mercoledì 18 settembre 2013
31 ottobre 2012
 
La voce plurale
di una comunità
di dissidenti
 
 
Alberto Asor Rosa
Per chiarezza, e per logica, metterei alla base di qualsiasi argomentazione il seguente presupposto: occorre fare in modo innanzitutto che il manifesto sopravviva.
Se scomparisse, la voce della sinistra radicale in Italia verrebbe a scomparire. Sarebbe un male? Sì, penso seriamente di sì. Comunque la si pensi sul piano strettamente politico (e di recente abbiamo dimostrato che possiamo pensarla anche in modo molto diverso), su di un piano più generale - quello che alla fine condiziona tutto il resto - non si può rinunciare a consentire e favorire in tutti i modi l'espressione di quell'area, piccola o grande che sia, che non si rassegna a non mettere in discussione «lo stato di cose esistente». Se ciò accadesse, davvero il corso della storia sarebbe drasticamente retroverso, e noi andremmo decisamente verso il duro regime dell'assenza di conflitto.
Se ne deduce che il manifesto non può essere la voce di una singola fazione del movimento o, peggio, di un «partito», sia pure inteso in senso lato. Ammesso che lo sia stato in passato - ma io ne dubito - oggi non può che essere la voce di una «sinistra plurale», che magari confligge al proprio interno, ma restando dentro quel più vasto recinto ideale, che consiste nel pensare, e nel sostenere, che questo non sia l'unico dei mondi possibili.
Come è già stato detto su queste colonne, «il manifesto è un giornale, un giornale, un giornale», e come tale deve assolvere alla funzione storica di esprimere le tendenza e le opinioni della «comunità» dei dissidenti. «Quotidiano comunista» significa oggi anche questo, o no? Io in questa direzione più decisamente mi muoverei, per evitare che la purezza del credo annichilisca anche questa volta la creatura che dovrebbe esserne la depositaria e il tramite.
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