mercoledì 18 settembre 2013
Lettere al/sul manifesto
Passare all’azione
Un atto di generosità politica è necessario da parte di tutte le persone di tutte le realtà organizzate che in questi mesi stanno esprimendo l'esigenza di rimescolare le carte a sinistra, lanciando appelli, indicendo convegni, costruendo iniziative al fine di uscire dalle secche della frammentazione a sinistra. Generosità politica, che si deve manifestare con la capacità di rinunciare un po' alla propria visibilità, in favore della nascita di un'esperienza politico-elettorale unitaria, che - senza chiedere a nessuno di suicidarsi come realtà esistente, nè tantomeno rinunciare alle proprie convinzioni - sia realmente decisa e costruita dal basso, realmente democratica, solidamente comunitaria. Gli appelli degli ecologisti civici e dei sindaci virtuosi, le prese di posizione pubbliche di Ferrero (ed altri di Rifondazione), i documenti e le assemblee di Alba, molte voci provenienti da Fiom, dal movimento No Tav e dall'esperienza referendaria, ed altre ancora, sembrano andare nello stesso senso e richiedere a gran voce di partire tutte e tutti insieme per questo nuovo viaggio. La costruzione compiuta di una vera realtà politica nuova necessiterà studio, impegno, discussione e mobilitazione sociale di grande spessore e forse avrà bisogno di un'intera generazione. Ma i mille passaggi intermedi, di qui ad allora, iniziando dalle elezioni politiche del 2013, non ci possono trovare disattenti e inattivi. Che cosa deve ancora succedere perchè oggi stesso si passi all'azione?
Pippo Tadolini- Ravenna
 
Radicalità non è settarismo
Cara Rangeri, caro Mastrandrea (Angelo), solo per dirvi che ho trovato davvero ingeneroso l’intervento comparso due giorni fa a firma di Valentino Parlato. Certo, mi rendo conto che dall’esterno non è possibile cogliere sino in fondo tutte le articolazioni (e le implicazioni) del confronto in atto all’interno del giornale. E tuttavia, la sensazione che si ha è che Parlato non sia a proprio agio con la scelta coraggiosa dell’attuale direzione di dare cittadinanza a quella costellazione di movimenti e soggetti politici antagonisti,
eccentrici rispetto al paradigma politico classico (la sensazione è questa, anche se mi secca molto dare una pur minima apertura di credito alla contrapposizione giovanilista nata in seno al Pd tra «vecchio » e «nuovo» ...). Quanto all’assenza di una «linea», credo che parlino da sé le prese di posizione radicalmente antiliberiste, l’appoggio senza riserve concesso a chi lotta contro lo smantellamento del sistema pubblico di produzione e trasmissione del sapere, lo spazio concesso alla discussione sul rapporto capitale-lavoro. E concordo in toto con voi: la radicalità non è settarismo.
Tiziana Drago, Università degli Studi di Bari
 
Chiuda «il manifesto»
Sottoscrittore e azionista, oltre che lettore de «il manifesto» dal primo numero, ora sono stanco e anche annoiato dal rincorrere da quaranta anni la sopravvivenza del giornale. Essendo stanco e annoiato non approfondisco il mio pensiero, ma ritengo di dovere un ringraziamento e un contributo a chi ha fatto e continua a fare il giornale. Ringraziamento: per la visione laica della
politica, per le tante battaglie condivise, per la qualità delle discussioni offerte e promosse, per l’informazione e l’aperta visione nel campo delle arti e della cultura. Contributo: chiuda il manifesto, prima di diventare altro e dissemini il suo capitale umano, politico e professionale dove e come può. Se è lievito:
assolverà la sua funzione; se è sterile: è inutile ogni accanimento terapeutico. Continuerò a comprarlo fino all’ultimo numero, così come si rimane accanto ad una persona cara la cui fine è inevitabile. Spero di sbagliare.
Giulio Quadrino
 
un quotidiano veramente comunista
Che il fatto che i giovani «non sanno neppure cosa voglia dire comunismo» (a maggior ragione bisogna spiegarglielo) o vantare che «non abbiamo una linea, non siamo un partito» (Norma Rangeri e Angelo Mastrandrea il 25/10) non mi sembrano ragioni sufficienti per sposare una sinistra cosiddetta liquida, dispersiva e dispersa, indistinta, oscillante, a volte stravolta in liberal-moderata (alla Renzi per es.)... sposando in fondo il relativismo ideologico che non distingue o rifiuta la distinzione sinistra-destra, e conseguente visione confusa del mondo. No il giornale, oltreché continuare a dirsi comunista - in senso libertario e aperto, adogmatico - deve mantenere l'orizzonte fermo e intatto del socialismo marxista che ha come esito finale il comunismo (ma per il XXI sec. basterebbe il socialismo). Sennò si finisce per abbaiare alla luna, gratificati dalla sola protesta, accontentati di riforme deboli se va bene, gentilmente concesse dal sistema capitalistico. Che non è quello che serve alle nuove generazioni oppresse, sfruttate, derubate del futuro. Il manifesto deve continuare a essere il loro chiaro riferimento, il loro luogo di discussione e critica dell'esistente (il che fare e come) mantenendo anche una ideologia, anzi rivendicandola. Assetti proprietari del giornale e direzione, qualsiasi esse siano, devono mantenere l'orizzonte socialista e comunista... Certo non basta mantenere la testata (l'Avanti di Lavitola docet).
Markos & Silvia
 
