anche la politica ed il governo.
Ma su questa strada molto si è fatto, almeno in alcuni settori. La nuova economia di cui parliamo ha da tempo elaborato il concetto di “impresa sociale”, cioè di una impresa comunitaria, territorializzata e che usa la moneta per funzionare non per speculare. Si tratta di lavorare di più su questa strada e dare vita anche nell’ambito delle nostre strutture formative (scuole e università, possibilmente libere o autogestite) a linee di formazione che vadano in questa direzione. Dieci anni fa insieme a Riccardo Petrella abbiamo dato vita ad una iniziativa europea, articolata per paesi e territori, che dovrebbe sostenere questi sforzi: l’Università del Bene Comune. Una iniziativa nata accanto ai movimenti ed alle organizzazioni politiche e sindacali ma non da questi dipendenti e che voleva (vorrebbe) mettere insieme il meglio dei saperi esistenti sui territori per accompagnare la fasi di crescita della nuova economia e di una nuova pubblica amministrazione. Perché questa iniziativa, che affronta molti dei nodi sollevati da Aldo Carra (ripensare lo Stato del Benessere, ripensare i beni pubblici nella direzione dei beni comuni, ecc.) non ha finora avuto il riscontro che ci si aspettava? La risposta, la mia risposta, è che partiti e movimenti, interpellati su questo tema, hanno peccato di presunzione e di autoreferenzialità sottovalutando il valore di una iniziativa culturale autonoma e critica anche se parallela ai movimenti. L’Idea non è stata appoggiata ma cannibalizzata. Oggi tutti i movimenti parlano di Bene Comune e Beni Comuni, di acqua e altro, spesso in modo differenziato e in competizione tra loro. Ognuno ha creduto di poter fare la sua Università e quello che doveva essere uno spazio autonomo di riflessione e di ricerca è diventata una nuova arena per la concorrenza tra organizzazioni sulla quale si scontrano i tori della politica. Un impegno di studio, ricerca e sensibilizzazione culturale delle persone e dei movimenti è divenuto lo spazio per iniziative mediatiche e di appiattimento culturale quali sono i referendum, gli appelli e le uscite in piazza.
Infine diversi problemi suscita l’intervento di Sergio Caldaretti ( Manifesto .1) sulle nuove conoscenze e gli strumenti di <governo> necessari a dare vita al nostro impegno di “cura del territorio”. I problemi che lui pone sono importanti e credo vadano valutati sia nel quadro di una ricerca e riflessione congiunta con chi opera sui territori sia nel contesto di un progetto culturale come quello dell’Università del Bene Comune a cui accennavo sopra. Certo, come per la ricerca e la formazione non possiamo aspettare la riforma dell’Università ma dobbiamo attrezzarci con nostri strumenti autonomi e critici di organizzazione dei saperi (quindi università libere fuori dalle gabbie del sistema pubblico dell’istruzione) così una riflessione è necessaria anche sul come rigenerare a livello locale, municipale e regionale strumenti veri di programmazione che forniscano gli elementi conoscitivi necessari alle decisioni ed all’operare della nuova economia e delle nostre associazioni. Un percorso che deve partire dalle comunità e dalla società ricostruendo i propri profili giuridici e istituzionali, un processo questo che nasce rompendo le gabbie in cui il diritto e le istituzioni oggi dominanti lo hanno rinchiuso.
* Centro Studi Federico Caffè
PER UN NUOVO MOVIMENTO OPERAIO, OLTRE LA SOCIETÀ DEI CONSUMI
di Marco Casaioli
In vista dell’assemblea del 18 Gennaio del circolo romano del Manifesto giustamente centrata sul tema del lavoro (e dei lavoratori, e di come cercare di ritrovare la forza perduta nel conflitto col capitale) vorrei stimolare qualche riflessione a partire dalle seguenti tesi (che ritengo valide e dimostrabili, e perciò sottopongo al vaglio della critica di chi ha ben maggior competenza di me), in cui elaborazioni più o meno recenti confluiscono con le emozioni suscitate degli eventi degli ultimi mesi (dall’Aquila a Terzigno, dal 14 Dicembre a Mirafiori e a Tunisi)…
1.Non sono possibili avanzamenti stabili e/o sostanziali su qualsivoglia fronte (ambientalismo, pace, difesa del territorio, lotta alle mafie, antirazzismo, difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici, ecc.) senza una ripresa di forza dei lavoratori (ed in particolare, ma non solo, degli operai dell’industria) nei confronti della loro controparte di sempre: il capitale (globale e non solo)
2.Non è possibile un recupero di efficacia delle lotte operaie senza una loro sostanziale internazionalizzazione, che oggi significa globalizzazione (l’Europa è il livello minimo e del tutto insufficiente se non si include almeno India, Cina, Brasile e USA)
3.Parimenti non è possibile un rilancio delle lotte (anche prescindendo dall’efficacia) se non si esce da un terreno puramente difensivo: se non si recupera la dimensione propositiva che a suo tempo forniva la proposta comunista (con tutte le sue varianti, e ahimè le degenerazioni cui si prestava e si presta, e che peraltro non era e non è l’unica possibile)
4.A sua volta le varie teorie novecentesche della lotta di classe oggi appaiono obsolete quando presuppongono l’orizzonte della completa industrializzazione dei processi produttivi. Oggi le teorie della decrescita (anche solo nella loro forma più “dura” come teorie fisiche del sistema economico e della sua interazione con la biosfera) ci indicano un’altra direzione – la convergenza tra sistemi di produzione e consumo del Nord e del Sud, tra “industrializzazione” e “sussistenza” – come unica alternativa alla catastrofe. La società del futuro potrà essere industriale solo in parte.
5.E’ d’altronde altrettanto insostenibile l’idea ingenua di risolvere il problema con il rapido smantellamento del sistema industriale globale. Questo significherebbe oggi centinaia di milioni, se non miliardi di morti, soprattutto tra le immense masse di diseredati del Sud del mondo, quantomeno per il collasso dell’agricoltura industriale e della distribuzione di cibo. Provocherebbe inoltre, probabilmente, una catastrofe ecologica ben peggiore di quella in atto, per l’assalto disperato a qualunque cosa si possa mangiare o ardere. Si immagini quanto è successo in Russia o in Bosnia negli anni ‘90, moltiplicato per cento o per mille. Per quanto evidente sia la necessità di ridimensionare l’apparato industriale globale, mi sembra altrettanto evidente che la società del futuro dovrà essere almeno in parte industriale.
6.Questo significa, per chi non se ne fosse accorto, che la classe operaia non è solo necessaria al capitale: è e continua ad essere necessaria all’umanità, seppure in termini meno radicali e “totali” di quanto pensavano Marx e Lenin. Questo cambia almeno in parte le cose, rispetto al problema in esame.
7.Inoltre, rispetto alle storiche elaborazioni del movimento operaio (nei tre filoni comunista, socialdemocratico e anarchico) il tema della democrazia si pone oggi in maniera nuova. Da un lato, la democrazia non è un lusso, non è più solo democrazia borghese (come rileva Rodotà, oggi il diritto è l’unico reale ostacolo allo strapotere delle imprese); dall’altro le storiche denunce comuniste e anarchiche dei limiti del parlamentarismo, della democrazia rappresentativa escono addirittura rafforzate dal tristo spettacolo odierno delle istituzioni non solo italiane. Se da un lato, contraddicendo Bordiga, di democrazia ce n’è sempre troppo poca, dall’altro niente è più lontano da una reale democrazia della democrazia reale.
8.Tornando alle teorie della decrescita, la loro forza dirompente sembra risiedere non tanto nell’idea che la crescita esponenziale (ad es. capitalistica) sia a lungo termine insostenibile, e neanche che lo siano soluzioni intermedie (“stazionarie”) ma nella necessità di ridurre a breve termine i flussi materiali, e nell’impossibilità di farlo mediante la sola innovazione tecnologica (c.d. “effetto rimbalzo”) (1).
9.In altre parole si pone l’obiettivo della fuoriuscita dalla società dei consumi. Sicuramente il consumismo non è l’unico fattore a “gonfiare” i flussi materiali rispetto ai bisogni: si pensi al militarismo e soprattutto alla disuguaglianza. Tuttavia se non da ieri in Occidente la disuguaglianza ha bisogno del consumismo (e del militarismo) per sostentarsi ed espandersi (come effettivamente fa), è pur vero che l’accesso universale al consumismo rimane il sogno ultimo della quasi totalità dei diseredati che la disuguaglianza hanno interesse a rovesciare(2).
10.Devo ammettere che l’idea di un nuovo movimento globale per l’emancipazione dei lavoratori che si ponga l’obiettivo di eliminare la società dei consumi sembra oggi fantascienza. Forse perché, oltre a nutrire robuste illusioni sulla capacità di ripresa del sistema dei consumi entrato ormai da anni in una crisi di cui non si intravede la fine, continuiamo nevroticamente a nasconderci il vero nome di questo sistema: INFELICITA’. Il consumismo non è infatti altro che produzione di bisogni a mezzo di infelicità (3). La fabbrica dei sogni è in primo luogo una fabbrica di incubi, di dipendenza, di paura. E’ molto difficile accorgersene dall’interno (come capita in tutte le relazioni di dipendenza). Solo sperimentando la felicità – la felicità collettiva, ma anche quella individuale di chi dà alla sua vita un senso in relazione agli altri – ci si rende conto quanti consumi siano superflui, inutili, dannosi, o semplicemente un intralcio alla vita. Questo dato, che oggi è un limite alla lotta, domani potrebbe essere una risorsa, questa sì inesauribile.
