
Tutti divisi
verso il ballottaggio
Massimo Giannetti - il manifesto 04.02.2012
Il primo round di questa stressante campagna elettorale volge finalmente al termine. Salvo clamorose sorprese, si andrà al ballottaggio. Ma chi saranno gli sfidanti del secondo turno? L'attesa dei risultati, lunedì sera, è al cardiopalma. I riflettori sono accesi su vari fronti, ma principalmente puntati sullo scontro interno al centrosinistra, prima lacerato dalle primarie di marzo e ora in guerra aperta contro se stesso: diviso tra Leoluca Orlando, sostenuto da Idv, Fed e Verdi, e Fabrizio Ferrandelli, che ha invece dalla sua parte Pd, Sel e una lista civica.
I due si azzannano dalla mattina alla sera a suon di comunicati e dichiarazioni al cianuro, si dicono entrambi sicuri di vincere ma si inseguono nei mercati e nelle piazze, sembrano il gatto e la volpe, si marcano stretti. Orlando, che il sindaco lo sa fare - questo lo slogan stampato nei manifesti accanto alla sua immagine ringiovanita di vent'anni - ha puntato tutto sul proprio passato, sui ricordi di una primavera molto lontana che però continua a fare presa. Ferrandelli, 31 anni, spera invece sulla suggestione del nuovo, dell'Amunì, Palermo (andiamo oltre).
Qualche sondaggio profetizza perfino che sarebbero loro due i candidati che al ballottaggio potrebbero contendersi le sorti della città più berlusconiana d'Italia. A pensarci bene non sarebbe neanche un'ipotesi strampalata dopo gli ultimi dieci anni di malgoverno di centrodestra, ma sia l'uno che l'altro devono fare i conti proprio con quel centrodestra, anch'esso diviso, così come lo è il cosiddetto Terzo Polo (mollato dall'Udc di Casini) che solo un paio di mesi fa veniva dato quasi per spacciato ma che alla vigilia del voto, proprio grazie alle divisioni personalistiche del centrosinistra, sembra rianimato, tornato sulla breccia.
Il candidato sindaco del quartetto Alfano-Casini-Micciché-Storace non è un granché. Si chiama Massimo Costa, anche lui trentenne come Ferrandelli, dice che vuole «salvare Palermo dai peccati e dai peccatori» e quando parla fa tremare i suoi stessi sostenitori («speriamo che non dica altre minchiate» è la frase più ricorrente). L'altro giorno dal palco del Teatro Politeama strapieno, Massimo Costa, ex presidente regionale del Coni, appassionato di arti marziali, tra citazioni filosofiche e richiami «ai valori universali», ha parlato di «una Palermo da ricostruire perché in questi anni Cammarata - dobbiamo dircelo - non ha dato una bella prova. Il comune è al dissesto finanziario con un buco 562 milioni di euro e noi dobbiamo dare tutti l'esempio per ridurre i costi della politica. Io da sindaco sarò il primo a farlo: niente auto blu e uno stipendio non superiore ai duemila euro». Costa, detto «il fighetto» si esercita insomma a fare la parte del «rivoluzionario che vuole rompere con il passato», ma il suo è un esercizio acrobatico che fa a cazzotti con la squadra che ha al seguito, piena zeppa di ex consiglieri e assessori delle giunte del disastro palermitano.
L'atmosfera al Teatro Politeama, tra sventolii di bandiere, balletti e video alla «Palermo viva, viva Palermo», era alquanto surreale. Angelino Alfano, segretario nazionale del Pdl, era seduto in prima fila, accanto al suo «parente serpente» Gianfranco Micciché, fondatore di Forza Italia e ora di Grande Sud. Bastava guardarlo negli occhi per capire il suo imbarazzo nel sentire contemporaneamente il Costa filo Pdl e il Costa anti Pdl. Ma i big del centrodestra, orfani di Berslusconi, fanno buon viso a cattivo gioco. Che Massimo Costa non abbia un grande appeal lo sanno tutti e lo dice apertamente anche Micciché, spronandolo però ad «andare di più in giro nei quartieri e a tagliarsi i capelli, perché l'estetica in politica conta molto. Segui l'esempio di Berlusconi - gli suggerisce - era rimasto senza capelli e quando decise di scendere in campo se li fece rimettere...».
Al Teatro Politeama era stata annunciata da giorni anche la presenza di Pierferdinando Casini, ma Pierfurbi, temendo probabilmente ricami velenosi «sull'anomala alleanza» di cui fa parte, alla kermesse della coalizione non si è presentato. È sceso a Palermo tre giorni dopo, per caldeggiare comunque «la discontinuità di Costa con il passato» paragonandolo, tra uno sfottò e l'altro, addirittura al «Mario Monti che serve a Palermo».