Da tempo sulla punta della lingua
Vorrei sottolineare alcuni aspetti che mi stanno a cuore di questo giornale, che sostengo da sempre. Non potrei né vorrei fare analisi politiche più di quelle che ho letto, che da sole non danno fiato al giornale, così come non risolvono l’incertezza alle donne e agli uomini di buona volontà della sinistra. Siamo in molte e molti a volere che questa incertezza non diventi sfascio e rinuncia a interrogarci sul da farsi; a pensare come dare forza e radicalità alle pratiche quotidiane che dimostrano di non rinunciare a un senso alto del fare politica. Di questo non rinunciare fa parte la valorizzazione, anche attraverso un giornale, di quel che di buono, alternativo, radicale viene messo in campo in giro per l’Italia e nel mondo. Talvolta il Manifesto ne dà conto, andando al di là della notizia fresca. Ed è più incisivo esattamente quando della notizia porge “l’altra faccia” o il “poi”, soprattutto attraverso la voce di chi si trova nell'occhio del ciclone: penso a quegli articoli recenti sullo stato delle primavere arabe intrecciati con la storia delle donne di quei paesi, ma anche ai servizi – in genere in ultima pagina - sulla cooperazione o sulla mutualità che reagisce alla povertà dilagante, alla mancanza di servizi, alla distruzione dei territori etc. con azioni efficaci, puntuali, per niente raccontate da altri giornali. Quando delle questioni urlate dai media sceglie non una pura contrapposizione di parole d’ordine politicamente corrette, con conseguenti articoli noiosi, ripetitivi, schematici e talvolta contraddittori, ma scava nei cambiamenti in corso, nelle mutazioni del lavoro e del lavorare, attraverso storie di vita e di impegno, interviste, racconti di donne e uomini. Non un soggetto astratto e generale, ma tante soggettività in azione.Dico in particolare quel che mi preme, e lo dico esprimendo una critica che da tempo ho sulla punta della lingua.
Trovo insufficiente, soprattutto ultimamente, l’attenzione del giornale nel suo complesso per quel che anche Rossanda ha definito tema da sempre assente dall’agenda del socialismo: il femminismo, con le sue esperienze, le sue coniugazioni teoriche e pratiche.
Ho vissuto di persona la ricchezza dell’incontro delle donne di Paestum il 6-7 ottobre 2012. Ne ho trovato puntuale resoconto solo da Ida Dominijanni. Nient’altro, nessun’altra voce, nessun riferimento diretto o indiretto. E’ andata meglio nella primavera del 2011 con la questione Berlusconi. Devo pensare che allora al giornale faceva gioco – secondo uno schema politico classico - la ricchezza di analisi (di più approfondite sul fenomeno Berlusconi non ne ho trovate) della stessa Dominijanni, cioè il punto di vista di una femminista storica, capace di pensare e di dire? Mentre ora… pare che fondamentali acquisizioni delle donne su che cosa sia politica, sul potere, sulle relazioni, etc. non siano poi così importanti. Forse non si vuole scontentare nessuna delle cosiddette anime della sinistra, in particolare sulla questione della rappresentanza femminile o sui limiti dell’emancipazionismo? Ipotizziamo pure che il giornale sostenga la partecipazione femminile alle istituzioni politiche: perché non si è impegnato a sostenere le candidate donne, fuori dal coro dei partiti che, sotto elezioni, continuano a usarle strumentalmente - e loro a farsi usare? Sappiamo che su questa questione vi sono posizioni diverse anche tra le donne: perché il silenzio?
Ma così, senza confronti, senza il coraggio di dibattiti veri, se non la riproposizione delle beghe di partito, le ripetitive questioni elettorali, di schieramento, le notizie sulla corruzione, delle quali non ne possiamo più, la sinistra si spegnerà sempre più nella crisi, sua e dell’occidente. Altra domanda: il nuovo soggetto politico ALBA non si sente più sulle pagine del giornale, che ne ha chiaramente favorito la nascita. Forse mi è sfuggito qualcosa. Inoltre, i fondatori di ALBA, che sono assidui collaboratori del giornale, pare non si siano posti nessun problema a sovrapporre l’appuntamento di Torino con quello delle donne di Paestum, preannunciato da mesi. Eppure dovrebbero sapere che nel movimento delle donne c’era interesse a confrontarsi con loro. Altra delusione e forse occasione mancata per la sinistra e per questo giornale. Qualcosa continua a non tornare.
Leggo ora l’intervento di oggi 31 ottobre di Ida Dominijanni. Affiora una realtà, che per molti lettori dall’esterno non può che essere stata vista in modo appannato, di un Manifesto in crisi prima di tutto nella pratica politica al suo interno, fatta di soggettività diverse: crisi di relazioni del collettivo e di conseguenza, come ho imparato nei miei ultimi trent’anni, crisi di pensiero vivo.
Ho pensato per l’ennesima volta: se non ci fosse Ida Dominijanni, la mia fedeltà al giornale sarebbe già vacillata. Chi altro o altra della redazione darebbe parola autorevole al meglio che c’è in giro di pensiero femminile? Mi dispiacerebbe molto, per quel che di buono continuo a trovare su questo e non su altri giornali, ma che, a quanto pare, non basta per tenerlo in piedi.
Marina Salacrist, Sondrio
 