11.D’altronde, ripercorrendo la storia del movimento operaio e delle sue rivoluzioni, mi sembra di poter affermare che ad uscire sconfitta dalla storia non sia l’idea di pianificazione economica, ma piuttosto quella di ingegneria sociale. Non tanto l’uomo nuovo, quanto l’idea di fabbricarlo per via industriale. Non tanto il socialismo, quanto la sua edificazione. Questo unisce la violenza barbarica e genocida di Pol Pot a quella pseudoscientifica e pretesca di Stalin, a quella prometeica e visionaria di Mao, a quella grigia e paranoica dei burocrati della DDR, a quella feudale e fossile della dinastia nordcoreana, a quella più mite e malinconica di Tito e di Fidel. Il comunismo muore quando da movimento reale che cambia le cose presenti si fa fabbrica di società; ma potrebbe rinascere (anche e in primo luogo nella fabbrica stessa) non appena riprendesse il sentiero originario.
12.Ora rivolgiamo lo sguardo al presente, partendo dalla nostra sventurata Italia per poi estenderlo al mondo. Il panorama italiano delle mobilitazioni è ricco: studenti, docenti, ricercatori, precari, migranti, cassintegrati; il movimento per l’acqua pubblica; le mille vertenze sul territorio contro l’avvelenamento da rifiuti, le grandi opere inutili, lo scempio del territorio: l’Aquila, Terzigno, la Val Susa…; la resistenza al berlusconismo e alla mafia dentro e fuori le istituzioni; la sperimentazione capillare di alternative (GAS, altromercato, bilanci partecipativi…). Questi movimenti ruotano attorno alle grandi tematiche dei beni comuni, del servizio pubblico e del lavoro.
13. Per quanto riguarda i primi due temi possiamo anche solo immaginare un salto di qualità che, passando dalla dimensione difensiva a quella propositiva (è quello che sta facendo il movimento per l’acqua) costruisca, da un lato, un sistema capillare di fornitura di beni e servizi essenziali fuori dal mercato attraverso pratiche “conviviali” di reciprocità e dono, o ai margini del mercato tramite il c.d. privato solidale; dall’altro ricostituisca l’efficacia e l’efficienza di un rinnovato settore pubblico in grado di soddisfare altri bisogni (istruzione, cultura, salute, ma anche casa, mobilità, comunicazioni, credito) attraverso un sistema di servizi universali e gratuiti o, in subordine, gestiti fuori dalla finalità del profitto.
14.Per quanto riguarda il lavoro (precario, operaio, migrante) l’orizzonte rimane tuttora la difesa di diritti acquisiti e/o garantiti solo sulla carta. Un analogo salto di qualità sembra all’apparenza impensabile, così come innominabile rimane la parola d’ordine del potere operaio, non tanto per il discredito accumulato dalle passate esperienze (è quel che afferma l’ideologia corrente) quanto perché oggi il lavoro operaio è inseparabile dal sistema globale di produzione, promozione, distribuzione e consumo (il c.d. “mercato globale”), a sua volta organico al capitale e al suo sistema di dominio (4).
15.D’altronde se allarghiamo lo sguardo all’estero scorgiamo ancora movimenti per il servizio pubblico (Francia, Inghilterra) o per i beni comuni (India, America Latina), ma anche, più classicamente, per il pane (Nordafrica), per la terra (Via Campesina), contro lo sfruttamento operaio (Cina). Ora, se da una parte non mancano connessioni (o almeno reciproche suggestioni) tra studenti inglesi e italiani, o tra l’esperienza Boliviana e i movimenti per l’acqua – dall’altra Tunisi insorge contro le mafie e le cricche locali senza che il movimento Viola batta un colpo, e gli operai cinesi organizzano scioperi clandestini a rischio della vita senza che la FIOM si ponga il problema anche solo di stabilire un contatto. Non è certo colpa di Mascia o di Landini (il quale almeno a Detroit c’è andato) ma del fatto che non è pensabile coordinare queste lotte senza mettere in discussione almeno implicitamente la divisione internazionale nell’accesso ai beni di consumo che ha retto il mondo dagli anni sessanta in poi.
16.Ora guardiamo alla crisi, e più in generale alla globalizzazione economica e al neoliberismo: quel che vanno gradatamente distruggendo è esattamente quella divisione internazionale. Oggi un operaio di Detroit non ha più nulla di ciò per cui, pochi decenni orsono, si vantava di essere middle class. L’american lifestyle, che Bush Junior dichiarava “non negoziabile” e nel nome del quale ha distrutto interi Paesi, è ormai l’ombra di sé stesso, se si escludono minoranze ogni giorno più ristrette. Il sistema sta segando il ramo su cui sta seduto – una volta si chiamava pace sociale. Questo non significa l’annuncio del crollo del capitalismo, ma di tempi bui e feroci, in cui per mantenere il superfluo sempre di più si distruggerà l’essenziale.
17.L’altra faccia della medaglia è l’esplosione in mille frammenti della frattura tra Nord e Sud, che passa ormai casa per casa, tra la famigliola che passeggia e il barbone che dorme sotto casa loro, o all’interno della stessa persona, il precario che ha l’I-Phone ma non ha un futuro. E crea un “Sud del Nord” che ogni giorno perde qualcosa e un “Nord del Sud” operaio o migrante che in diverse forme si avvicina al primo e lo lambisce. Si crea così una straordinaria opportunità di ricomposizione (e conseguente recupero di rapporti di forza) subordinata però alla necessità di stabilire un dialogo e di mettere a punto un programma comune; condizioni entrambe legate, ancora una volta, alla disponibilità di una alternativa possibile.
18.In sintesi, si intravedono tre movimenti “paralleli” e interagenti – per i beni comuni, per il servizio pubblico, per la dignità del lavoro – operanti tuttavia su differenti piani. Mentre infatti per lo sviluppo del primo, legato al territorio, può essere sufficiente la sola azione della “società” civile, il secondo – a dimensione per forza di cose nazionale – non può fare a meno della dimensione politica; e così il terzo, che in aggiunta non può prescindere dalla dimensione internazionale. Purtroppo entrambe queste dimensioni devono oggi essere ricostruite da zero, o quasi.
19.Per quanto riguarda la politica, il dato saliente oggi è la totale assenza di una rappresentanza autonoma dei lavoratori. Ritengo che la radice del degrado della politica e delle istituzioni (anche nella loro dimensione “borghese” nel senso migliore del termine) vada ricercata in questo dato. Trentacinque anni fa le forze che si richiamavano al socialismo sfioravano la maggioranza assoluta, e oggi sono fuori dal Parlamento; le forze antifasciste e democratiche che oggi neanche raggiungono il 51%, allora superavano il 90%. Fra esse solo il minuscolo PLI si richiamava al liberalismo duro e puro, che oggi a parole è rivendicato dall’intero arco delle forze parlamentari.
20.Cosa è successo? Per la vulgata, dal 1980 la classe operaia è stata sconfitta strategicamente (“non possiamo”); dal 1989 si è palesata la natura “criminale” di ogni ipotesi politica ostile alla proprietà (“non dobbiamo”); dal 2001 ci siamo tutti riconosciuti nella civiltà della Democrazia, del Mercato e dell’American Way of Life, e la difendiamo armi in pugno (“non vogliamo”). Oggi i presupposti di queste mistificazioni si stanno sfarinando, complice la crisi economica, quella ambientale e quella della democrazia. Gli operai tornano visibili, drizzano la schiena – come sempre a un costo altissimo – danno un clamoroso schiaffo morale a un popolo di pecoroni. Non hanno una alternativa in tasca. Ciononostante hanno il coraggio di dire di NO.
21.Chi invece la sconfitta l’ha subita racconta un’altra storia: le classi dirigenti della “sinistra” sono passate gradualmente, armi e bagagli, al campo avverso, o hanno ripiegato su ipotesi difensive sempre più inconsistenti, o più spesso si sono offerte come mediatori al ribasso di professione fino a toccare il fondo…
22. Il fondo su sui poggiamo, piegati in ginocchio, è l’assoluta e radicale mancanza di credibilità (con poche eccezioni individuali e per questo del tutto insufficienti) della classe politica “di sinistra”, imputabile nel migliore dei casi di incompetenza e inadeguatezza, ma assai più spesso di connivenza, purtroppo anche molto a sinistra, purtroppo anche con gli aspetti peggiori del sistema: servitù militari ed ecclesiastiche, clientelismo, affarismo, mafia.
23.Appunto. Per ricostruire una politica degna (e in essa, forse per prima, una sinistra degna) occorre in primo luogo tranciare di netto il legame Mafia-Politica-Affari. Pesa purtroppo una grave sottovalutazione del fenomeno mafioso, ridotto alla criminalità organizzata propriamente detta quando invece permea l’intera economia (si pensi alle aziende che smaltiscono illegalmente i rifiuti tossici o ai capitali mafiosi che pompano il “mitico” Nordest) anche a livello internazionale (all’estero succede spesso sottobanco quello che in Italia si fa alla luce del sole) e soprattutto permea i comportamenti, forma e riproduce stili di vita (dall’inezia della macchina parcheggiata in doppia fila fino all’onnipresenza della raccomandazione); in due parole: fa scuola.
