
Como, simbolo
del crollo di Berlusconi
MICHELE DONEGANA VALERIO PEVERELLI - il manifesto 06.05.2012
A Como 16 candidati sindaco, 24 liste, oltre 700 candidati consiglieri per i 32 scranni a Palazzo Cernezzi sede del governo di una città di soli 84.000 abitanti. Bastano questo a sottolineare la crisi che attanaglia una delle roccaforti del centrodestra. Si tratta di una sfida squisitamente locale, ma, a nostro avviso, non priva di importanza nazionale, esemplare per le condizioni della destra nel nord Italia.
Il centro destra governa la città dal 1994, quattro mandati consecutivi in cui ha vinto sempre al primo turno, anche quando la Lega o l'Udc non erano parte della coalizione. Il centrodestra comasco è riuscito a vincere, facilmente, anche in condizioni di evidente mal governo e dopo essersi reso colpevole di scandali o di vicende orribili. Quello che è stata definita da alcuni «il Mugello della destra» vede ora, come a livello nazionale, uno scompaginamento del sacro patto fra Forza Italia e Alleanza nazionale con la stampella della Lega Nord, storicamente debole nel capoluogo lariano.
La fine del secondo mandato della giunta del ciellino Stefano Bruni è stata travolta, oltre che dalla crisi del Pdl a livello nazionale, anche dalla letteralmente disastrosa gestione della città. Per dieci anni il bilancio comunale è stato sorretto grazie alla cementificazione del territorio, alle monetizzazioni degli oneri di urbanizzazione, alla vendita dei «gioielli di famiglia», dalle quote della Serravalle alla municipalizzata, quotata in borsa, Acsm, ora unitasi ad Agam di Monza. Un tasto dolente è poi quello delle «grandi opere», incominciate e mai finite. Parliamo dell'Area ex Ticosa, una delle più grandi fabbriche tessili italiane, dismessa all'inizio degli anni '80 e da allora in uno stato di degrado ai margini del centro storico, del vecchio Ospedale S. Anna, appena sostituito (non senza polemiche) da una nuova struttura e il cui destino è in forse tra riqualificazione e speculazione edilizia. Ma soprattutto parliamo del lungolago, violentato da una faraonica colata di cemento, le paratie, un muraglione orribile che dovrebbe impedire le esondazioni del Lario, ma ormai trasformato un cantiere infinito.
Infine non va dimenticata la gestione al limite del legale (e talvolta oltre, come dimostrerebbero alcuni processi in corso) imposta da uomini vicini a Cl e dalla compagnia delle opere alle municipalizzate e al sociale. Si è trattato di una vera occupazione dei consigli d'amministrazione, con manovre poco limpide che hanno portato sull'orlo del fallimento uno dei vanti del passato, la Ca' d'Industria, secolare struttura per anziani, un tempo modello nazionale oggi assediata dai debiti.
Il rapporto tra la Compagnia delle Opere, le fondazioni locali legate a Cl e i settori egemoni del Pdl sono uno dei cardini del sistema di potere lombardo e una delle tradizionali forme di organizzazione del consenso.In effetti questo superprotagonismo di Comunione e liberazione in Lombardia (e in particolare a Como, con il sindaco Bruni legatissimo a Formigoni) è diventato un elemento nodale nella crisi del centrodestra.
Cl ha occupato tutto quello che poteva occupare, formando un patto di ferro cittadino con gli ex An ed escludendo le altre componenti del PdL dalla «spartizione» delle poltrone, ma soprattutto ha iniziato a controllare, con l'aiuto delle ultime due amministrazioni, tutti gli spazi possibili del terzo settore. Questo ha provocato sia una rottura insanabile all'interno della fu Forza Italia tra laici e ciellini/ex An, sia un rinnovato fastidio da parte di ampi settori, anche e soprattutto cattolici, che si vedevano sempre più marginalizzati.
Con queste premesse a Como le differenti anime del Pdl si scontravano già prima della crisi fra Fini e Berlusconi. Una situazione magmatica che ha visto molti consiglieri ex Pdl e Lega confluire in un unico gruppo «Forza Como Autonomia Liberale». Una situazione ulteriormente complicata dalla nascita di Fli.
