sabato 16 febbraio 2013
27 ottobre 2012
Un giornale
da combattimento,
in mare aperto
Sergio Sinigaglia
Credo che se il confronto su «che cosa è il manifesto» ( e cosa dovrebbe essere) si incentra tra chi vorrebbe un giornale di «partito» o di «parte» e chi invece rivendica la necessità di un quotidiano plurale e aperto non andiamo da nessuna parte. Soprattutto chi è esterno alla redazione ritengo abbia difficoltà a capire i termini della discussione e delle divisioni interne a chi il giornale lo fa.
Penso che l'attuale direzione abbia avuto l'indubbio merito di aprire il manifesto a collaborazioni, contributi, assenti fino a non molto tempo fa. Tanto per non fare nomi le riflessioni, le analisi di Guido Viale o la narrazione sociale e culturale di Franco Arminio sono sicuramente uno stimolo, al di là di come la si pensi, per tutti coloro che leggono il manifesto. Detto questo, però, è indubbio che la fase storica che stiamo vivendo impone un salto di qualità. Per quanto mi riguarda ciò significherebbe «navigare in mare aperto» e nello stesso tempo porsi come giornale da «combattimento». Provo a spiegare il primo concetto con un esempio. Nel 2010 nelle Marche un circuito di soggetti attivi nel territorio, in particolare nelle battaglie ambientaliste, decise di appoggiare la candidatura alle regionali di Massimo Rossi. Allora Massimo era un borderline della politica. Era sì di Rifondazione, per la quale aveva ricoperto ruoli istituzionali, ma per tanti era colui che aveva promosso il bilancio partecipato quando era sindaco di Grottammare, quello che senza esitazioni era sempre stato dentro i movimenti sociali. All'affollata prima riunione del «comitato elettorale», tenutasi ad Ancona, si presentò un giovane proveniente dalla zona di Fermo. Faceva parte di uno di quei numerosi comitati che anche nelle Marche si sono battuti, e si battono tuttora, contro i vari progetti distruttivi dell'ambiente e dei territori. Disse candidamente di votare per il centrodestra, ma di riconoscersi nelle battaglie condotte da Rossi, per cui non aveva nessun problema a dare una mano per la campagna elettorale. Il nostro amico non era di «sinistra», ma non aveva dubbi da che parte stare. Faccio questo esempio, ne potrei fare molti altri, per sottolineare come oggi ci sarebbe bisogno di un giornale che si rivolgesse non solo ad una parte, ma che esprimesse contenuti, affrontasse tematiche capaci di «catturare» anche persone lontane dalla «sinistra». Continuare a coltivare il proprio orticello, proseguire a rapportarsi ad un'area di lettori scontata, spesso «conservatrice», inevitabilmente ci conduce a vendere poche migliaia di copie. Questo non significa «annacquare» i contenuti. Anzi. E vengo al giornale da «combattimento».
Pur nella frammentazione sociale diffusa, nella disperazione che colpisce tante persone, in un Paese indifferente, nei fatti, a chi si dà fuoco perché senza lavoro, esistono nei territori forme di resistenza, di conflitto sociale, o esperienze di altra economia che non trovano la possibilità di essere valorizzate, non hanno voce, perché soffocate dal conformismo imperante, da una «informazione» di regime. Dare loro visibilità, valorizzare i loro percorsi, sarebbe oggi una delle priorità che in giornale controcorrente dovrebbe porsi. A questo andrebbe abbinato un lavoro serio di indagine sociale che in parte è presente nel giornale, ma è troppo episodico, non ha un filo conduttore.
Per esempio non sarebbe male fare un viaggio nel Movimento 5 stelle» cioè di quella cosa strana che si appresta, probabilmente, a prendere una valanga di voti. Queste sollecitazioni non sono nuove. In questi anni, magari con proposte diverse, sono state formulate da collaboratori, circoli, semplici lettori. Averle in gran parte ignorate (vogliamo parlare di come il manifesto si rapportò inizialmente al movimento altermondialista?), penso sia la ragione principale della situazione attuale.
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