24.E che cos’è l’immensa puttanopoli nazionale, di cui le reti Fininvest sono la cattedrale e il bunga-bunga solo la punta dell’iceberg, per cui i bimbi oggi si sognano calciatori e le bimbe veline, se non un immenso circuito di spaccio, del tutto organico all’immaginario mafioso dell’arricchimento facile e del gangster circondato dalle sue pupe? E cos’è la scuola se non l’ultimo, sgangherato argine sociale a questa marea di sfruttamento e di ignoranza, e proprio per questo da distruggere senza pietà, con priorità assoluta, non solo per questo governo?
25.Il mio sospetto è che la mafia sia qualcosa di più di un’organizzazione criminale: sia un modo di produzione, una forma più “moderna” di capitalismo (5) che, nell’epoca dei vincoli fisici alla produzione e quindi alla capacità del capitale di espandersi (pur passando per cicli di sovrapproduzione e distruzione), ricerchi il massimo profitto raschiando il fondo del barile, sfruttando e mercificando l’impossibile, l’impresentabile, l’innominabile (penso al traffico di organi, vero orrore del nostro tempo, che solo Camilleri e pochi altri hanno il coraggio di nominare).
26. Peraltro la competizione “sul mercato” tra economia mafiosa, che garantisce saggi di profitto crescenti, e “capitalismo sano” coi suoi profitti decrescenti, non può che risolversi a favore della prima, che quindi finisce prima o poi (quando si esaurisce lo spazio della “fascinazione del marchio”; delle “guerre umanitarie”, delle bolle speculative) per “fare” il Mercato; con buona pace dei bravi liberali democratici oggi tanto influenti. La distinzione tra capitale “legale” e capitale “criminale” è destinata ad attenuarsi nel tempo, e l’Italia delle cricche e delle cosche non è un’eccezione, ma un’avanguardia globale.
27.In senso più lato osserviamo che i c.d. “poteri forti” (alleanze militari, imprese multinazionali, istituzioni finanziarie internazionali, nonché la stessa gerarchia vaticana) operano e rafforzano la loro influenza per vie che non è esagerato definire paramafiose (nel caso più scabroso, quello ecclesiastico, si pensi all’affaire Calvi o al ruolo di un personaggio come Angelo Balducci). Questo comporta il progressivo allineamento, ecumenico e incondizionato, delle rappresentanze politiche alle esigenze – anche materiali – di questi centri di potere (e, per rimanere nell’esempio, la scomparsa della laicità dello Stato e della scuola pubblica dall’orizzonte della politica italiana – ma potremmo parlare delle “guerre umanitarie”, o dei dogmi di un liberismo economico da anni dato per morto ma rimasto verbo indiscusso nelle politiche reali).
28.Occorre infine studiare da un punto di vista strutturale la politica e le sue c.d. degenerazioni come snodo fondamentale del capitalismo odierno, del modo di creare e distribuire merci e denaro in Italia e fuori. La politica diviene corrotta, clientelare, connivente, complice con estrema facilità non (solo) per vizi e difetti di singoli e organizzazioni ma perché questo è il suo ruolo nell’attuale processo produttivo. Far saltare, o almeno mettersi di traverso a questo processo è condizione imprescindibile per poter anche solo pensare una “politica pulita”, di qualunque colore.
29.Il lato positivo della faccenda è che si apre la possibilità di una convergenza con quella parte del Capitale (potremmo definirlo “gobettiano”) che, fedele al liberalismo democratico, non accetta questo gioco, purchè sia pronto ad accettarne le conseguenze. Queste, almeno in Italia, sono riassumibili in una sola parola: COSTITUZIONE. Un compromesso onorevole tra le forze sociali, un’uscita verso l’alto dalla fogna presente, sta già tutta scritta in quelle poche pagine, soprattutto le prime. Ma non basta, caro Bersani, definirla “la più bella del mondo”. Bisogna porsi il compito di attuarla, laddove da sempre disattesa.
30.Penso in particolare all’art.11, calpestato da vent’anni (ma se ci pensiamo già con l’adesione alla NATO); alla seconda parte dell’art.3 che impone non solo il welfare, ma il protagonismo dei lavoratori nella politica e nello Stato; all’art.4, che parla non di diritto al lavoro ma anche del dovere di contribuire con esso al “progresso materiale e spirituale della società” (e non già al suo degrado e saccheggio); agli artt.13 e 27, calpestati a Genova, nelle questure e nelle carceri; all’art.28 (responsabilità dei funzionari pubblici), ridotto a una barzelletta, così come l’art. 53 (progressività della tassazione); agli artt. 31-34 su assistenza, sanità e scuola, da anni sotto il fuoco incrociato del liberismo di destra e di sinistra, così come l’intero titolo III (economia e lavoro), peraltro attuato solo in parte e grazie a decenni di lotte; e di cui già l’articolo 41 (6) delinea da solo una compiuta alternativa al sistema economico attuale. Ed infine i primi due articoli, ridotti a vuota formula di rito, che nell’attuazione dei seguenti troverebbero sostanza ed effettività. Ce n’è in abbondanza per un programma di governo, per più legislature. Ma chi ha il coraggio di andare oltre la chiacchiera?
31.Non è poi solo il panorama istituzionale ad essere desolante. Chi ha vissuto le tante stagioni dei movimenti ricorda come da sempre partenze entusiasmanti siano rapidamente degenerate in interminabili conciliaboli dei soliti noti, in frusti giochi di potere, in lotte tra tifoserie divise magari solo da una virgola nell’interpretazione del tale o talaltro “testo sacro”. Il movimento femminista denuncia da almeno trent’anni queste pratiche (auto)distruttive, nell’indifferenza generale. Se penso a quella sorta di “canto del cigno” della sinistra italiana che fu l’assemblea del 9 Dicembre 2007 alla Fiera di Roma ricordo – accanto al grido disperato, applauditissimo quanto ipocritamente disatteso, di Ingrao – i numerosi, interessanti e pressoché inascoltati interventi di donne messi lì a far da “sandwich” tra i Big (o… Pig?) in base a una “par condicio” puramente formale. Lì c’era tutta la base per ricostruire una sinistra in Italia, peccato nessuno si ricordasse di Bertolt Brecht: “il nemico è colui che marcia alla tua testa”. Dovunque si ricominci, se solo si vuole sperare di non morire prima di nascere, bisogna evitare quell’errore.
32.Accanto e simmetricamente alla dimensione politica è imprescindibile quella culturale. Della scuola si è detto, e la resistenza del mondo culturale è una delle forze oggi più promettenti (e non solo in Italia). Ma bisogna indagare a fondo come si è arrivati a questa situazione. Non basta l’esistenza, contingente, di un blocco di potere tra borghesia paramafiosa e volgo arrivista e fiero della sua ignoranza (7). Più in generale quel meccanismo descritto da Pasolini (“progresso senza sviluppo) che ha portato in Italia al “genocidio culturale delle classi subalterne” ha da tempo esteso il suo raggio d’azione verso l’alto, spianando ad uno ad uno i bastioni della Cultura “con la C maiuscola”. Non è un processo solo italiano (8), è difficilmente reversibile, e in ogni caso su tempi estremamente lunghi.
33. Nel dramma potrebbe però diventare insostenibile (e quindi essere finalmente superato) il vizio storico dell’intellettuale italiano: la separazione dal popolo. Sogno che i poeti scendano in piazza a declamare i loro versi nelle periferie, aprendo alla bellezza sguardi annebbiati dalla televisione; gli scienziati a spiegare la matematica e la fisica ai cassaintegrati, togliendo il velo ai presunti misteri della tecnologia e dello stesso processo produttivo; i filosofi improvvisare comizi e discussioni all’uscita delle discoteche, affondando il coltello della ragione nella voragine esistenziale dei ragazzi e aprendo inediti squarci di liberazione individuale e collettiva; gli attori improvvisare spettacoli nel deserto variopinto dei centri commerciali spettacoli che disvelino la miseria del consumo e lo splendore della vita. E una buona volta imparino da loro tutto ciò che essi non sanno, o ciò che Pasolini credeva ucciso per sempre e invece cova sotto la cenere in attesa di rinascere: facendo insieme, finalmente, gramscianamente, l’Italia.