Il Pid di Saverio Romano - ex Udc erede di Totò Cuffaro - lancia a sindaco Marianna Caronia, ex Forza Italia, ex Mpa ed ex vicesindaco di Cammarata. In molti sostengono che potrebbe prendere parecchi voti e che abbia stretto un patto con Costa: chi supera il primo turno si prende i voti dell'altro al secondo.
L'incubo che però attraversa un po' tutti gli schieramenti - anche a causa della fortissima frammentazione con 11 candidati a sindaco e più di 1.300 al consiglio comunale - si chiama voto disgiunto, temuto in particolare dal Pdl, il cui candidato, data appunto la statura poco apprezzata, potrebbe ottenere un risultato molto inferiore a quello della coalizione che lo sostiene. In questo caso il voto in libertà potrebbe favorire sopratutto Orlando, sul cui nome convergeranno sicuramente le preferenze che gli stanno indirizzando pubblicamente esponenti di altri schieramenti. Tra questi il più noto è Francesco Musotto, capogruppo dell'Mpa all'Ars, ma sulla stessa linea si sta muovendo anche un certo Pippo Enea, ex assessore di Cammarata, pezzo forte dell'Udc cuffariano, passato anche lui con il Pid di Romano per il quale è candidato al consiglio comunale. Enea non gradisce Caronia e non ne fa mistero, tant'e che nei suoi volantini sponsorizza se stesso al consiglio comunale e Orlando a primo cittadino.
Alessandrò Aricò, è forse un altro dei papabili al ballottaggio. Ex An, già assessore alle municipalizzate, è candidato di Fli, Mpa e Api. Stando all'ipotetico peso dei partiti che lo appoggiano non avrebbe molte chance per il ballottaggio, ma ha dietro di sé il più grosso esercito di candidati al consiglio comunale. Le liste che lo appoggiano sono ben sei e una di queste, piena di medici (lobby potentissima) porta direttamente il nome dell'assessore regionale alla sanità Massimo Russo, ex magistrato antimafia passato alla corte di Raffaele Lombardo, di cui potrebbe essere anche il successore alle elezioni regionali anticipate del prossimo autunno, qualora Lombardo, sotto inchiesta per fatti di mafia, venisse nel frattempo condannato. Anche Aricò potrebbe essere uno snodo importante per la scelta del futuro sindaco. Se lunedì sera non supererà la soglia del 25%, ritenuta necessaria per poter ambire al secondo turno, verso chi indirizzerà il proprio bottino? L'altro giorno, alla presenza di Gianfranco Fini, ha attaccato duramente «il sindaco della falsa primavera che si è ricandidato contro il risultato delle primarie del centrosinistra». È una indicazione indiretta a favore di Ferrandelli? Probabile. Di sicuro la stoccata a Orlando è stata apprezzata dal Pd filo governativo che alla regione vorrebbe proseguire l'alleanza proprio con Fli e l'Mpa di Lombardo.
I due si azzannano dalla mattina alla sera a suon di comunicati e dichiarazioni al cianuro, si dicono entrambi sicuri di vincere ma si inseguono nei mercati e nelle piazze, sembrano il gatto e la volpe, si marcano stretti. Orlando, che il sindaco lo sa fare - questo lo slogan stampato nei manifesti accanto alla sua immagine ringiovanita di vent'anni - ha puntato tutto sul proprio passato, sui ricordi di una primavera molto lontana che però continua a fare presa. Ferrandelli, 31 anni, spera invece sulla suggestione del nuovo, dell'Amunì, Palermo (andiamo oltre).
Qualche sondaggio profetizza perfino che sarebbero loro due i candidati che al ballottaggio potrebbero contendersi le sorti della città più berlusconiana d'Italia. A pensarci bene non sarebbe neanche un'ipotesi strampalata dopo gli ultimi dieci anni di malgoverno di centrodestra, ma sia l'uno che l'altro devono fare i conti proprio con quel centrodestra, anch'esso diviso, così come lo è il cosiddetto Terzo Polo (mollato dall'Udc di Casini) che solo un paio di mesi fa veniva dato quasi per spacciato ma che alla vigilia del voto, proprio grazie alle divisioni personalistiche del centrosinistra, sembra rianimato, tornato sulla breccia.
Il candidato sindaco del quartetto Alfano-Casini-Micciché-Storace non è un granché. Si chiama Massimo Costa, anche lui trentenne come Ferrandelli, dice che vuole «salvare Palermo dai peccati e dai peccatori» e quando parla fa tremare i suoi stessi sostenitori («speriamo che non dica altre minchiate» è la frase più ricorrente). L'altro giorno dal palco del Teatro Politeama strapieno, Massimo Costa, ex presidente regionale del Coni, appassionato di arti marziali, tra citazioni filosofiche e richiami «ai valori universali», ha parlato di «una Palermo da ricostruire perché in questi anni Cammarata - dobbiamo dircelo - non ha dato una bella prova. Il comune è al dissesto finanziario con un buco 562 milioni di euro e noi dobbiamo dare tutti l'esempio per ridurre i costi della politica. Io da sindaco sarò il primo a farlo: niente auto blu e uno stipendio non superiore ai duemila euro». Costa, detto «il fighetto» si esercita insomma a fare la parte del «rivoluzionario che vuole rompere con il passato», ma il suo è un esercizio acrobatico che fa a cazzotti con la squadra che ha al seguito, piena zeppa di ex consiglieri e assessori delle giunte del disastro palermitano.