Infine, sfiorando il ridicolo, abbiamo la posizione del Carroccio, che, mentre sedeva in giunta, stampava manifesti contro alcune delle opere più controverse di quell'amministrazione, a cominciare dalle impopolari paratie sul lungo lago. Il Pdl in crisi ha organizzato, primo caso in Italia, delle primarie interne per determinare quale sarebbe stato il candidato sindaco. Dovevano essere l'occasione del riscatto e della mobilitazione, oltre che un esperimento pilota per il centrodestra a livello nazionale. Si sono rivelate invece una lotta senza esclusione di colpi, anche molto bassi, violenta e disgregatrice per il partito stesso.
I candidati si sono presto ridotti a due: il «liberal» Sergio Gaddi contro la ciellina Laura Bordoli (appoggiata dall'ex sindaco Bruni e dal deus ex machina del Pdl comasco, il senatore ex An Alessio Butti). La Bordoli è riuscita a vincere e Gaddi, persa la partita, ha deciso di candidarsi comunque a sindaco - pare dopo una consultazione con Berlusconi - con una nuova formazione: «Forza Cambia Como». Il fallimento del centro destra comasco ha contagiato anche la Lega. Il Carroccio si presenta da solo con Alberto Mascetti, ma si è spezzato ma anche un suo fuoriuscito, Emanuele Lionetti, si è candidato sindaco con una propria lista.
Oltre ai soliti impresentabili candidati de La Destra e Forza Nuova, ai candidati dell'Udc David D'Ambrosio e al grillino Luca Ceruti, è un proliferare di liste centriste: una del calciatore Pietro Vierchowod, una del notaio Francesco Peronese e, per ultima, quella di Mario Molteni.
Nel centrosinistra Mario Lucini (anche lui uomo di centro) è sostenuto da Pd, Idv, Sel e liste civiche, mentre la Fds e i Verdi si presentano separati sotto la sigle «Sinistra per Como» e «ecologisti e reti civiche». Non pensiamo di assistere alla fine del trentennio conservatore sul Lario solo per questa esplosione di liste. Però questa devastazione interna del centrodestra permette, per la prima volta, di giocare una vera partita anche nelle sue fortezze, con esiti interessanti, imprevedibili e, forse, veri segnali di cambiamento.
Il centro destra governa la città dal 1994, quattro mandati consecutivi in cui ha vinto sempre al primo turno, anche quando la Lega o l'Udc non erano parte della coalizione. Il centrodestra comasco è riuscito a vincere, facilmente, anche in condizioni di evidente mal governo e dopo essersi reso colpevole di scandali o di vicende orribili. Quello che è stata definita da alcuni «il Mugello della destra» vede ora, come a livello nazionale, uno scompaginamento del sacro patto fra Forza Italia e Alleanza nazionale con la stampella della Lega Nord, storicamente debole nel capoluogo lariano.
La fine del secondo mandato della giunta del ciellino Stefano Bruni è stata travolta, oltre che dalla crisi del Pdl a livello nazionale, anche dalla letteralmente disastrosa gestione della città. Per dieci anni il bilancio comunale è stato sorretto grazie alla cementificazione del territorio, alle monetizzazioni degli oneri di urbanizzazione, alla vendita dei «gioielli di famiglia», dalle quote della Serravalle alla municipalizzata, quotata in borsa, Acsm, ora unitasi ad Agam di Monza. Un tasto dolente è poi quello delle «grandi opere», incominciate e mai finite. Parliamo dell'Area ex Ticosa, una delle più grandi fabbriche tessili italiane, dismessa all'inizio degli anni '80 e da allora in uno stato di degrado ai margini del centro storico, del vecchio Ospedale S. Anna, appena sostituito (non senza polemiche) da una nuova struttura e il cui destino è in forse tra riqualificazione e speculazione edilizia. Ma soprattutto parliamo del lungolago, violentato da una faraonica colata di cemento, le paratie, un muraglione orribile che dovrebbe impedire le esondazioni del Lario, ma ormai trasformato un cantiere infinito.