34.In ogni caso la risposta della cultura non può che mettere i piedi nel piatto della sfera psicologica, vero campo di battaglia (e terra di conquista) dei nostri giorni. La recente discussione (De Rita, Recalcati, Dominijanni e altri) sulla transizione dal “complesso edipico” al “narcisismo” come struttura psico-sociale dominante, con tanto di coda sul valore del “desiderio liberato” versus la vecchia dinamica “dostojevskiana” colpa/responsabilità, lascia in ombra due punti. Uno: la subalternità e funzionalità del “narcisismo” corrente (inclusa la famosa “sindrome di Peter Pan”) alla macchina del consumo compulsivo. Due: la liberazione del desiderio di sessantottina memoria era (o si voleva) innanzitutto collettiva, non si pensava se non nell’incontro con l’altro (9). Il desiderio “liberato” dell’ultimo trentennio è invece rigorosamente individuale, tanto nella versione “sana” della ricerca di una soluzione per sé nel merito e nel “coltivare il proprio giardino” quanto nella versione “malata”, narcisistica, oggi dilagante. Ma già le voci degli studenti che riscoprono lo stare insieme, o dei cittadini di Vicenza, L’Aquila o Terzigno che riscoprono nella lotta la loro dignità, ci mostrano qualche raggio di luce…
35.Ora forse siamo in grado di tratteggiare, anche solo utopisticamente, qualche contorno di una alternativa possibile. Il primo fronte su cui è possibile avanzare (già avviene) è quello dei beni comuni, generalizzando le esperienze già presenti e diffondendone di nuove. Possiamo pensare a circuiti di mutuo aiuto (extra-mercato o di “privato sociale”) che mettendo al lavoro tempi e professionalità escluse dai processi produttivi, crei da un lato “reti di protezione” per i soggetti colpiti dalla crisi; dall’altro dei “backup” dei servizi pubblici essenziali (ricerca, istruzione, se necessario sanità di base e previdenza) in cui “dare asilo” alle professionalità espulse dai tagli alla spesa pubblica, in attesa di un suo futuro rilancio, e sperimentando nuove forme di organizzazione del lavoro. Ogni avanzamento in tal senso ridurrebbe la pressione economica sui cittadini (oltre che quella ecologica sul territorio) indebolendo il ricatto padronale, rendendo meno desiderabile il consumo, trasformando la crisi da minaccia in opportunità (in particolare, in “giustiziere” delle filiere economiche più “distruttive”: prodotti hi-tech usa e getta, allevamenti intensivi, imballaggi, mobilità ed edilizia “insostenibili”…). In questa fase, questi movimenti “capillari” dovrebbero offrire il massimo sostegno ai movimenti per la difesa del settore pubblico e del posto di lavoro nel privato; anche se non potrebbero agire come fattore di trasformazione di questi settori.
36.Per trasformare il settore pubblico, sarà in seguito necessario un salto di qualità politico che permetta di archiviare il liberismo e avviare politiche espansive (senza le quali, il punto precedente si risolverebbe in uno spettacolare aumento della disoccupazione) nella direzione di una riconversione ecologica dell’economia e del rilancio del servizio pubblico (una volta riconquistata la “mitica” efficienza della P.A., anche con la rinazionalizzazione di servizi e infrastrutture e l’espansione dell’intervento pubblico anche nell’industria manifatturiera, nella distribuzione, nel credito). Naturalmente ciò richiede una vigorosa spinta in tal senso dall’interno della P.A., ma ciò si può avviare anche da subito (nelle scuole e università si parla da tempo di autoriforma); per non parlare dell’intreccio tra servizio pubblico e beni comuni sopra descritto (il primo esempio concreto potrà essere la rinnovata gestione dell’acqua pubblica), da sfruttare a tempo debito per rialzare in piedi lo Stato su basi nuove e finalmente democratiche.
37. Il limite di questa strategia – la disponibilità di risorse finanziarie – si lega al fatto che, anche in un tale scenario, la circolazione del denaro (ossia, ancora, la gran parte del flusso di lavoro e ricchezza) rimane legata al mercato e, con essa, al sistema globale del consumo (e del dominio). Rimarrebbe intatto (come in tutte le socialdemocrazie) il problema del potere che, ridotto all’osso, è essenzialmente il problema del potere economico. Questo non può essere affrontato se non su una dimensione internazionale.
38.Possiamo ad esempio virtualmente immaginare – per rimanere alla vicenda FIAT – di strappare con la lotta a Marchionne la “restituzione” allo Stato, dietro modico indennizzo, del marchio Alfa Romeo, e magari anche Lancia e Ferrari, più tutti gli stabilimenti italiani; di mettere al lavoro il fiore dei nostri fisici e ingegneri, assieme a operai e comitati territoriali, per riconvertire la produzione al fine della transizione del nostro sistema di trasporti alla mobilità sostenibile; di finanziare il tutto con la lotta all’evasione… ma oggi come ieri, la rivoluzione non si fa in un solo paese… sento già i “riformisti” gridare: “i mercati ci farebbero a pezzi”. E’ vero che non si possono pensare iniziative simili se non nel quadro di una nuova capacità di mobilitazione operaia su scala globale, di una nuova internazionale dei lavoratori.
39.Se, come già detto, il principale ostacolo a ciò è la necessità di elaborare una nuova e più equa divisione internazionale del lavoro, che non solo prescinda dalla prospettiva del “tutti americani prima o poi” ma rispetti le specificità di ciascun popolo nella scelta di come e in che direzione evolvere il proprio stile di vita e modo di produzione, allora la presenza sul nostro suolo (e su quello dell’Europa intera) di milioni di migranti, ambasciatori inascoltati di terre il cui destino è ormai per sempre legato al nostro, rappresenta l’unica (e misconosciuta) strada per venire a conoscenza del mondo, per iniziare a immaginare anche localmente una alternativa globale. Penso a iniziative (mai formulate) come un possibile Forum Sociale Africano in Italia, o un Coordinamento Permanente Arabo-Ebraico per la Pace e la Giustizia nel Mediterraneo, o al bel progetto di Gianluca Peciola sul coinvolgimento dei Rom nella creazione di un autentico circuito parallelo del riuso, arte in cui i vituperati Zingari sono maestri indiscussi e che se realizzato su vasta scala potrebbe ridar loro voce, protagonismo e, udite udite, ammirazione sociale… o a entrare finalmente in contatto con la “minacciosa” ed “enigmatica” Cina attraverso la voce di migliaia di Cinesi (molto spesso sfruttati, e non solo dai connazionali) residenti in Italia…
40.A questo punto possiamo anche osar pensare una alternativa completa, che veda un risorgere su scala globale di lotte operaie e contadine interconnesse con le mobilitazioni per la difesa e l’estensione dei beni comuni e per la rinascita dei servizi pubblici. Queste lotte non chiederebbero la dittatura del proletariato ma più modestamente (e scusate se è poco) il controllo operaio del sistema industriale globale. Si tratterebbe quindi non di un potere assoluto, ma di un potentissimo contropotere democratico in grado di marginalizzare il Capitale, di ridurlo da dominus a residuo del passato, magari ancora utilissimo in certi settori (per la sua capacità di innovare, di organizzare, di soddisfare bisogni individuali particolari e perché no anche frivoli) (10) ma non più in grado di dettar legge. La gran parte dell’industria, sotto controllo operaio, riorienterebbe gran parte della produzione – completamente riprogettata in senso ecologico – verso la soddisfazione collettiva dei bisogni, vuoi da parte dei servizi pubblici, vuoi da parte dei sistemi di gestione dei beni comuni a cui fornirebbe gratuitamente apparecchiature e macchinari; solo una parte sarebbe orientata al residuo mercato individuale dei beni di consumo (a sua volta limitato dalla diffusione dei consumi collettivi, dei servizi pubblici universali e gratuiti, dalla riduzione del consumo compulsivo, dal drastico incremento della durata dei prodotti …) L’organizzazione del come, cosa e per chi (ma oggi, soprattutto, dove) produrre sarebbe la risultante di un processo decisionale coinvolgente operai, cittadini, comunità scientifica e istituzioni e (grazie anche alle moderne tecnologie delle reti informatiche) diffuso capillarmente dalla scala locale a quella globale.
41.Arrivarci, poi, è un’altra cosa… ma magari possiamo cominciare a pensarci…
Solo ora mi rendo conto di quanto questo scritto sia andato molto oltre i propositi iniziali (anche per la sua mole), e di quanto possano sembrare utopistiche queste prospettive. Spero solo che, nel deserto che ci circonda, segnato da rari e preziosi rivoli d’acqua, questa possa essere una goccia in più.
(1) Per quanto riguarda il presunto “crollismo” dei teorici della decrescita (Cavallaro e altri), nessuno mi risulta abbia mai detto che il capitale crollerà gratis et amore dei a causa dei limiti fisici alla produzione; piuttosto, che la sua promessa di benessere universale ed eterno (o meglio, di benessere a lungo termine per una robusta minoranza degli esseri umani) si rivela menzognera anche a causa di tali limiti. Questo non esclude il classico meccanismo della crisi da sovrapproduzione (Marx) col suo portato di guerre e distruzioni necessarie al capitale per “riallineare” la propria capacità produttiva alla ben inferiore capacità distributiva; piuttosto introduce un limite nella capacità del sistema produttivo di recuperare dopo tali distruzioni. D’altronde è quello che vediamo in giro per il mondo: oggi come ieri il capitale crea e distrugge, ma la sua capacità di distruggere mina progressivamente la sua capacità di creare – in altre parole viene progressivamente meno la resilienza del sistema. Questa è probabilmente l’origine del degrado delle società industriali avanzate, oggi così evidente e preoccupante non solo in Italia (gli Stati Uniti sono un esempio non meno drammatico, e precedenti storici come la Nigeria e la Colombia ci mostrano in che direzione ci si muova): ma se è così, in ultima analisi si tratta di un fatto fisico: la necessità del capitale di distruggere e il progressivo venir meno della capacità (di ogni società possibile, e in particolare del capitale – penso si possa dimostrare come conseguenza del II principio della termodinamica) di ricostruire. Un cambiamento sociale porterebbe al massimo a un parziale recupero di questa “capacità di ricostruire” che andrebbe quindi ben spesa, concentrando gli sforzi sulla reale utilità sociale.
