sabato 16 febbraio 2013
Re Flavio, sindaco
per conto di Dio
Ernesto Milanesi - il manifesto 04.05.2012
 
Nato nel 1969, cresciuto con lo spettro neonazista di Ludwig, maturato fra lo storico scudetto dell'Hellas e le prime scritte «Forza Etna», dal lontano 1994 incarna la Liga alla veronese: consigliere comunale e capogruppo a palazzo Barbieri; segretario provinciale nel solco di Bossi secessionista; assessore regionale alla sanità; sindaco e ora aspirante plenipotenziario di Bobo Maroni in Veneto. Flavio Tosi è il perfetto doroteo, degno erede di «Re Lele» Sboarina che «in Brà» era insieme papa e papà del gnocco della votatissima Dc scaligera. 
Padano con il tricolore. Camicia verde ma devotissimo. Faccia da duro con il cuore spesso travestito. Tosi piace tanto proprio perché maschera sussidiaria del potere dietro le quinte. Aveva stracciato al primo turno con il 60,7% il sindaco uscente Paolo Zanotto, il prodiano di Curia & industria. Adesso aspetta solo la ratifica del secondo mandato con il portavoce Roberto Bolis (ex Unità) che gongola sui sondaggi e l'ex ministro del Viminale che verrà a benedire il trionfo annunciato.
Tosi, il lighista di Verona, appare come un incrocio fra Rutelli e Formigoni (o, se preferite, fra Bersani e Alemanno). Piace e fa lobby, anche per conto di dio. Sintetizza Ferruccio Pinotti che sull'anima nera della chiesa nella chiesa ha scritto senza remore: «A Verona si è creato un blocco profondamente conservatore, che impedisce la crescita secondo modelli più dinamici e avanzati: il Banco Popolare versa in una crisi molto delicata, la Fondazione Cariverona risente dei condizionamenti. Questo blocco vede in Tosi l'interprete di un moderatismo post-Dc e lo ritiene funzionale ai propri interessi. Anche la parte più conservatrice della Chiesa sostiene Tosi. E i media locali tendono ad addormentare il dibattito, a non tirare fuori i conflitti d'interesse. Si vuole tramutare il voto in un banale passaggio amministrativo, in cui si dà per scontata la rielezione di Tosi». 
È il sindaco della Lega, ma anche di mezzo Pdl che ha traslocato nella sua lista civica. L'«uomo nuovo» del Carroccio, ma anche l'interlocutore deferente del presidente Giorgio Napolitano. Il decisionista del municipio, ma anche il pellegrino fraterno al meeting di Rimini. Il «nordista» con fama di rottamatore alla Renzi, ma anche il vero padrone della sanità veneta. Così Tosi piace e convince (quasi) tutti: il vescovo Giuseppe Zenti e il filosofo Massimo Cacciari, il rettore Alessandro Mazzucco e Paolo Biasi, l'uomo che tiene i cordoni della borsa in Cariverona. 
Tuttavia Tosi, doroteo e anche ciellino, resta un mito di cartapesta per i veri, storici e originali democristiani dell'Adige. Come Stefano Valdegamberi (Udc) che con re Flavio sedeva nella giunta del doge Galan: «Sempre in televisione, sotto i riflettori nazionali, mai che qualcuno gli chiedesse conto di come amministrava Verona...». E ammicca ai grandi appalti, al recente trasloco del quartier generale della Compagnia delle Opere, alla carriera della moglie del sindaco in Regione, alle nomine fiduciarie e alle clamorose incompiute dell'ultimo lustro.
Sulla scheda elettorale le alternative ai veronesi non mancano: da Luigi Castelletti (Pdl doc più Terzo Polo orfano dell'Api) a Gianni Benciolini del Movimento 5 Stelle fino a Ibrahima Barry, operaio africano candidato sindaco di Alternativa comunista. Tocca a Michele Bertucco, 48 anni, con le idee di ex presidente di Legambiente e l'esperienza di sindacalista Cgil, capitanare la coalizione di centrosinistra nella missione impossibile. Era al fianco di Rosi Bindi, prima di rituffarsi dalle prime luci a dopo mezzanotte nel porta a porta in ogni quartiere. Almeno,Bertucco non sarà un altro boomerang alla Calearo né l'inutile spot di Bortolussi. I democrats in Veneto annaspano per conto loro; a Verona le primarie hanno incoronato il ragioniere di banca ecologista che legge Carlotto e ammira padre Zanotelli. Capace di commuoversi se ricorda Cecilia Dal Cero, la consigliera comunale del cigno verde scomparsa nel 2003 a soli 45 anni.
Bertucco è davvero la faccia pulita dell'altra Verona, il «buonista» che si spende generosamente, l'affidabile amministratore del patrimonio altrui. Niente cravatta, si è dovuto arrendere alla necessità di infilare la camicia nei pantaloni. «Acqua e rifiuti devono restare in mano al pubblico: anche per questo non condividiamo la cessione di Ca' del Bue, di fatto, ai privati» scandisce il candidato sindaco. Nell'ultimo faccia a faccia con Tosi, promosso dagli industriali, lo ha inchiodato alle alchimie societarie: la vendita delle quote in Fiera e il deficit dell'aeroporto Catullo, ma soprattutto la fusione che tanto fa discutere nel business delle municipalizzate. Agsm (la multiutility dell'energia che fattura 600 milioni all'anno, zavorrati dai debiti) vuole incorporare la piccola Amia per dar vita alla filiera della gestione dei rifiuti.
Staff, comitato e volontari non smettono di credere al «nuovo sindaco» e al miracolo del ballottaggio. Tosi ostenta massima sicurezza: archivia Bossi in soffitta senza troppi complimenti e dimentica processi e sentenze per la legge Mancino sulla famosa petizione anti-campi nomadi. Il leghista doroteo ha già in tasca la metà di Verona che serve. E non solo.
«Siamo orgogliosi del lavoro fatto dai nostri assessori nella giunta Tosi. Insieme abbiamo lavorato bene: per quale ragione non tornare insieme forti alle elezioni?». Così Maurizio Lupi, vice presidente della Camera, padrino di Magdi Allam, plenipotenziario Pdl nel lombardo-veneto. E ciellino. La fraternità sul Carroccio?
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