L'atmosfera al Teatro Politeama, tra sventolii di bandiere, balletti e video alla «Palermo viva, viva Palermo», era alquanto surreale. Angelino Alfano, segretario nazionale del Pdl, era seduto in prima fila, accanto al suo «parente serpente» Gianfranco Micciché, fondatore di Forza Italia e ora di Grande Sud. Bastava guardarlo negli occhi per capire il suo imbarazzo nel sentire contemporaneamente il Costa filo Pdl e il Costa anti Pdl. Ma i big del centrodestra, orfani di Berslusconi, fanno buon viso a cattivo gioco. Che Massimo Costa non abbia un grande appeal lo sanno tutti e lo dice apertamente anche Micciché, spronandolo però ad «andare di più in giro nei quartieri e a tagliarsi i capelli, perché l'estetica in politica conta molto. Segui l'esempio di Berlusconi - gli suggerisce - era rimasto senza capelli e quando decise di scendere in campo se li fece rimettere...».
Al Teatro Politeama era stata annunciata da giorni anche la presenza di Pierferdinando Casini, ma Pierfurbi, temendo probabilmente ricami velenosi «sull'anomala alleanza» di cui fa parte, alla kermesse della coalizione non si è presentato. È sceso a Palermo tre giorni dopo, per caldeggiare comunque «la discontinuità di Costa con il passato» paragonandolo, tra uno sfottò e l'altro, addirittura al «Mario Monti che serve a Palermo».
Il Pid di Saverio Romano - ex Udc erede di Totò Cuffaro - lancia a sindaco Marianna Caronia, ex Forza Italia, ex Mpa ed ex vicesindaco di Cammarata. In molti sostengono che potrebbe prendere parecchi voti e che abbia stretto un patto con Costa: chi supera il primo turno si prende i voti dell'altro al secondo.
L'incubo che però attraversa un po' tutti gli schieramenti - anche a causa della fortissima frammentazione con 11 candidati a sindaco e più di 1.300 al consiglio comunale - si chiama voto disgiunto, temuto in particolare dal Pdl, il cui candidato, data appunto la statura poco apprezzata, potrebbe ottenere un risultato molto inferiore a quello della coalizione che lo sostiene. In questo caso il voto in libertà potrebbe favorire sopratutto Orlando, sul cui nome convergeranno sicuramente le preferenze che gli stanno indirizzando pubblicamente esponenti di altri schieramenti. Tra questi il più noto è Francesco Musotto, capogruppo dell'Mpa all'Ars, ma sulla stessa linea si sta muovendo anche un certo Pippo Enea, ex assessore di Cammarata, pezzo forte dell'Udc cuffariano, passato anche lui con il Pid di Romano per il quale è candidato al consiglio comunale. Enea non gradisce Caronia e non ne fa mistero, tant'e che nei suoi volantini sponsorizza se stesso al consiglio comunale e Orlando a primo cittadino.
Alessandrò Aricò, è forse un altro dei papabili al ballottaggio. Ex An, già assessore alle municipalizzate, è candidato di Fli, Mpa e Api. Stando all'ipotetico peso dei partiti che lo appoggiano non avrebbe molte chance per il ballottaggio, ma ha dietro di sé il più grosso esercito di candidati al consiglio comunale. Le liste che lo appoggiano sono ben sei e una di queste, piena di medici (lobby potentissima) porta direttamente il nome dell'assessore regionale alla sanità Massimo Russo, ex magistrato antimafia passato alla corte di Raffaele Lombardo, di cui potrebbe essere anche il successore alle elezioni regionali anticipate del prossimo autunno, qualora Lombardo, sotto inchiesta per fatti di mafia, venisse nel frattempo condannato. Anche Aricò potrebbe essere uno snodo importante per la scelta del futuro sindaco. Se lunedì sera non supererà la soglia del 25%, ritenuta necessaria per poter ambire al secondo turno, verso chi indirizzerà il proprio bottino? L'altro giorno, alla presenza di Gianfranco Fini, ha attaccato duramente «il sindaco della falsa primavera che si è ricandidato contro il risultato delle primarie del centrosinistra». È una indicazione indiretta a favore di Ferrandelli? Probabile. Di sicuro la stoccata a Orlando è stata apprezzata dal Pd filo governativo che alla regione vorrebbe proseguire l'alleanza proprio con Fli e l'Mpa di Lombardo.





• 