In vista dell’assemblea del 18 Gennaio del circolo romano del Manifesto giustamente centrata sul tema del lavoro (e dei lavoratori, e di come cercare di ritrovare la forza perduta nel conflitto col capitale) vorrei stimolare qualche riflessione a partire dalle seguenti tesi (che ritengo valide e dimostrabili, e perciò sottopongo al vaglio della critica di chi ha ben maggior competenza di me), in cui elaborazioni più o meno recenti confluiscono con le emozioni suscitate degli eventi degli ultimi mesi (dall’Aquila a Terzigno, dal 14 Dicembre a Mirafiori e a Tunisi)…
1.Non sono possibili avanzamenti stabili e/o sostanziali su qualsivoglia fronte (ambientalismo, pace, difesa del territorio, lotta alle mafie, antirazzismo, difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici, ecc.) senza una ripresa di forza dei lavoratori (ed in particolare, ma non solo, degli operai dell’industria) nei confronti della loro controparte di sempre: il capitale (globale e non solo)
2.Non è possibile un recupero di efficacia delle lotte operaie senza una loro sostanziale internazionalizzazione, che oggi significa globalizzazione (l’Europa è il livello minimo e del tutto insufficiente se non si include almeno India, Cina, Brasile e USA)
3.Parimenti non è possibile un rilancio delle lotte (anche prescindendo dall’efficacia) se non si esce da un terreno puramente difensivo: se non si recupera la dimensione propositiva che a suo tempo forniva la proposta comunista (con tutte le sue varianti, e ahimè le degenerazioni cui si prestava e si presta, e che peraltro non era e non è l’unica possibile)
4.A sua volta le varie teorie novecentesche della lotta di classe oggi appaiono obsolete quando presuppongono l’orizzonte della completa industrializzazione dei processi produttivi. Oggi le teorie della decrescita (anche solo nella loro forma più “dura” come teorie fisiche del sistema economico e della sua interazione con la biosfera) ci indicano un’altra direzione – la convergenza tra sistemi di produzione e consumo del Nord e del Sud, tra “industrializzazione” e “sussistenza” – come unica alternativa alla catastrofe. La società del futuro potrà essere industriale solo in parte.
5.E’ d’altronde altrettanto insostenibile l’idea ingenua di risolvere il problema con il rapido smantellamento del sistema industriale globale. Questo significherebbe oggi centinaia di milioni, se non miliardi di morti, soprattutto tra le immense masse di diseredati del Sud del mondo, quantomeno per il collasso dell’agricoltura industriale e della distribuzione di cibo. Provocherebbe inoltre, probabilmente, una catastrofe ecologica ben peggiore di quella in atto, per l’assalto disperato a qualunque cosa si possa mangiare o ardere. Si immagini quanto è successo in Russia o in Bosnia negli anni ‘90, moltiplicato per cento o per mille. Per quanto evidente sia la necessità di ridimensionare l’apparato industriale globale, mi sembra altrettanto evidente che la società del futuro dovrà essere almeno in parte industriale.
6.Questo significa, per chi non se ne fosse accorto, che la classe operaia non è solo necessaria al capitale: è e continua ad essere necessaria all’umanità, seppure in termini meno radicali e “totali” di quanto pensavano Marx e Lenin. Questo cambia almeno in parte le cose, rispetto al problema in esame.
7.Inoltre, rispetto alle storiche elaborazioni del movimento operaio (nei tre filoni comunista, socialdemocratico e anarchico) il tema della democrazia si pone oggi in maniera nuova. Da un lato, la democrazia non è un lusso, non è più solo democrazia borghese (come rileva Rodotà, oggi il diritto è l’unico reale ostacolo allo strapotere delle imprese); dall’altro le storiche denunce comuniste e anarchiche dei limiti del parlamentarismo, della democrazia rappresentativa escono addirittura rafforzate dal tristo spettacolo odierno delle istituzioni non solo italiane. Se da un lato, contraddicendo Bordiga, di democrazia ce n’è sempre troppo poca, dall’altro niente è più lontano da una reale democrazia della democrazia reale.
8.Tornando alle teorie della decrescita, la loro forza dirompente sembra risiedere non tanto nell’idea che la crescita esponenziale (ad es. capitalistica) sia a lungo termine insostenibile, e neanche che lo siano soluzioni intermedie (“stazionarie”) ma nella necessità di ridurre a breve termine i flussi materiali, e nell’impossibilità di farlo mediante la sola innovazione tecnologica (c.d. “effetto rimbalzo”) (1).
9.In altre parole si pone l’obiettivo della fuoriuscita dalla società dei consumi. Sicuramente il consumismo non è l’unico fattore a “gonfiare” i flussi materiali rispetto ai bisogni: si pensi al militarismo e soprattutto alla disuguaglianza. Tuttavia se non da ieri in Occidente la disuguaglianza ha bisogno del consumismo (e del militarismo) per sostentarsi ed espandersi (come effettivamente fa), è pur vero che l’accesso universale al consumismo rimane il sogno ultimo della quasi totalità dei diseredati che la disuguaglianza hanno interesse a rovesciare(2).
10.Devo ammettere che l’idea di un nuovo movimento globale per l’emancipazione dei lavoratori che si ponga l’obiettivo di eliminare la società dei consumi sembra oggi fantascienza. Forse perché, oltre a nutrire robuste illusioni sulla capacità di ripresa del sistema dei consumi entrato ormai da anni in una crisi di cui non si intravede la fine, continuiamo nevroticamente a nasconderci il vero nome di questo sistema: INFELICITA’. Il consumismo non è infatti altro che produzione di bisogni a mezzo di infelicità (3). La fabbrica dei sogni è in primo luogo una fabbrica di incubi, di dipendenza, di paura. E’ molto difficile accorgersene dall’interno (come capita in tutte le relazioni di dipendenza). Solo sperimentando la felicità – la felicità collettiva, ma anche quella individuale di chi dà alla sua vita un senso in relazione agli altri – ci si rende conto quanti consumi siano superflui, inutili, dannosi, o semplicemente un intralcio alla vita. Questo dato, che oggi è un limite alla lotta, domani potrebbe essere una risorsa, questa sì inesauribile.
11.D’altronde, ripercorrendo la storia del movimento operaio e delle sue rivoluzioni, mi sembra di poter affermare che ad uscire sconfitta dalla storia non sia l’idea di pianificazione economica, ma piuttosto quella di ingegneria sociale. Non tanto l’uomo nuovo, quanto l’idea di fabbricarlo per via industriale. Non tanto il socialismo, quanto la sua edificazione. Questo unisce la violenza barbarica e genocida di Pol Pot a quella pseudoscientifica e pretesca di Stalin, a quella prometeica e visionaria di Mao, a quella grigia e paranoica dei burocrati della DDR, a quella feudale e fossile della dinastia nordcoreana, a quella più mite e malinconica di Tito e di Fidel. Il comunismo muore quando da movimento reale che cambia le cose presenti si fa fabbrica di società; ma potrebbe rinascere (anche e in primo luogo nella fabbrica stessa) non appena riprendesse il sentiero originario.
12.Ora rivolgiamo lo sguardo al presente, partendo dalla nostra sventurata Italia per poi estenderlo al mondo. Il panorama italiano delle mobilitazioni è ricco: studenti, docenti, ricercatori, precari, migranti, cassintegrati; il movimento per l’acqua pubblica; le mille vertenze sul territorio contro l’avvelenamento da rifiuti, le grandi opere inutili, lo scempio del territorio: l’Aquila, Terzigno, la Val Susa…; la resistenza al berlusconismo e alla mafia dentro e fuori le istituzioni; la sperimentazione capillare di alternative (GAS, altromercato, bilanci partecipativi…). Questi movimenti ruotano attorno alle grandi tematiche dei beni comuni, del servizio pubblico e del lavoro.
13. Per quanto riguarda i primi due temi possiamo anche solo immaginare un salto di qualità che, passando dalla dimensione difensiva a quella propositiva (è quello che sta facendo il movimento per l’acqua) costruisca, da un lato, un sistema capillare di fornitura di beni e servizi essenziali fuori dal mercato attraverso pratiche “conviviali” di reciprocità e dono, o ai margini del mercato tramite il c.d. privato solidale; dall’altro ricostituisca l’efficacia e l’efficienza di un rinnovato settore pubblico in grado di soddisfare altri bisogni (istruzione, cultura, salute, ma anche casa, mobilità, comunicazioni, credito) attraverso un sistema di servizi universali e gratuiti o, in subordine, gestiti fuori dalla finalità del profitto.
14.Per quanto riguarda il lavoro (precario, operaio, migrante) l’orizzonte rimane tuttora la difesa di diritti acquisiti e/o garantiti solo sulla carta. Un analogo salto di qualità sembra all’apparenza impensabile, così come innominabile rimane la parola d’ordine del potere operaio, non tanto per il discredito accumulato dalle passate esperienze (è quel che afferma l’ideologia corrente) quanto perché oggi il lavoro operaio è inseparabile dal sistema globale di produzione, promozione, distribuzione e consumo (il c.d. “mercato globale”), a sua volta organico al capitale e al suo sistema di dominio (4).
