sabato 16 febbraio 2013
 
 
2 novembre 2012
Un giornale nel campo largo della sinistra
Alberto Burgio
Leggo e rileggo il drammatico scambio tra Valentino Parlato e i direttori del manifesto, e non me ne capacito. So della crisi del giornale e delle gravi difficoltà in cui si dibatte (distinguo, perché la crisi finanziaria è di gran parte della carta stampata, forse di tutta; altra cosa sono le difficoltà specifiche del manifesto, che meritano un'attenzione particolare), ma non mi sarei aspettato tanta asprezza. Non è che me ne scandalizzi, né me ne rammarico, purché il dissenso sulle cose non tracimi in dissapori personali. Solo, mi meraviglio. Perché, pur cogliendo la divergenza, mi trovo a condividere gran parte di ciò che scrivono tutti i contendenti. Non è cerchiobottismo. Forse un limite dovuto alla distanza da cui per forza di cose seguo questa discussione. Se, ciò nonostante, non mi astengo dal parteciparvi, è perché il manifesto è parte fondamentale di questo paese. Un bene comune, come si dice. Res publica, si sarebbe detto un tempo. Che superi l'impasse è troppo importante perché possano prevalere reticenze o timidezze.
Ho due cose da dire, connesse tra di loro. La prima è che questo giornale è necessario. Oggi la sinistra italiana non ha voce. Anzi, a prima vista (sta qui una differenza essenziale rispetto a tutta la prima fase di vita del manifesto, tra gli anni Settanta e Novanta) la sinistra in Italia non esiste più. Ma le sue forze - disperse e frammentate, in primo luogo per responsabilità dei gruppi dirigenti - ci sono eccome. Cospicue. In grado, virtualmente, di determinare la direttrice per tirare fuori il paese dal vicolo cieco nel quale si è cacciato, e di contribuire a una dinamica progressiva dell'Europa. La necessità del manifesto è parallela, in qualche misura identica, alla necessità di riunire i disiecta membra della sinistra. Questo parallelismo è evidente, e tenerne conto è indispensabile anche per non sbagliare la lettura delle difficoltà del giornale, delle loro cause, in gran parte esterne, oggettive, storiche. Resta che soltanto il manifesto è in grado di dare voce alla sinistra, contribuendo, innanzi tutto, a riunirla, senza forzature o esclusioni. La sua storia e le energie che ha e può mobilitare lo mettono in questa posizione. Gli consegnano questa responsabilità. E si può sostenere che, proprio perché è necessario che questo compito venga assunto e assolto, proprio per questo la soluzione deve esistere. Non si tratta tanto di escogitarla, quanto di scoprirla, sapendo che l'intelletto collettivo che da quarant'anni vive intorno al giornale alimentandolo e traendone, a sua volta, nutrimento, questo intelletto è ancora vasto e robusto.
La seconda questione riguarda il ruolo della redazione: la sua identità, prima ancora che il suo modo di operare. Qui sta, parrebbe, il motivo della contesa tra Parlato e la direzione, ma forse le cose sono più semplici (o più complesse). Non credo ci si divida tra chi sa che il manifesto è "soltanto" un giornale e chi invece lo immagina come organo di un partito che non c'è. La questione della linea del giornale è seria, non va caricaturizzata. D'altra parte non la si può affrontare come se fuori dalle stanze in cui si fa il giornale la realtà fosse diversa da com'è. Non è un caso che intorno a questo tema si dibatta, poiché una situazione caotica la complica. La difficoltà che il manifesto ha dinanzi a sé consegue in buona misura proprio all'evanescenza (alla frammentazione innanzitutto culturale) di quella sinistra che costituisce il suo referente naturale. Se le cose stanno così, a me sembra che tutta questa discussione potrebbe configurarsi in termini meno dilemmatici riformulandola così: si tratta di capire come mettere a valore il patrimonio di capacità e di esperienza della redazione salvaguardando l'apertura del giornale al largo campo delle soggettività cui esso si rivolge; come tutelare l'autonomia di chi fa il giornale, soddisfacendo al tempo stesso il bisogno di voce e di protagonismo dell'area articolata e polimorfa (oggi persino amorfa e disorganica) della sinistra sociale, intellettuale e politica.
Questo, secondo me, è il punto, la bussola per la linea del giornale. Da qui deve muovere anche la ricerca delle soluzioni alla sua crisi finanziaria. Sembrerò, forse, ingenuamente ottimista, ma sono persuaso che, se l'attenzione di quanti partecipano alla discussione sulle sorti del giornale si concentrerà su questo problema, anche le divergenze manifestatesi sinora si riveleranno in gran parte apparenti. Anzi, funzionali all'individuazione della formula più utile per i prossimi quarant'anni del manifesto.
 
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