parliamo anche della proprieta' della testata
Vi invio questa lettera per il dibattito in corso sul futuro del manifesto. Abitando fuori Torino non ho avuto modo di partecipare a incontri dei circoli del manifesto che ne hanno discusso.
Ivano Di Cerbo, sul manifesto del 19 ottobre, annunciando l'assemblea dei circoli per il 4 novembre, indicava 5 punti di discussione: 1. dibattito sulla linea politico editoriale, 2. criteri per costituire la nuova cooperativa, 3. piano politico- editoriale, 4. costituzione di associazione per la raccolta fondi per il riacquisto della testata, 5. forme della nuova proprietà collettiva.
Mi sembra invece che la discussione si sia incentrata unicamente sul 1° punto, dimenticando gli altri.
Ad esempio nessuno ha fornito elementi per capire se esistono altre strade, se all'orizzonte ci sono editori o privati interessati ad acquistare la testata (magari con l'intento di snaturarla), oppure ricchi soci finanziatori onesti e affidabili (ma c'è da fidarsi?).
Nessuno ha spiegato quanti soldi occorre raccogliere per il riacquisto (c'è una cifra definita o una base d'asta?), quando inizierà la raccolta (se la scadenza è fine anno i tempi sono già strettissimi), come si intreccerà tale raccolta fondi con la campagna abbonamenti 2013 (chi avrà il coraggio di finanziare e/o abbonarsi a un giornale che probabilmente non esisterà più o avrà un nuovo proprietario?).
Nessuno ha presentato bozze di statuto dell'associazione, come iscriversi, con quali quote. E non ho letto proposte sul tipo di rapporti da instaurare fra collettivo redazionale, cooperativa, associazione.
Sembra invece prevalere nel collettivo una diffidenza rispetto a forme di proprietà collettiva ancora tutte da definire (almeno per quel che so come lettore). Fino all'affermazione dei direttori Rangeri e Mastrandrea del 25.10: "Se i circoli del manifesto raccoglieranno i soldi necessari per aiutarci a ricomprare la testata entro la scadenza dell'asta liquidatoria, tanto meglio. Saremo felici di saltare il passaggio del socio finanziatore. Ma deve essere chiaro che, anche in caso di acquisto, noi tratteremo alla condizione di avere una cooperativa libera e autonoma".
Avendo vissuto un paio di ristrutturazioni editoriali, vorrei ricordare ai direttori che l'eventuale arrivo di un nuovo proprietario ben difficilmente lascerà spazio a dibattiti, trattative e libertà. Se il nuovo proprietario vorrà fare del manifesto una testata del tutto diversa (per esempio, diociscampi, per sostenere la candidatura di Renzi) lo potrà fare senza problemi, mettendo alla porta gli attuali direttori e dicendo ai redattori "o mangiate questa minestra o saltate dalla finestra".
Scusate la rozzezza, ma da lettore affezionato, abbonato pluridecennale, sottoscrittore in passato e disponibile oggi a una nuova sottoscrizione, vorrei avere informazioni un po' più precise su aspetti "pratici" ma fondamentali per l'immediato futuro del manifesto.
Furio Chiaretta
 
è un manifesto senza differenza
Care e cari, a proposito del dibattito che si è aperto di recente sulle sorti del manifesto ci chiediamo e vi chiediamo dove sia finito il taglio della differenza nel giornale. Che fine abbia fatto una chiave di lettura del mondo e degli eventi, quella appunto del femminismo della differenza,che il manifesto proponeva da decenni e che da mesi è scomparsa. Non si tratta soltanto dell’intelligenza dell’esperienza dell’autorità e dei fondamentali di Ida Dominijanni. Si tratta proprio di una intonazione capace d’offrire un punto di vista sempre fuori dal già pensato e dal già detto e di proporre letture valutazioni esercizi d’intelletto e di cuore indispensabili per uscire dalle gabbie mentali e cardiache. Dal manifesto è scomparsa. A noi manca. E al giornale?
Fiorella Cagnoni, scrittrice
Marisa Forcina, filosofa
Rosa Maria Lettieri, pubblicitaria
 
d'accordo con Markos e silvia
Ho letto con piacere e molta attenzione la pagina "Community". Franco Arminio nel suo articolo ha senz'altro spunti intelligenti da meditare, riflettere. Epperò, sottoscrivo-"senza se e senza ma"- quanto scritto da Markos e Silvia in Posta/ Prioritaria. A pugno chiuso,
Mimì(Domenico) Capurso, Bisceglie (Puglia)
 
c'è poco pluralismo
Con grande rammarico leggo sempre meno volentieri il manifesto causa vostro appiattimento sulle posizioni del Pd-Sel parlando poco e male di altre posizioni esistenti a sinistra movimenti alternativi ... federazione della sinistra sinistra critica etc.
Un compagno
 
il ruolo dei circoli
Caro Giorgio Dal Fiume, le preoccupazioni sul futuro del manifesto sono pienamente condivise e sono anche le nostre, però dalla tua lettera si evince che le informazioni che tu hai sull'attività dei circoli non siano del tutto precise e probabilmente ti saranno state riportate in modo non corretto. Dal mese di febbraio i circoli si sono mossi, parecchio, solo ed esclusivamente affinché «il manifesto» possa continuare a restare «il manifesto» anche dopo questa fase burrascosa che sta attraversando, ricordandoti che la liquidazione coatta amministrativa ha dei tempi e delle scadenze ben precise. Quindi non c'è mai stata nessuna velleità di diventare «coeditori», non è il nostro mestiere. Probabilmente molte incomprensioni sarebbero già superate se le pagine che ora, finalmente, il giornale dedica alla crisi fossero state pagine fisse già da quando sono arrivati i liquidatori e come da tempo i circoli andavano chiedendo, ma ascoltati in questo solo da Valentino e da pochi altri. Quanto prodotto dal nostro circolo lo puoi trovare sul nostro blog www.ilmanifestobologna.it, ti invitiamo inoltre alle nostre riunioni di circolo che, da febbraio, si svolgono ogni lunedì alle ore 18 presso il Centro Sociale Costa di Via azzogardino a Bologna, la tua esperienza nel terzo settore penso ci possa tornare utile al salvataggio de «il manifesto» nostro bene comune. L'invito è rivolto a quanti vivono qui a Bologna, ma anche in altre città: guardatevi attorno, cercate, di sicuro ci sarà un circolo o un gruppo di amici del giornale disponibile ad accogliervi. Aspettandovi tutti il 4 novembre a Roma.
Giacinto Cimino, circolo manifesto Bologna
 
