
Aria di rinnovamento,
la scommessa di Doria
Alessandra Fava - il manifesto 05.05.2012
«Non accontentiamoci del grigio ridipinto di arancione»: dice in uno spot il senatore Enrico Musso, aspirante sindaco di una lista civica appoggiata da Udc, alludendo ai colori della «primavera» scelti dal candidato uscito dalle primarie del centro-sinistra Marco Doria. «Dietro Doria c'è il vecchio Pd», va ripetendo il leghista Edoardo Rixi che corre anche lui per la poltrona di palazzo Tursi. Ma anche Pierluigi Vinai, sindaco in pectore per il Pdl secondo Claudio Scajola, invita al cambiamento. Se c'è una cosa che accomuna i candidati di destra, compresa Susy De Martini de la Destra, è che ce l'hanno con Doria.
Primo, perché è una faccia nuova della politica italiana e genovese, secondo perché piace, terzo perché vincerà al primo turno o al ballottaggio. Quindi tutti cavalcano l'onda del rinnovamento, del cambio della guardia rispetto ai comunisti che governerebbero la città da sessant'anni (ignorando un paio di giunte civiche più che partitiche) ma lo spauracchio è lui: il professore universitario sceso in politica, il figlio di un principe ribattezzato chissà perché marchese, rosso comunque e diseredato dal padre per aver aderito al partito comunista nel dopoguerra. Marco eredita anche il fascino delle battaglie paterne. È taciturno, è serio, è preparato, non parla politichese ed è riuscito a mettere insieme Federazione della sinistra, Partito socialista italiano, Idv, Partito democratico e Sel, anche se le divisioni si leggono nelle otto liste elettorali a suo sostegno. Doria dice da subito che non farà un secondo mandato, dice che la politica è un bene comune come l'acqua e il verde, ricchezze sociali da tutelare. Dalla sua è riuscito a portare una fetta di borghesia genovese, una fetta di imprenditori stanchi delle lotte intestine nel Pd tra Claudio Burlando in Regione e Marta Vincenzi in Comune e molti giovani che chiedono alla politica trasparenza. Anche l'editore di Primocanale, Maurizio Rossi, notoriamente conservatore, in uno sfogo sul dibattito saltato mercoledì sera a Palazzo ducale a causa del pressing rumoroso dei sette candidati minoritari che peraltro avevano già avuto ampio spazio la sera prima in tv, ha fatto quasi endorsement dichiarando che «tutti sanno che c'è uno che vince al primo turno o al massimo al ballottaggio». È Marco Doria.
L'unica minaccia per lui restano gli indecisi e l'antipolitica con i leghisti che dopo gli scandali degli investimenti africani, Belsito e la laurea a pagamento di Bossi jr., potrebbero virare su Paolo Putti, la scelta ambientalista del Movimento 5 stelle, anziché votare il loro candidato Edoardo Rixi. Alla sfida per un'eventuale ballottaggio si iscrivono anche Enrico Musso, senatore del Pdl poi migrato al gruppo misto dopo gli scandali sessuali dell'ex premier, e Pierluigi Vinai, Opus Dei e vicepresidente della Fondazione Carige (carica dalla quale si è autosospeso per le elezioni) che si sono lanciati qualche frecciata rinfacciandosi la pesante eredità del Pdl. Ma a parte il sussulto del dibattito saltato al Ducale, la campagna elettorale genovese è stata piuttosto tranquilla. Temi dominanti dei dodici candidati (tredicesimo Doria): criticare Doria, sganciarsi dal governo Monti, negare l'utilità dell'Imu pur sapendo che le casse comunali sono a secco e fare a gara a chi è il volto più nuovo. Con Rixi che tentava di schivare lo scandalo Belsito (linea comune: ha rubato alla Lega mica ai cittadini) e insieme a «la Lega è contro l'Imu», ha promesso l'eliminazione di Equitalia e il ritorno della riscossione delle tasse a palazzo Tursi.
I genovesi più distratti in giro hanno visto solo dei faccioni, che per un certo periodo si mescolavano al primo piano di Crozza nel suo tour italiano: Doria in grigio e arancio con il «mi piace» logato dal web, Vinai contro l'Imu, Musso con libertà e un indovinello sui bus «secondo voi Doria aumenterà le casse, le basse, le tasse?».
Ieri ultimo giro di valzer con Doria a piazza Matteotti in compagnia del segretario del Pd Pierluigi Bersani, presenti anche la sindaco uscente Marta Vincenzi e la senatrice Roberta Pilotti, entrambe sconfitte alle primarie genovesi dall'indipendente sostenuto da Sel. «Il rilancio del centrosinistra deve partire da questa città. Credo che la Genova democratica, progressista e civica, darà un bel segnale - ha presagito Bersani - In queste ore c'è un appuntamento anche europeo e il voto di Genova e degli altri comuni italiani si inquadra in quel contesto. In Italia votano 10 milioni di persone, ma si vota anche in Francia, in Grecia, in Serbia e in due lander tedeschi».
Vinai ha chiuso a piazza Piccapietra, Musso era alle prese con nove comizi nei nove municipi e De Martini a raccogliere firme per una petizione popolare contro l'Imu sulla prima casa.