15.D’altronde se allarghiamo lo sguardo all’estero scorgiamo ancora movimenti per il servizio pubblico (Francia, Inghilterra) o per i beni comuni (India, America Latina), ma anche, più classicamente, per il pane (Nordafrica), per la terra (Via Campesina), contro lo sfruttamento operaio (Cina). Ora, se da una parte non mancano connessioni (o almeno reciproche suggestioni) tra studenti inglesi e italiani, o tra l’esperienza Boliviana e i movimenti per l’acqua – dall’altra Tunisi insorge contro le mafie e le cricche locali senza che il movimento Viola batta un colpo, e gli operai cinesi organizzano scioperi clandestini a rischio della vita senza che la FIOM si ponga il problema anche solo di stabilire un contatto. Non è certo colpa di Mascia o di Landini (il quale almeno a Detroit c’è andato) ma del fatto che non è pensabile coordinare queste lotte senza mettere in discussione almeno implicitamente la divisione internazionale nell’accesso ai beni di consumo che ha retto il mondo dagli anni sessanta in poi.
16.Ora guardiamo alla crisi, e più in generale alla globalizzazione economica e al neoliberismo: quel che vanno gradatamente distruggendo è esattamente quella divisione internazionale. Oggi un operaio di Detroit non ha più nulla di ciò per cui, pochi decenni orsono, si vantava di essere middle class. L’american lifestyle, che Bush Junior dichiarava “non negoziabile” e nel nome del quale ha distrutto interi Paesi, è ormai l’ombra di sé stesso, se si escludono minoranze ogni giorno più ristrette. Il sistema sta segando il ramo su cui sta seduto – una volta si chiamava pace sociale. Questo non significa l’annuncio del crollo del capitalismo, ma di tempi bui e feroci, in cui per mantenere il superfluo sempre di più si distruggerà l’essenziale.
17.L’altra faccia della medaglia è l’esplosione in mille frammenti della frattura tra Nord e Sud, che passa ormai casa per casa, tra la famigliola che passeggia e il barbone che dorme sotto casa loro, o all’interno della stessa persona, il precario che ha l’I-Phone ma non ha un futuro. E crea un “Sud del Nord” che ogni giorno perde qualcosa e un “Nord del Sud” operaio o migrante che in diverse forme si avvicina al primo e lo lambisce. Si crea così una straordinaria opportunità di ricomposizione (e conseguente recupero di rapporti di forza) subordinata però alla necessità di stabilire un dialogo e di mettere a punto un programma comune; condizioni entrambe legate, ancora una volta, alla disponibilità di una alternativa possibile.
18.In sintesi, si intravedono tre movimenti “paralleli” e interagenti – per i beni comuni, per il servizio pubblico, per la dignità del lavoro – operanti tuttavia su differenti piani. Mentre infatti per lo sviluppo del primo, legato al territorio, può essere sufficiente la sola azione della “società” civile, il secondo – a dimensione per forza di cose nazionale – non può fare a meno della dimensione politica; e così il terzo, che in aggiunta non può prescindere dalla dimensione internazionale. Purtroppo entrambe queste dimensioni devono oggi essere ricostruite da zero, o quasi.
19.Per quanto riguarda la politica, il dato saliente oggi è la totale assenza di una rappresentanza autonoma dei lavoratori. Ritengo che la radice del degrado della politica e delle istituzioni (anche nella loro dimensione “borghese” nel senso migliore del termine) vada ricercata in questo dato. Trentacinque anni fa le forze che si richiamavano al socialismo sfioravano la maggioranza assoluta, e oggi sono fuori dal Parlamento; le forze antifasciste e democratiche che oggi neanche raggiungono il 51%, allora superavano il 90%. Fra esse solo il minuscolo PLI si richiamava al liberalismo duro e puro, che oggi a parole è rivendicato dall’intero arco delle forze parlamentari.
20.Cosa è successo? Per la vulgata, dal 1980 la classe operaia è stata sconfitta strategicamente (“non possiamo”); dal 1989 si è palesata la natura “criminale” di ogni ipotesi politica ostile alla proprietà (“non dobbiamo”); dal 2001 ci siamo tutti riconosciuti nella civiltà della Democrazia, del Mercato e dell’American Way of Life, e la difendiamo armi in pugno (“non vogliamo”). Oggi i presupposti di queste mistificazioni si stanno sfarinando, complice la crisi economica, quella ambientale e quella della democrazia. Gli operai tornano visibili, drizzano la schiena – come sempre a un costo altissimo – danno un clamoroso schiaffo morale a un popolo di pecoroni. Non hanno una alternativa in tasca. Ciononostante hanno il coraggio di dire di NO.
21.Chi invece la sconfitta l’ha subita racconta un’altra storia: le classi dirigenti della “sinistra” sono passate gradualmente, armi e bagagli, al campo avverso, o hanno ripiegato su ipotesi difensive sempre più inconsistenti, o più spesso si sono offerte come mediatori al ribasso di professione fino a toccare il fondo…
22. Il fondo su sui poggiamo, piegati in ginocchio, è l’assoluta e radicale mancanza di credibilità (con poche eccezioni individuali e per questo del tutto insufficienti) della classe politica “di sinistra”, imputabile nel migliore dei casi di incompetenza e inadeguatezza, ma assai più spesso di connivenza, purtroppo anche molto a sinistra, purtroppo anche con gli aspetti peggiori del sistema: servitù militari ed ecclesiastiche, clientelismo, affarismo, mafia.
23.Appunto. Per ricostruire una politica degna (e in essa, forse per prima, una sinistra degna) occorre in primo luogo tranciare di netto il legame Mafia-Politica-Affari. Pesa purtroppo una grave sottovalutazione del fenomeno mafioso, ridotto alla criminalità organizzata propriamente detta quando invece permea l’intera economia (si pensi alle aziende che smaltiscono illegalmente i rifiuti tossici o ai capitali mafiosi che pompano il “mitico” Nordest) anche a livello internazionale (all’estero succede spesso sottobanco quello che in Italia si fa alla luce del sole) e soprattutto permea i comportamenti, forma e riproduce stili di vita (dall’inezia della macchina parcheggiata in doppia fila fino all’onnipresenza della raccomandazione); in due parole: fa scuola.
24.E che cos’è l’immensa puttanopoli nazionale, di cui le reti Fininvest sono la cattedrale e il bunga-bunga solo la punta dell’iceberg, per cui i bimbi oggi si sognano calciatori e le bimbe veline, se non un immenso circuito di spaccio, del tutto organico all’immaginario mafioso dell’arricchimento facile e del gangster circondato dalle sue pupe? E cos’è la scuola se non l’ultimo, sgangherato argine sociale a questa marea di sfruttamento e di ignoranza, e proprio per questo da distruggere senza pietà, con priorità assoluta, non solo per questo governo?
25.Il mio sospetto è che la mafia sia qualcosa di più di un’organizzazione criminale: sia un modo di produzione, una forma più “moderna” di capitalismo (5) che, nell’epoca dei vincoli fisici alla produzione e quindi alla capacità del capitale di espandersi (pur passando per cicli di sovrapproduzione e distruzione), ricerchi il massimo profitto raschiando il fondo del barile, sfruttando e mercificando l’impossibile, l’impresentabile, l’innominabile (penso al traffico di organi, vero orrore del nostro tempo, che solo Camilleri e pochi altri hanno il coraggio di nominare).
26. Peraltro la competizione “sul mercato” tra economia mafiosa, che garantisce saggi di profitto crescenti, e “capitalismo sano” coi suoi profitti decrescenti, non può che risolversi a favore della prima, che quindi finisce prima o poi (quando si esaurisce lo spazio della “fascinazione del marchio”; delle “guerre umanitarie”, delle bolle speculative) per “fare” il Mercato; con buona pace dei bravi liberali democratici oggi tanto influenti. La distinzione tra capitale “legale” e capitale “criminale” è destinata ad attenuarsi nel tempo, e l’Italia delle cricche e delle cosche non è un’eccezione, ma un’avanguardia globale.
27.In senso più lato osserviamo che i c.d. “poteri forti” (alleanze militari, imprese multinazionali, istituzioni finanziarie internazionali, nonché la stessa gerarchia vaticana) operano e rafforzano la loro influenza per vie che non è esagerato definire paramafiose (nel caso più scabroso, quello ecclesiastico, si pensi all’affaire Calvi o al ruolo di un personaggio come Angelo Balducci). Questo comporta il progressivo allineamento, ecumenico e incondizionato, delle rappresentanze politiche alle esigenze – anche materiali – di questi centri di potere (e, per rimanere nell’esempio, la scomparsa della laicità dello Stato e della scuola pubblica dall’orizzonte della politica italiana – ma potremmo parlare delle “guerre umanitarie”, o dei dogmi di un liberismo economico da anni dato per morto ma rimasto verbo indiscusso nelle politiche reali).