chiediamoci perché vende poco
Un giornale è un giornale e non un partito: vero (anche se io non fui d’accordo secoli fa quando la redazione del Manifesto decise di non essere più l’organo di partito del PdUP: anche perché tale decisione fu presa senza che io, che, come altre/i, avevo cacciato un sacco di soldi per tenerlo in piedi, potessi aver voce in capitolo).
E un giornale è un giornale, e non un partito, e quindi non gli si può chiedere di avere una linea politica: vero. Però deve avere una linea editoriale.
E qual’è: quella comunista, come si definisce il quotidiano ? Non voglio certo riaprire la discussione su tale definizione, ma forse la parola “comunismo “ (che si può benissimo e giustamente non rinnegare) non ha più un significato preciso.
Una linea di sinistra: certo! Ma sappiamo tutte/i che anche questa definizione non ha più un significato preciso.
Vogliamo ridefinirla come una linea che ha alla sua base la difesa dei diritti delle/gli sfruttati, delle/i povere/i, delle donne, della pace, dell’ambiente ? Ma anche una linea che coniuga diritti e doveri, solidarietà e responsabilità, una linea che è in favore di chi sta peggio, ma anche che non si limita alla denuncia, ma ricerca e registra i passaggi e le soluzioni transitorie necessarie o possibili o in corso?
Ma il vero problema è che un giornale è un giornale se c’è un numero sufficiente di persone che lo leggono.
E tale numero non c’è (in realtà credo non ci sia mai stato: di qui il continuo accumularsi di debiti).
Perché?
Perché il Manifesto interessa solo poche migliaia di persone ?
Siamo sicure/i che sia solo un problema di linea e che non sia anche un problema di “contenuti” in senso giornalistico ?
Quante persone sono interessate ad Alias o alle 4 pagine di cultura che sono presenti ogni giorno sul giornale? E quanto costano (in termini anche e soprattutto di retribuzione delle/gli addette/i a tali spazi)?
Devo dire con sincerità di essere un po’ stufo di esser periodicamente chiamato a cacciare soldi (e in questi quarant’anni ne ho cacciati un bel po’) per tenere in piedi un giornale che non fa altro che perdere lettrici/ori.
Se non siete in grado di interessare un numero sufficiente di lettrici/ori che garantisca (eventualmente con l’aiuto della pubblicità: ma anche questa bisogna “guadagnarsela”) un bilancio in pareggio, secondo me dovete chiudere (e si chiuderebbe anche un pezzo di me).
Ma adesso c’è il problema della liquidazione e della futura proprietà.
Credo che forse la soluzione sia in un azionariato diffuso (circoli, singole persone): ma che la redazione esiga che le/gli azioniste/i non abbiano voce in capitolo sulla linea editoriale mi sembra un’idea balzana. Perché mai qualcuna/o dovrebbe finanziare una cosa che dice cose contrarie a quelle che una/o pensa ?
Vale sempre naturalmente il detto che io voglio consentire anche a chi la pensa diversamente di potersi esprimere: ma che la/o debba anche pagare mi sembra troppo ! A meno che le/gli azionisti non siano mossi dal pensare di ricavarne un utile finanziario: che naturalmente nel nostro caso non ha senso.
Sergio Benassa
 
attirare nuovi lettori
Cari compagni, credo sia arrivato il momento della necessaria trasparenza. Non possiamo aspettare la discussione del ’collettivo’ del 4 novembre per sapere come sostenere la sopravvivenza del giornale: non possiamo noi lettori, abbonati, azionisti, sostenitori da sempre. Che nel manifesto sia in atto uno scontro è evidente a tutti, quali siano le posizioni assai meno. Qualcosa è stato scritto chiaramente da Rossana, meno chiaramente (secondo me) da Valentino, molto poco chiaramente da Norma e altri. La domanda oggi non è nemmeno "cosa è il manifesto", ma "cosa vuole essere il manifesto", se riuscirà a sopravvivere (grazie ai suoi sostenitori), nei prossimi difficilissimi anni della sinistra, dei movimenti, permettetemi di dire della società in generale. Con quali strumenti nostri, per fare che cosa: su questo problema credo che tutti dovrebbero esprimersi. E quando dico tutti, intendo tutta la redazione, tutti i sostenitori, tutti gli eventuali nuovi soci. Si dovrebbero dare risposte anche (sì) individuali a domande che cerco di formulare. Cosa vuol dire giornale "non partito"? Si può essere "camera di risonanza" di posizioni diverse senza prendere posizione critica? Questo vale anche per molti movimenti, certo degni di avere voce ma non per questo immuni da critiche. Come di può fare un quotidiano che non appaia come un "mensile" per il prevalere di pagine culturali certo spesso di qualità ma prive di incidenza sulla quotidianità ? E quindi, come si possono attirare nuovi lettori che si riconoscano in una riflessione o discussione per l’appunto "quotidiana"? Come si può realizzare questo o altro progetto con una redazione ’all’osso’? O come trovare risorse da lettori o da pubblicità ? E allora, quali sono gli strumenti di sopravvivenza immediata che non impediscano sviluppi futuri? Non sono queste - e ce ne sarebbero altre - domande facili; ma sono queste quelle a cui i protagonisti del dibattito interno dovrebbero rispondere, e darne conto anche a noi che viviamo questo ’giornale’ in qualche modo nostro. Ed è qualcosa da fare subito, prima del 4 novembre!
So bene di essere, per età e per vissuti, emotivamente più vicino a Rossana e Valentino. Ma non sono certo contrario - e di sicuro non lo sono loro - a un ’ricambio generazionale’, lo dissi già a Valentino qualche anno fa. Ma non parliamo per favore di rottamazione, parola che si addice ad automobili e camper ma certo non a idee vissute nella lotta e persone che questa lotta hanno portato avanti. Solo in una discussione aperta a tutti possiamo trovare la strada, difficile, per andare avanti tutti insieme.
Mathias Deichmann
 