Infine non va dimenticata la gestione al limite del legale (e talvolta oltre, come dimostrerebbero alcuni processi in corso) imposta da uomini vicini a Cl e dalla compagnia delle opere alle municipalizzate e al sociale. Si è trattato di una vera occupazione dei consigli d'amministrazione, con manovre poco limpide che hanno portato sull'orlo del fallimento uno dei vanti del passato, la Ca' d'Industria, secolare struttura per anziani, un tempo modello nazionale oggi assediata dai debiti.
Il rapporto tra la Compagnia delle Opere, le fondazioni locali legate a Cl e i settori egemoni del Pdl sono uno dei cardini del sistema di potere lombardo e una delle tradizionali forme di organizzazione del consenso.In effetti questo superprotagonismo di Comunione e liberazione in Lombardia (e in particolare a Como, con il sindaco Bruni legatissimo a Formigoni) è diventato un elemento nodale nella crisi del centrodestra.
Cl ha occupato tutto quello che poteva occupare, formando un patto di ferro cittadino con gli ex An ed escludendo le altre componenti del PdL dalla «spartizione» delle poltrone, ma soprattutto ha iniziato a controllare, con l'aiuto delle ultime due amministrazioni, tutti gli spazi possibili del terzo settore. Questo ha provocato sia una rottura insanabile all'interno della fu Forza Italia tra laici e ciellini/ex An, sia un rinnovato fastidio da parte di ampi settori, anche e soprattutto cattolici, che si vedevano sempre più marginalizzati.
Con queste premesse a Como le differenti anime del Pdl si scontravano già prima della crisi fra Fini e Berlusconi. Una situazione magmatica che ha visto molti consiglieri ex Pdl e Lega confluire in un unico gruppo «Forza Como Autonomia Liberale». Una situazione ulteriormente complicata dalla nascita di Fli.
Infine, sfiorando il ridicolo, abbiamo la posizione del Carroccio, che, mentre sedeva in giunta, stampava manifesti contro alcune delle opere più controverse di quell'amministrazione, a cominciare dalle impopolari paratie sul lungo lago. Il Pdl in crisi ha organizzato, primo caso in Italia, delle primarie interne per determinare quale sarebbe stato il candidato sindaco. Dovevano essere l'occasione del riscatto e della mobilitazione, oltre che un esperimento pilota per il centrodestra a livello nazionale. Si sono rivelate invece una lotta senza esclusione di colpi, anche molto bassi, violenta e disgregatrice per il partito stesso.
I candidati si sono presto ridotti a due: il «liberal» Sergio Gaddi contro la ciellina Laura Bordoli (appoggiata dall'ex sindaco Bruni e dal deus ex machina del Pdl comasco, il senatore ex An Alessio Butti). La Bordoli è riuscita a vincere e Gaddi, persa la partita, ha deciso di candidarsi comunque a sindaco - pare dopo una consultazione con Berlusconi - con una nuova formazione: «Forza Cambia Como». Il fallimento del centro destra comasco ha contagiato anche la Lega. Il Carroccio si presenta da solo con Alberto Mascetti, ma si è spezzato ma anche un suo fuoriuscito, Emanuele Lionetti, si è candidato sindaco con una propria lista.
Oltre ai soliti impresentabili candidati de La Destra e Forza Nuova, ai candidati dell'Udc David D'Ambrosio e al grillino Luca Ceruti, è un proliferare di liste centriste: una del calciatore Pietro Vierchowod, una del notaio Francesco Peronese e, per ultima, quella di Mario Molteni.
Nel centrosinistra Mario Lucini (anche lui uomo di centro) è sostenuto da Pd, Idv, Sel e liste civiche, mentre la Fds e i Verdi si presentano separati sotto la sigle «Sinistra per Como» e «ecologisti e reti civiche». Non pensiamo di assistere alla fine del trentennio conservatore sul Lario solo per questa esplosione di liste. Però questa devastazione interna del centrodestra permette, per la prima volta, di giocare una vera partita anche nelle sue fortezze, con esiti interessanti, imprevedibili e, forse, veri segnali di cambiamento.





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