28.Occorre infine studiare da un punto di vista strutturale la politica e le sue c.d. degenerazioni come snodo fondamentale del capitalismo odierno, del modo di creare e distribuire merci e denaro in Italia e fuori. La politica diviene corrotta, clientelare, connivente, complice con estrema facilità non (solo) per vizi e difetti di singoli e organizzazioni ma perché questo è il suo ruolo nell’attuale processo produttivo. Far saltare, o almeno mettersi di traverso a questo processo è condizione imprescindibile per poter anche solo pensare una “politica pulita”, di qualunque colore.
29.Il lato positivo della faccenda è che si apre la possibilità di una convergenza con quella parte del Capitale (potremmo definirlo “gobettiano”) che, fedele al liberalismo democratico, non accetta questo gioco, purchè sia pronto ad accettarne le conseguenze. Queste, almeno in Italia, sono riassumibili in una sola parola: COSTITUZIONE. Un compromesso onorevole tra le forze sociali, un’uscita verso l’alto dalla fogna presente, sta già tutta scritta in quelle poche pagine, soprattutto le prime. Ma non basta, caro Bersani, definirla “la più bella del mondo”. Bisogna porsi il compito di attuarla, laddove da sempre disattesa.
30.Penso in particolare all’art.11, calpestato da vent’anni (ma se ci pensiamo già con l’adesione alla NATO); alla seconda parte dell’art.3 che impone non solo il welfare, ma il protagonismo dei lavoratori nella politica e nello Stato; all’art.4, che parla non di diritto al lavoro ma anche del dovere di contribuire con esso al “progresso materiale e spirituale della società” (e non già al suo degrado e saccheggio); agli artt.13 e 27, calpestati a Genova, nelle questure e nelle carceri; all’art.28 (responsabilità dei funzionari pubblici), ridotto a una barzelletta, così come l’art. 53 (progressività della tassazione); agli artt. 31-34 su assistenza, sanità e scuola, da anni sotto il fuoco incrociato del liberismo di destra e di sinistra, così come l’intero titolo III (economia e lavoro), peraltro attuato solo in parte e grazie a decenni di lotte; e di cui già l’articolo 41 (6) delinea da solo una compiuta alternativa al sistema economico attuale. Ed infine i primi due articoli, ridotti a vuota formula di rito, che nell’attuazione dei seguenti troverebbero sostanza ed effettività. Ce n’è in abbondanza per un programma di governo, per più legislature. Ma chi ha il coraggio di andare oltre la chiacchiera?
31.Non è poi solo il panorama istituzionale ad essere desolante. Chi ha vissuto le tante stagioni dei movimenti ricorda come da sempre partenze entusiasmanti siano rapidamente degenerate in interminabili conciliaboli dei soliti noti, in frusti giochi di potere, in lotte tra tifoserie divise magari solo da una virgola nell’interpretazione del tale o talaltro “testo sacro”. Il movimento femminista denuncia da almeno trent’anni queste pratiche (auto)distruttive, nell’indifferenza generale. Se penso a quella sorta di “canto del cigno” della sinistra italiana che fu l’assemblea del 9 Dicembre 2007 alla Fiera di Roma ricordo – accanto al grido disperato, applauditissimo quanto ipocritamente disatteso, di Ingrao – i numerosi, interessanti e pressoché inascoltati interventi di donne messi lì a far da “sandwich” tra i Big (o… Pig?) in base a una “par condicio” puramente formale. Lì c’era tutta la base per ricostruire una sinistra in Italia, peccato nessuno si ricordasse di Bertolt Brecht: “il nemico è colui che marcia alla tua testa”. Dovunque si ricominci, se solo si vuole sperare di non morire prima di nascere, bisogna evitare quell’errore.
32.Accanto e simmetricamente alla dimensione politica è imprescindibile quella culturale. Della scuola si è detto, e la resistenza del mondo culturale è una delle forze oggi più promettenti (e non solo in Italia). Ma bisogna indagare a fondo come si è arrivati a questa situazione. Non basta l’esistenza, contingente, di un blocco di potere tra borghesia paramafiosa e volgo arrivista e fiero della sua ignoranza (7). Più in generale quel meccanismo descritto da Pasolini (“progresso senza sviluppo) che ha portato in Italia al “genocidio culturale delle classi subalterne” ha da tempo esteso il suo raggio d’azione verso l’alto, spianando ad uno ad uno i bastioni della Cultura “con la C maiuscola”. Non è un processo solo italiano (8), è difficilmente reversibile, e in ogni caso su tempi estremamente lunghi.
33. Nel dramma potrebbe però diventare insostenibile (e quindi essere finalmente superato) il vizio storico dell’intellettuale italiano: la separazione dal popolo. Sogno che i poeti scendano in piazza a declamare i loro versi nelle periferie, aprendo alla bellezza sguardi annebbiati dalla televisione; gli scienziati a spiegare la matematica e la fisica ai cassaintegrati, togliendo il velo ai presunti misteri della tecnologia e dello stesso processo produttivo; i filosofi improvvisare comizi e discussioni all’uscita delle discoteche, affondando il coltello della ragione nella voragine esistenziale dei ragazzi e aprendo inediti squarci di liberazione individuale e collettiva; gli attori improvvisare spettacoli nel deserto variopinto dei centri commerciali spettacoli che disvelino la miseria del consumo e lo splendore della vita. E una buona volta imparino da loro tutto ciò che essi non sanno, o ciò che Pasolini credeva ucciso per sempre e invece cova sotto la cenere in attesa di rinascere: facendo insieme, finalmente, gramscianamente, l’Italia.
34.In ogni caso la risposta della cultura non può che mettere i piedi nel piatto della sfera psicologica, vero campo di battaglia (e terra di conquista) dei nostri giorni. La recente discussione (De Rita, Recalcati, Dominijanni e altri) sulla transizione dal “complesso edipico” al “narcisismo” come struttura psico-sociale dominante, con tanto di coda sul valore del “desiderio liberato” versus la vecchia dinamica “dostojevskiana” colpa/responsabilità, lascia in ombra due punti. Uno: la subalternità e funzionalità del “narcisismo” corrente (inclusa la famosa “sindrome di Peter Pan”) alla macchina del consumo compulsivo. Due: la liberazione del desiderio di sessantottina memoria era (o si voleva) innanzitutto collettiva, non si pensava se non nell’incontro con l’altro (9). Il desiderio “liberato” dell’ultimo trentennio è invece rigorosamente individuale, tanto nella versione “sana” della ricerca di una soluzione per sé nel merito e nel “coltivare il proprio giardino” quanto nella versione “malata”, narcisistica, oggi dilagante. Ma già le voci degli studenti che riscoprono lo stare insieme, o dei cittadini di Vicenza, L’Aquila o Terzigno che riscoprono nella lotta la loro dignità, ci mostrano qualche raggio di luce…
35.Ora forse siamo in grado di tratteggiare, anche solo utopisticamente, qualche contorno di una alternativa possibile. Il primo fronte su cui è possibile avanzare (già avviene) è quello dei beni comuni, generalizzando le esperienze già presenti e diffondendone di nuove. Possiamo pensare a circuiti di mutuo aiuto (extra-mercato o di “privato sociale”) che mettendo al lavoro tempi e professionalità escluse dai processi produttivi, crei da un lato “reti di protezione” per i soggetti colpiti dalla crisi; dall’altro dei “backup” dei servizi pubblici essenziali (ricerca, istruzione, se necessario sanità di base e previdenza) in cui “dare asilo” alle professionalità espulse dai tagli alla spesa pubblica, in attesa di un suo futuro rilancio, e sperimentando nuove forme di organizzazione del lavoro. Ogni avanzamento in tal senso ridurrebbe la pressione economica sui cittadini (oltre che quella ecologica sul territorio) indebolendo il ricatto padronale, rendendo meno desiderabile il consumo, trasformando la crisi da minaccia in opportunità (in particolare, in “giustiziere” delle filiere economiche più “distruttive”: prodotti hi-tech usa e getta, allevamenti intensivi, imballaggi, mobilità ed edilizia “insostenibili”…). In questa fase, questi movimenti “capillari” dovrebbero offrire il massimo sostegno ai movimenti per la difesa del settore pubblico e del posto di lavoro nel privato; anche se non potrebbero agire come fattore di trasformazione di questi settori.
36.Per trasformare il settore pubblico, sarà in seguito necessario un salto di qualità politico che permetta di archiviare il liberismo e avviare politiche espansive (senza le quali, il punto precedente si risolverebbe in uno spettacolare aumento della disoccupazione) nella direzione di una riconversione ecologica dell’economia e del rilancio del servizio pubblico (una volta riconquistata la “mitica” efficienza della P.A., anche con la rinazionalizzazione di servizi e infrastrutture e l’espansione dell’intervento pubblico anche nell’industria manifatturiera, nella distribuzione, nel credito). Naturalmente ciò richiede una vigorosa spinta in tal senso dall’interno della P.A., ma ciò si può avviare anche da subito (nelle scuole e università si parla da tempo di autoriforma); per non parlare dell’intreccio tra servizio pubblico e beni comuni sopra descritto (il primo esempio concreto potrà essere la rinnovata gestione dell’acqua pubblica), da sfruttare a tempo debito per rialzare in piedi lo Stato su basi nuove e finalmente democratiche.