Si può far morire il Manifesto?
No, non si può. E nessuno di noi lettori e sostenitori lo vuole. Rossanda, Parlato e quant’altri si stanno sacrificando per noi; così come il buon padre pretende di essere “ucciso” dal figlio preferito, colui il quale darà seguito alle idee del padre stesso. Per quanto appaia paradossale ed insensata,la critica dei padri fondatori si rende necessaria ma non sufficiente all’ineludibile processo di ripensamento del fare il quotidiano. Necessaria dove Parlato, Rossanda e altri hanno ravvisato, intuendo prima e analizzando poi, i rischi e le trappole insite in un impulso di rinnovamento che si faccia ingannare dalle mode intellettualistiche, dalle falsità della rottamazione politica formale e non sia,invece,dettato dall’essere fedeli alla linea comunque. Non sufficiente dove la stessa critica non riesce più ad essere nel quotidiano, nella sua duplice accezione di lavoro al giornale e di interpretazione delle cose che stanno repentinamente cambiando in mezzo ed intorno a noi tutti. Credo che la dicitura “quotidiano comunista” racchiuda nella sua estrema sintesi il senso profondo della esistenza stessa del Manifesto, leggendola esattamente nel suo rovescio : comunista quotidiano. Essere, cioè, ogni giorno presenti e vigili nell’analisi e nella interpretazione delle complessità contemporanee che spingono incessantemente verso derive ed approdi che mai si erano presentati prima. Penso che la direzione del quotidiano cerchi coerentemente di assolvere a questo compito, proponendo inchieste politico-sociali e pagine indispensabili sui migliori interpreti del pensiero critico attuale. Piuttosto mi sembra evidente che la crisi interna vada risolta guardando fuori, all’esterno del giornale , in quanto è la crisi che avvolge tutto l’Occidente ad ingoiare voracemente i vecchi paradigmi con i quali siamo stati abituati a leggere la finitudine dei fenomeni dell’universo mondo. Intendo con ciò soprattutto le categorie di pensiero politico denominate destra e sinistra,e quelle sociali delle generazioni. Il “superamento” fittizio del conflitto destra/sinistra e le commistioni e poi le degenerazioni etiche e politiche dei due schieramenti che sempre più spesso usano il linguaggio e il tatticismo uno dell’altro e viceversa, ed il mancato ricambio salvifico nel patto intergenerazionale che ha posto in stallo la dinamiche sociali del paese, hanno insieme creato un blocco mortifero che nulla lascia crescere più. E dove se non in un campo ancora fertile di discussioni ed idee deve emergere tale contraddizione, come è il Manifesto? Bisogna quindi rafforzare ulteriormente il giornale dando spazio all’esterno, creando pagine di attualità, cronaca e cultura del territorio,magari ricreando pagine locali attente alle realtà circostanti ed aperte alla collaborazione dei tanti che hanno la forza e le capacità di descriverle. Le vicende quarantennali del giornale ci dicono che la libertà è partecipazione; non autoingabbiamoci in settarismi e snobbismi che sono sempre stati la pietra tombale di ogni reale cambiamento che la spinta della Storia ci impone di fare qui ed ora.
Con stima ed amicizia rinnovate
Andrea Panzironi
 
posizioni più decise
Vero che appare incomprensibile la "vostra ardua polemica", ma ovviamente non è così: sia Parlato, che la Rangeri sanno spiegarsi molto bene.
Io credo che la strada da percorrere sia quella tra le due posizioni, ovvero il Manifesto deve essere un giornale che fa inchiesta, oltre che riportare e commentare quanto succede nel nostro paese e altrove, ma credo che debba prendere posizioni, come venne fatto nel 1994, con la famosa manifestazione a Milano. Cosa serve un giornale che fa inchiesta, che riporta le notizie e le commenta, ma quando serve, ed oggi dio solo sa quanto servirebbe, non prende una posizione ferma e radicale. Ad esempio, oggi servirebbe una posizione contro la linea della maggioranza della CGIL e di tutto il PD, non una critica blanda ma una posizione bella chiara, senza se e senza ma.
Perché il Manifesto non porta avanti una campagna per lo sciopero generale, anziché chiederlo tra le righe? Ovvio che non può indire uno sciopero, ma essere alla testa di una richiesta in tal senso potrebbe farlo e, a mio avviso, con grande rilevanza.
Una posizione che porta direttamente alla perdita del giornale è quella posta da Piero Bevilacqua, e lo dice lui stesso dopo aver spiegato come intende il giornale: “E non è stata questa la linea del Manifesto in questi ultimi due-tre anni?”.
Appunto. Chi vuole fare un giornale sbiadito, fatto solo di resoconti non serve alla situazione attuale, bisogna contrastare fermamente alcune derive capitaliste all'interno della "sinistra", altrimenti i loro progetti ci conducono alla morte, senza nessuna prospettiva di libertà e sarebbe, peraltro, la fine di ogni giornale realmente di opposizione.
Il Manifesto deve essere un intelligente giornale di lotta, per le lotte, per il cambiamento.
Francesco Giordano, Milano
 
perché siete così ostili alla proprietà collettiva?
Cara redazione, l’intervento di Norma Rangeri e Angelo Mastrandrea (25 ottobre u.s.) lascia quasi intendere che il manifesto sia assediato da branchi di lupi rossi che, attraverso la proprietà collettiva della testata, vogliono imporre una linea politica assoluta e indiscutibile. Stupisce che persone legate da anni ad un «quotidiano comunista» siano così ostili a condividere la proprietà del giornale con lettori che spesso lo sostengono da una vita intera. Una mancanza di fiducia davvero impressionante. E poi l’alternativa quale sarebbe, l’arrivo di un finanziatore illuminato che garantirebbe l’autonomia della redazione e la pluralità delle voci? L’espressione «giornale della sinistra plurale» mi fa venire in mente una specie di Vanity Fair specializzato nella produzione di chiacchiere a mezzo chiacchiere, una vetrina per politici che, parafrasando Woody Allen, hanno lasciato il comunismo per convertirsi al narcisismo. Primo fra tutti, Nichi Vendola, non dovevo dirlo, ma l’ho detto.
Comunque sia, visto che siamo arrivati al dunque e bisogna prendere posizione, mi schiero con coloro che sostengono la proprietà collettiva della testata e il rilancio del giornale come forma originale della politica, un giornale di riflessione e lotta, con una personalità forte, una linea chiara e un’azione incisiva. Il comunismo libertario, che sostengo con vigore, non è comunque un pranzo di gala.
Un caro saluto a tutti
Antonio Rusconi
 