Finalmente lunedì lo spoglio decreterà: quanto ha raccolto Doria con la una campagna elettorale di quattro mesi; quanto conta ancora Forza Italia a Genova e se parteggia per il clericale Vinai o per il liberal Musso e quanto effettivamente raccoglie il Movimento cinque stelle in una città che non ha mai incensato Beppe Grillo più di tanto.
Primo, perché è una faccia nuova della politica italiana e genovese, secondo perché piace, terzo perché vincerà al primo turno o al ballottaggio. Quindi tutti cavalcano l'onda del rinnovamento, del cambio della guardia rispetto ai comunisti che governerebbero la città da sessant'anni (ignorando un paio di giunte civiche più che partitiche) ma lo spauracchio è lui: il professore universitario sceso in politica, il figlio di un principe ribattezzato chissà perché marchese, rosso comunque e diseredato dal padre per aver aderito al partito comunista nel dopoguerra. Marco eredita anche il fascino delle battaglie paterne. È taciturno, è serio, è preparato, non parla politichese ed è riuscito a mettere insieme Federazione della sinistra, Partito socialista italiano, Idv, Partito democratico e Sel, anche se le divisioni si leggono nelle otto liste elettorali a suo sostegno. Doria dice da subito che non farà un secondo mandato, dice che la politica è un bene comune come l'acqua e il verde, ricchezze sociali da tutelare. Dalla sua è riuscito a portare una fetta di borghesia genovese, una fetta di imprenditori stanchi delle lotte intestine nel Pd tra Claudio Burlando in Regione e Marta Vincenzi in Comune e molti giovani che chiedono alla politica trasparenza. Anche l'editore di Primocanale, Maurizio Rossi, notoriamente conservatore, in uno sfogo sul dibattito saltato mercoledì sera a Palazzo ducale a causa del pressing rumoroso dei sette candidati minoritari che peraltro avevano già avuto ampio spazio la sera prima in tv, ha fatto quasi endorsement dichiarando che «tutti sanno che c'è uno che vince al primo turno o al massimo al ballottaggio». È Marco Doria.
L'unica minaccia per lui restano gli indecisi e l'antipolitica con i leghisti che dopo gli scandali degli investimenti africani, Belsito e la laurea a pagamento di Bossi jr., potrebbero virare su Paolo Putti, la scelta ambientalista del Movimento 5 stelle, anziché votare il loro candidato Edoardo Rixi. Alla sfida per un'eventuale ballottaggio si iscrivono anche Enrico Musso, senatore del Pdl poi migrato al gruppo misto dopo gli scandali sessuali dell'ex premier, e Pierluigi Vinai, Opus Dei e vicepresidente della Fondazione Carige (carica dalla quale si è autosospeso per le elezioni) che si sono lanciati qualche frecciata rinfacciandosi la pesante eredità del Pdl. Ma a parte il sussulto del dibattito saltato al Ducale, la campagna elettorale genovese è stata piuttosto tranquilla. Temi dominanti dei dodici candidati (tredicesimo Doria): criticare Doria, sganciarsi dal governo Monti, negare l'utilità dell'Imu pur sapendo che le casse comunali sono a secco e fare a gara a chi è il volto più nuovo. Con Rixi che tentava di schivare lo scandalo Belsito (linea comune: ha rubato alla Lega mica ai cittadini) e insieme a «la Lega è contro l'Imu», ha promesso l'eliminazione di Equitalia e il ritorno della riscossione delle tasse a palazzo Tursi.
I genovesi più distratti in giro hanno visto solo dei faccioni, che per un certo periodo si mescolavano al primo piano di Crozza nel suo tour italiano: Doria in grigio e arancio con il «mi piace» logato dal web, Vinai contro l'Imu, Musso con libertà e un indovinello sui bus «secondo voi Doria aumenterà le casse, le basse, le tasse?».
Ieri ultimo giro di valzer con Doria a piazza Matteotti in compagnia del segretario del Pd Pierluigi Bersani, presenti anche la sindaco uscente Marta Vincenzi e la senatrice Roberta Pilotti, entrambe sconfitte alle primarie genovesi dall'indipendente sostenuto da Sel. «Il rilancio del centrosinistra deve partire da questa città. Credo che la Genova democratica, progressista e civica, darà un bel segnale - ha presagito Bersani - In queste ore c'è un appuntamento anche europeo e il voto di Genova e degli altri comuni italiani si inquadra in quel contesto. In Italia votano 10 milioni di persone, ma si vota anche in Francia, in Grecia, in Serbia e in due lander tedeschi».
Vinai ha chiuso a piazza Piccapietra, Musso era alle prese con nove comizi nei nove municipi e De Martini a raccogliere firme per una petizione popolare contro l'Imu sulla prima casa.
Finalmente lunedì lo spoglio decreterà: quanto ha raccolto Doria con la una campagna elettorale di quattro mesi; quanto conta ancora Forza Italia a Genova e se parteggia per il clericale Vinai o per il liberal Musso e quanto effettivamente raccoglie il Movimento cinque stelle in una città che non ha mai incensato Beppe Grillo più di tanto.





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