37. Il limite di questa strategia – la disponibilità di risorse finanziarie – si lega al fatto che, anche in un tale scenario, la circolazione del denaro (ossia, ancora, la gran parte del flusso di lavoro e ricchezza) rimane legata al mercato e, con essa, al sistema globale del consumo (e del dominio). Rimarrebbe intatto (come in tutte le socialdemocrazie) il problema del potere che, ridotto all’osso, è essenzialmente il problema del potere economico. Questo non può essere affrontato se non su una dimensione internazionale.
38.Possiamo ad esempio virtualmente immaginare – per rimanere alla vicenda FIAT – di strappare con la lotta a Marchionne la “restituzione” allo Stato, dietro modico indennizzo, del marchio Alfa Romeo, e magari anche Lancia e Ferrari, più tutti gli stabilimenti italiani; di mettere al lavoro il fiore dei nostri fisici e ingegneri, assieme a operai e comitati territoriali, per riconvertire la produzione al fine della transizione del nostro sistema di trasporti alla mobilità sostenibile; di finanziare il tutto con la lotta all’evasione… ma oggi come ieri, la rivoluzione non si fa in un solo paese… sento già i “riformisti” gridare: “i mercati ci farebbero a pezzi”. E’ vero che non si possono pensare iniziative simili se non nel quadro di una nuova capacità di mobilitazione operaia su scala globale, di una nuova internazionale dei lavoratori.
39.Se, come già detto, il principale ostacolo a ciò è la necessità di elaborare una nuova e più equa divisione internazionale del lavoro, che non solo prescinda dalla prospettiva del “tutti americani prima o poi” ma rispetti le specificità di ciascun popolo nella scelta di come e in che direzione evolvere il proprio stile di vita e modo di produzione, allora la presenza sul nostro suolo (e su quello dell’Europa intera) di milioni di migranti, ambasciatori inascoltati di terre il cui destino è ormai per sempre legato al nostro, rappresenta l’unica (e misconosciuta) strada per venire a conoscenza del mondo, per iniziare a immaginare anche localmente una alternativa globale. Penso a iniziative (mai formulate) come un possibile Forum Sociale Africano in Italia, o un Coordinamento Permanente Arabo-Ebraico per la Pace e la Giustizia nel Mediterraneo, o al bel progetto di Gianluca Peciola sul coinvolgimento dei Rom nella creazione di un autentico circuito parallelo del riuso, arte in cui i vituperati Zingari sono maestri indiscussi e che se realizzato su vasta scala potrebbe ridar loro voce, protagonismo e, udite udite, ammirazione sociale… o a entrare finalmente in contatto con la “minacciosa” ed “enigmatica” Cina attraverso la voce di migliaia di Cinesi (molto spesso sfruttati, e non solo dai connazionali) residenti in Italia…
40.A questo punto possiamo anche osar pensare una alternativa completa, che veda un risorgere su scala globale di lotte operaie e contadine interconnesse con le mobilitazioni per la difesa e l’estensione dei beni comuni e per la rinascita dei servizi pubblici. Queste lotte non chiederebbero la dittatura del proletariato ma più modestamente (e scusate se è poco) il controllo operaio del sistema industriale globale. Si tratterebbe quindi non di un potere assoluto, ma di un potentissimo contropotere democratico in grado di marginalizzare il Capitale, di ridurlo da dominus a residuo del passato, magari ancora utilissimo in certi settori (per la sua capacità di innovare, di organizzare, di soddisfare bisogni individuali particolari e perché no anche frivoli) (10) ma non più in grado di dettar legge. La gran parte dell’industria, sotto controllo operaio, riorienterebbe gran parte della produzione – completamente riprogettata in senso ecologico – verso la soddisfazione collettiva dei bisogni, vuoi da parte dei servizi pubblici, vuoi da parte dei sistemi di gestione dei beni comuni a cui fornirebbe gratuitamente apparecchiature e macchinari; solo una parte sarebbe orientata al residuo mercato individuale dei beni di consumo (a sua volta limitato dalla diffusione dei consumi collettivi, dei servizi pubblici universali e gratuiti, dalla riduzione del consumo compulsivo, dal drastico incremento della durata dei prodotti …) L’organizzazione del come, cosa e per chi (ma oggi, soprattutto, dove) produrre sarebbe la risultante di un processo decisionale coinvolgente operai, cittadini, comunità scientifica e istituzioni e (grazie anche alle moderne tecnologie delle reti informatiche) diffuso capillarmente dalla scala locale a quella globale.
41.Arrivarci, poi, è un’altra cosa… ma magari possiamo cominciare a pensarci…
Solo ora mi rendo conto di quanto questo scritto sia andato molto oltre i propositi iniziali (anche per la sua mole), e di quanto possano sembrare utopistiche queste prospettive. Spero solo che, nel deserto che ci circonda, segnato da rari e preziosi rivoli d’acqua, questa possa essere una goccia in più.
(1) Per quanto riguarda il presunto “crollismo” dei teorici della decrescita (Cavallaro e altri), nessuno mi risulta abbia mai detto che il capitale crollerà gratis et amore dei a causa dei limiti fisici alla produzione; piuttosto, che la sua promessa di benessere universale ed eterno (o meglio, di benessere a lungo termine per una robusta minoranza degli esseri umani) si rivela menzognera anche a causa di tali limiti. Questo non esclude il classico meccanismo della crisi da sovrapproduzione (Marx) col suo portato di guerre e distruzioni necessarie al capitale per “riallineare” la propria capacità produttiva alla ben inferiore capacità distributiva; piuttosto introduce un limite nella capacità del sistema produttivo di recuperare dopo tali distruzioni. D’altronde è quello che vediamo in giro per il mondo: oggi come ieri il capitale crea e distrugge, ma la sua capacità di distruggere mina progressivamente la sua capacità di creare – in altre parole viene progressivamente meno la resilienza del sistema. Questa è probabilmente l’origine del degrado delle società industriali avanzate, oggi così evidente e preoccupante non solo in Italia (gli Stati Uniti sono un esempio non meno drammatico, e precedenti storici come la Nigeria e la Colombia ci mostrano in che direzione ci si muova): ma se è così, in ultima analisi si tratta di un fatto fisico: la necessità del capitale di distruggere e il progressivo venir meno della capacità (di ogni società possibile, e in particolare del capitale – penso si possa dimostrare come conseguenza del II principio della termodinamica) di ricostruire. Un cambiamento sociale porterebbe al massimo a un parziale recupero di questa “capacità di ricostruire” che andrebbe quindi ben spesa, concentrando gli sforzi sulla reale utilità sociale.
(2) I controesempi si trovano fra alcune esperienze di lotta dei diseredati per il pane, la terra e la dignità: il movimento Gandhiano, quello Zapatista e molti altri – che comunque rappresentano purtroppo una piccola minoranza dell’immensa maggioranza affamata degli umani
(3) E lo è sempre stato, fin dall’inizio. Basti confrontare i film americani degli anni ’50 con quelli degli anni ’30 e ’40: lo scarto visibile non è che conformismo, falsità e tristezza. Lo stesso scarto diagnosticato da Pasolini tra la miseria materiale di Accattone e quella umana dei “giovani infelici” (che, sia permesso, almeno ambivano ad essere dei rivoluzionari: in pochi anni si sarebbero mutati in miseri coatti, quali sono tuttora)
(4) Ad esempio lo “spettacolare” sviluppo delle forze produttive in atto nella Cina “socialista” non può far altro che alimentare con prodotti a basso costo, grondanti sfruttamento e scempio ambientale, il consumismo dei paesi ricchi.
(5) Che paradossalmente opera distruggendo proprio la classica “trinità” della civiltà borghese: proprietà privata (usura, racket); famiglia (prostituzione di massa, bunga.bunga) e Stato (ogni commento è superfluo). A chi, sulla scorta di Marx, si è detto avversario di queste formazioni sociali, si pone quantomeno il compito di una risposta in avanti, all’altezza della sfida, non limitata alla difesa di retroguardia delle bandiere lasciate cadere dalla borghesia.
(6) “L’iniziativa privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
(7) … tanto da concepire come reale antagonista sociale non il padrone – colui che ha – ma il professore, colui che sa; e di questo autentico cardine della (in)cultura populista e di destra italiana, bisognerà pur chiedere il conto anche alla nostra amata scuola, e ai nostri intellettuali – oltre che alla fascinazione del consumo e del denaro …
(8) Pasolini al contrario parlava di un Europa dove progresso e sviluppo avevano sì cancellato la cultura popolare, ma per sostituirla con una “moderna” cultura borghese
(9) E non a caso ha partorito la rivoluzione femminista, l’unica almeno in parte vittoriosa in Italia. Purtroppo, come sapevano i nostri vecchi, “chi non avanza, arretra”, e “non si può far la rivoluzione un pezzo alla volta”. Morale: stiamo tornando indietro a passi da gigante… De Filippi docet.
(10) Credo che in questo modo – nell’incorporare il capitale come sottosistema in una economia post-capitalistica – si possa risolvere alla radice l’incompatibilità tra la sua necessità di crescita esponenziale e la finitezza delle risorse. Il ruolo di “limitatore” (sia redistribuendo la sovrapproduzione che fissando un tetto ai flussi materiali) spetterebbe al sistema economico nel suo insieme (teoria del capitalismo mitocondriale).
Marco Casaioli (marco.casaioli(at)isprambiente.it)





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