guardare oltre
Amici, svariate volte, nel corso di questi anni costantemente in bilico per il Manifesto, mi sono chiesto con entusiasmo accalorato quanta spinta e quale sbocco potessero avere le degne asprezze contro il marciume del potere, i meravigliosi confronti teorici, le aperture ai mondi più invisibili, le vostre importanti ultime pagine,l a forza di molte posizioni. Un taglio troppo alto rispetto alle basse retoriche correnti di numerosi quotidianucoli quasi indisponeva (ben inteso,aristocraticamente) lo spirito, lo viziava, e fuori da quell’incontro con un reale tanto stupendamente attraversato vedevo il volto becero e sordo del reale minore, quello ottuso, flaccido e rassegnato che non abdica alle sue microscopiche fedi.
Quando Sartre attaccò L’uomo in rivolta di Albert Camus, quest’ultimo il giorno dopo replicò: "A Sartre la miseria non ha dato nessun incarico".
Io credo che senza uno sguardo lungo e un respiro autentico la radicalità di una parola è sabbia dimenticata e che oltre ogni vuota estetica ciarliera la vostra causa è così concretamente necessaria da imporre un’attenzione che non può conoscere pause. Sono un supplente di materie giuridiche, eternamente in volo fra incarichi da rapire e lunghe soste a meditare la vita. Voi siete anche più di una sveglia morale in quest’Italia in ginocchio.
Voglio salutarvi con una stupenda riflessione di padre Balducci: "Gli uomini di successo sono un po' pericolosi, perché ratificano la cultura esistente, sono il suo prodotto e la sua legittimazione. I falliti sono spesso ricchi di umanità, perché hanno tentato di superare il sistema; perché dentro di noi non c’è solo la dimensione dataci dala cultura, che dobbiamo ringraziare, ma c’è anche l’uomo nascosto. L’uomo inedito, cioè l’insieme delle possibilità che ognuno di noi ha in sè e che ha ereditato dalla specie, che tende a una pienezza". Che nulla resti inedito di questo indispensabile giornale.
Giovanni De Rinaldis, Lecce
 
linea politica non vuol dire partito
Che si confonda, o si voglia confondere, la richiesta di una linea di ricerca (e dunque necessariamente una linea politica, visto che Marcello Cini ci insegnò che la ricerca non è neutrale) con il desiderio di una linea di partito, credo sia solo segno del fatto che non ci si può né vuole più capire, e non mi interessa molto sapere chi ha cominciato a mettere il muso.
Né mi conforta che si confonda, o si voglia confondere, l'apertura a tutte le possibili anime della sinistra con il ridurre le pagine del giornale a una cassetta delle lettere in cui chiunque può imbucare il proprio narcisismo e i propri esoterismi, senza vedere che la diversità (anche in natura, no?) non si trasforma in caos (in giungla) soltanto se viene inserita, appunto, in un contesto progettuale (coltivazione, bonifica).
Preferisco prendere atto, visto che pure io in questi ultimi (10?) anni tante cose non sono più riuscito più a capire, di quello che per tanti (35?) anni è stato il mio giornale. La frase magica l'avete già scritta voi: in sintesi, "chi ha fatto il giornale in questi anni difficili merita rispetto". È vero: lavoro anch'io in editoria e credo di sapere quant'è vero. Dunque, sarebbe ingeneroso stare a fare le pulci alle frasi della vostra paginata, così ben sintetizzata da Pierluigi Battista sul Corriere, o stare a fare aneddotica sulle pagine negli anni regalate a recensire amici di amici nonostante le proteste dei lettori-finanziatori, o su quanto poco i mitici lettori siano sempre stati informati delle vicende del giornale (è buffo, ammettetelo, che si concluda una preziosa e costosa pagina scrivendo che è bene che i contrasti emergano trasparenti, quando in realtà di quei contrasti in quella stessa pagina non si è detto pressoché nulla, se non che sono astiosi: bella politica, grazie), o sulle occasioni perse e su tutto quel che ad ogni sottoscrizione ci si diceva (a noi, tra noi) e cadeva poi nel vuoto. Si vede che non si poteva fare di più: perciò, grazie per averlo fatto - sia detto senza ironia. E se servirà qualcosa di più, qualcuno si inventerà qualcosa di diverso. Ciascuno di noi, magari; poi magari un giorno tanti, per tanti. Punto.
Sta di fatto che da troppo tempo "il manifesto" mi serve quasi solo per scoprire qualche libro da leggere, e ultimamente nemmeno più questo, visto che appunto (vedi sopra) la percentuale di segnalazioni tarocche sale ad ogni luna. Farò a meno.
P.S. - Ehi, non vorrei essere frainteso: non è grave che me ne vada "io". Vista dall'esterno, ovvero dalla mia postazione, è grave che se ne vada un lettore, di lunga data. Così come, scusate, non è grave che chiudiate voi. È grave che chiuda "il manifesto", ovvero un progetto di ricerca. "Quel" progetto.
Angelo Ponta
 
il manifesto ha ancora senso?
"Metro fermata Bologna col manifesto in tasca..." Iniziava così, secoli fa, una canzone degli Assalti frontali, gruppo musicale del "movimento". Una riga che riassume in sintesi in modo ricco e esaustivo il "senso" che ha, aveva, il manifesto. Perché hanno ragione Rangeri e Mastrandrea a rivendicare l'autonomia e l'assenza di linea di un giornale che "è un giornale è un giornale" e non un partito. Però da questa contraddizione, da questa criticità, il manifesto, questo manifesto, purtroppo secondo me non può uscire, suo malgrado. Perché sortire dalla metropolitana "col manifesto in tasca" era un fatto di appartenenza e di identità, sebbene riguardasse soggetti tanto diversi come "l'autonomo" dei centri sociali di cui parla la canzone quanto il "destro" diessino e le tante e i tanti, di generazioni diverse, che stanno, stavano, in mezzo. Litigiose/i tra loro, diverse/i, votanti e no, eppure uniti in questa relazione politica, affettiva e d'appartenenza con il quotidiano che non è mai stato solo un giornale. Mi sottraggo al gioco de "il manifesto che vorrei" perché è del tutto irrilevante, perché tirarlo di qua o di là è sterile e perché nemmeno mi importa che il manifesto sia come piacerebbe a me, ma è del tutto fisiologico che ci sia chi, come Markos e Silvia con la lettera del 30 ottobre, arrivino a esprimere tale auspicio con modalità secondo me anche un po' discutibili. La questione è delicata anche perché riguarda materialmente il posto di lavoro delle persone che il giornale lo fanno e perché uno come me sarebbe assolutamente in imbarazzo domani mattina nel non trovare in edicola il manifesto (trovo assai poco consistenti o troppo lontani da me i "concorrenti" ed altri sono in arrivo nei prossimi mesi..).
Il manifesto vende troppo poco e la mannaia ha tagliato i contributi pubblici. La stampa in generale se la passa male. Che la crisi de il manifesto sia anche la crisi, oramai strutturale e senza uscita, della sinistra "radicale" e di un intero paradigma ce lo siamo detti ed è sin ovvio. Io credo che le 15..16 mila, non so quante siano, copie de il manifesto che si vendono ogni giorno non possano esser di più, a prescindere da chi lo dirige. Sono per nulla particolarmente vicino alla direzione attuale, anzi. Ma francamente nel momento in cui tutti i giornali cartacei perdono copie e con le forme organizzative della sinistra variamente intesa in ambasce (tutte, sia chiaro, dai centri sociali ai partiti) anche solo rispetto non a 30 ma a 10 anni fa non si capisce come si possa porre il problema in termini di questa o quella direzione, questa o quella linea. Altro che mantenere "l'orizzonte socialista e comunista". Penso che sia seriamente il caso di chiedersi, anche per uscire dal problema secondo me ineludibile della "linea" (sia chiaro, sarebbe eludibile per me, prendo atto però che non può esserlo), se un soggetto - perché tale è - come il manifesto possa aver ancora senso di esistere e se le contraddizioni qui malamente segnalate non siano insormontabili.
Purtroppo credo che questo manifesto, quello che aldilà di tutto si porta dietro la storia che è quella di un gruppo politico nato dentro un contesto ben preciso della sinistra e del movimento operaio, debba porsi la questione in questi termini, perché più o meno consapevolmente, ciascun* a modo suo, ho la sensazione che tutt* si voglia un manifesto come non può più essere, in questo paradigma. Penso che sia il caso - qui poi servono competenze che non ho - di verificare la possibilità di creare un prodotto nuovo, di capire come possa esser economicamente sostenibile mantenendo professionalità, qualità e complessità, come affiancare carta e web, come finanziarlo e con quali risorse. Fissando un break even tra edicola e abbonamenti cartacei non superiore alle 12 mila copie. Trovare insomma un modo per mantenere una certa eredità intellettuale sancendo però anche una necessaria rottura. Ripeto: so che è tema sensibile. Si tratta di salari e lavoro, si tratta anche di un pezzo di storia importante di tante persone. Ma credo che la dialettica quotidiano/gruppo politico non sia mai stata del tutto risolta ed a me pare che emerga tutt'ora con virulenza. Perché il manifesto sarà un quotidiano e non un partito, ma il dibattito che sto leggendo, piaccia o no, non è solo quello di un giornale che "è un giornale è un giornale" e che vende poco e non ha soldi, ma di un soggetto politico. In crisi.
Luca Oddone, Genova
 
non mi sento un elemosiniere
Cari compagni, vorrei, con questo mio breve scritto, replicare a quanto letto nel messaggio del circolo del manifesto di Bologna pubblicato il 23 ottobre scorso. Innanzitutto io non mi sono mai sentito «elemosiniere» di nessuno. Ho cercato, nei limiti delle mie possibilità (non ho un lavoro stabile), di aiutare il mio giornale, un insostituibile compagno di viaggio da quaranta anni, a sopravvivere nei momenti di difficoltà e ritengo questo un mio preciso dovere di lettore e di comunista. Il manifesto (quotidiano comunista) è sempre stato il punto di riferimento di quanti hanno cercato un’informazione «altra», legata sì alla quotidianità ma anche foriera di spunti culturali, filosofici, politici (nel più ampio senso del termine), perchè «non di solo pane vive l’uomo». Per quanto mi riguarda sono pronto a supportare ogni iniziativa volta a costituire una nuova cooperativa, o società editoriale, o quant’altro si ponga come obbiettivo la salvaguardia della testata giornalistica e della sua storia. Se servisse un dibattito serio lo faremo, se servissero altri soldi li troveremo, ma non permetteremo che «quattro ragionieri dello stato» ci impongano quello che dovremo leggere nel nostro futuro. Le battaglie, anche le più dure, vanno affrontate con lo spirito di chi sa che queste «si combattono sempre e non si perdono mai». Fraterni saluti alla redazione e lunga vita al manifesto.
Antonio Berti, Montecarlo (Lu)
 
la qualità del lettore
Leggo il manifesto in dal 1984 quando avevo 16 anni. All’inizio lo leggevo con spirito militante, ma ricordo che gli anni ’80 sono stati tempi durissimi di riflusso in cui leggere Il manifesto era considerato qualcosa di originale da chi ormai si era lasciato alle spalle, e con macerie, gli anni di lotta dei ’70. Per me sicuramente era un atto di resistenza. Molto più tardi ho imparato a leggerlo in modo più distaccato, laico e critico e contemporaneamente ho apprezzato di più la qualità della scrittura e dei contenuti dei «pezzi»» di alcuni giornalisti per i quali nutro ancora oggi una vera e propria ammirazione. Nel frattempo non ho mai negato il mio apporto quotidiano. Non ho comprato le edizioni in sovrapprezzo perché o non lavoravo ancora o perché, quando un lavoro l’ho trovato, il mio contributo è stato sempre costante, non ritenendo dunque di dare più di quanto ancora oggi possa permettermi. Ma so che molti hanno risposto ai vostri appelli e hanno comprato per esempio le copie a 50mila lire, non comprandolo più. Per me questo è il punto che non è stato abbastanza sottolineato nel dibattito odierno: la qualità del lettore.
Una domanda: se sono tanti quelli che apprezzano il lavoro de manifesto, perché non lo comprano e se lo comprano perché non lo leggono? Pensate che Liberazione avrebbe fatto la fine che ha fatto se i militanti di Rifondazione avessero fatto il loro dovere? Eppure erano in tanti. Ai tempi belli, si dice, erano più di 80mila iscritti.
La parabola di quel giornale e di quel partito la dice lunga sul percorso collettivo e individuale che ha devastato ogni senso di solidarietà. Lo stesso discorso si può applicare al manifesto: per tanti simpatizzanti pochi sono stati disposti a sostenerlo quotidianamente e non c’entra nulla se ha o non ha una linea: in queste condizioni di frammentazione della sinistra, tutti avrebbero dovuto capire che un giornale integralmente di sinistra nonostante i suoi supposti limiti o punti di vista altalenanti era una voce necessaria. Continuerò a comprare e a leggere laicamente il Vostro giornale fino all’ultimo respiro. .
Giuseppe Pappalardo, Salerno

 
«Quotidiano comunista». Ma anche no!
Caro Manifesto, ti compro, con una certa regolarità, dalla gestione Barenghi. Dico subito una cosa che farà imbestialire molti. Per me sei un buon giornale, non mi sono mai soffermato sul «quotidiano comunista», per cui se da domani vuoi mettere «quotidiano numismatico e filatelico», fai pure. Se andrai in pensione, dopo il 31 dicembre, sarò molto rammaricato, ma non vedo un suicidio ideologico. Si evidenziano però all’interno scontri continui, e rancori reciproci. Non è un bel modo per andare avanti! Ti auguro, caro manifesto, con tutto il cuore, di superare problemi economici e gestionali, e di avere ancora voglia di stare dalla parte del torto.
Fabrizio Cotti, San Giovanni in Persiceto (BO)
 
è come una persona cara
Leggo tutti i giorni questo giornale da quando ero in quarta ginnasio, quaranta anni fa. Credo di esservi abbonato ininterrottamente da almeno trent’anni; mi sono svenato tutte le volte (tutte!) che ha chiesto soldi; l’ultima volta, dopo l’amministrazione controllata, ho messo su una cena con cui abbiamo tirato su 2mila euri coi quali abbiamo regalato tredici abbonamenti.
Leggerlo è un po’ un fatto affettivo, come stare con una persona cara che ti accompagna da una vita, ma è soprattutto un’esigenza cruciale: anch’io formo ormai le mie opinioni copiando e incollando mentalmente i pezzi più significativi di sei-sette giornali online di quattro paesi diversi, ma pur con tutti i suoi limiti e le sue carenze «il manifesto» è la coerente cornice mattutina che mi è indispensabile per dare ordine al mondo.
Ritengo ci sia un cruciale bisogno di sinistra, tanto più quanto la sinistra è debole, poco rappresentata, frammentata, depressa, confusa.
Cos’è, però, una sinistra senza informazione, senza formazione, senza progetti editoriali, senza strumenti di comunicazione?
Il web è strategico, individualmente e collettivamente - lo sappiamo benissimo - ma non può bastare, non costruisce progetto, non costruisce formazione duratura. Costruisce più spesso vampate episodiche oppure mostri politici alla Grillo («and the people bowed and prayed / to the neon god they made», cantava fin troppo profeticamente Paul Simon ormai cinquant’anni fa).
Se vogliamo allora continuare a far vivere questo progetto e questa speranza che è il manifesto senza fargli fare la triste fine di Liberation mi pare servano sia uno sforzo dal basso, sia una presa in carico dal centro. Mi pare insomma che redazione e direzione dovrebbero finalmente - se possibile - cercare di «dirigere il traffico», cioè andare oltre l’unica, eterna indicazione di rastrellare quattrini offrendo al contrario strumenti per costruire una rete di base ampia, radicata nelle città, nei luoghi di lavoro, nei movimenti, perché l’ultima voce collettiva importante della sinistra rimanga in piedi e fruttifichi ancora e a lungo. Non un movimento politico, intendo, ma un progetto informativo reticolare (quante volte negli ultimi vent’anni, sempre inascoltato, Pietro Ingrao ci ha invitato a fare proprio questo?).
Chiedo troppo? Se l’idea è invece quella di trovare un «mecenate» e continuare a gestire l’ordinario magari con qualche fastidioso condizionamento in più, sarà difficile - se non impossibile - chiedere nuovamente soldi e fiammate di passione ai lettori e ai sostenitori. E a quel punto sarà davvero la fine di una storia.
Luigi Piccioni, Pisa
 
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