
I giornalisti "disobbedienti" incalzano le fonti ufficiali
Luigi Vercotti - 22.03.2011
Nella sala conferenze del quartier generale di Tepco a Chiyodaku (Tokyo), una stanza allungata con tavoli a U e lavagna ingombra di foto e diagrammi, è accampato da giorni uno stuolo di giornalisti e fotografi che segue da qui lo sviluppo della situazione nella centrale di Fukushima Daiichi. C'è persino un canale on-line che riprende senza interruzione, notte e giorno, l'incessante andirivieni delle persone: molti indossano mascherine anti-radiazioni. Nelle pause è possibile ascoltare le loro conversazioni. «Hai paura?», «Mah, a sentire quel che dicono...».
Ogni 3-4 ore fanno il loro ingresso nella stanza i portavoce dell'azienda, guidati da Takashi Kurita, capo ufficio stampa, per riferire i comunicati aziendali sull'emergenza. I media parlano di una «Conferenza a intervalli» che procede ormai ininterrottamente da una settimana e mezzo. I giornalisti ne trascrivono febbrilmente i contenuti, quindi sottopongono il team di portavoce a un fuoco di fila di domande.
La sera del 15 marzo, Kurita sta rispondendo a un fitto interrogatorio sulla sorte dei 70 lavoratori impegnati nel disperato tentativo di riportare ai livelli di guardia la temperatura dei nuclei nei reattori 2, 3 e 4. Un giornalista prende la parola: «Quando la squadra in servizio sarà sostituita apprenderemo nuovi dati sul livello di pressione interno al reattore?». «Stiamo sottoponendo la questione a valutazione - risponde Kurita - sarete informati nel corso della prossima conferenza stampa»; «quando sarà?», incalza il giornalista. «Non so dirlo - esita il portavoce -, quando avremo ultimato i preparativi...». Il giornalista non arretra: «Di sicuro ci vorrà del tempo, perciò dateci una risposta ora o, ancora meglio, lasciateci parlare coi dirigenti. Magari - aggiunge - vi state preparando a sparire. Il bollettino informativo può essere sospeso. Coi dirigenti non si può parlare, per cui non esiste altro momento in cui fornire le necessarie risposte».
Le ultime parole del giornalista sono inghiottite da un'ondata di proteste. Kurita balbetta nel microfono, lo sguardo fisso sulla schiera di giornalisti che lo accerchia: «Capisco la vostra posizione...», articola a fatica, interrotto da un altro giornalista che grida: «Restate qui con noi, è una vergogna se adesso ve ne tornate a casa». Il portavoce balbetta ancora qualche parola, poi aggiorna frettolosamente la conferenza.
Il giorno dopo, verso mezzogiorno, Kurita e i suoi siedono di nuovo di fronte al plotone formato dai rappresentanti di stampa e tv. I portavoce hanno appena finito di illustrare la grande prestazione che i lavoratori dell'azienda stanno conducendo in coordinamento con unità di pronto intervento giunte da Tokyo con un elicottero da ricognizione. Un giornalista interrompe il panegirico: «Siete o non siete in grado di fornirci informazioni precise sulla situazione all'interno del reattore?». I portavoce sprofondano gli occhi nelle loro carte. «Se non avete informazioni» - attacca un altro reporter - che senso ha tutto questo? E poi il famoso elicottero: vola o non vola?».
Le informazioni sono parziali, molto spesso tardive, a volte inesatte. I giornalisti non abbandonano l'assedio: «Da dove prendete queste informazioni?», chiede una giornalista. «Varie fonti», è la risposta di Kurita. «Se le notizie di cui disponete si contraddicono tra loro - interviene un altro - ci spiegate a che serve quest'unità di coordinamento. Che cos'é? Chi ci lavora? Che cosa fa?». Kurita appare stanco: «C'è un ufficio di coordinamento che...», si interrompe; «non lo so... Io non so... Scusate».
Contraddicendo l'immagine del popolo mite e votato all'obbedienza di cui godono i giapponesi, i giornalisti di Yamato non esitano in questi giorni a mettere in luce le contraddizioni del sistema di informazioni che circonda il dramma di Fukushima.
«Delle persone evacuate nell'area a meno di 3 km dalla centrale - scriveva il 14 marzo il quotidiano Tokyo Shinbun - 22 sono state sottoposte a radiazioni. Secondo l'unità d'emergenza del ministero degli Interni, 15 persone provenienti da un'area a 10 km di distanza sono finite in ospedale con sintomi da contaminazione radioattiva. Stando a dati dell'agenzia per l'energia atomica del ministero dell'Economia le possibili vittime delle radiazioni sono oltre 160. E nonostante tutto - commenta il quotidiano - il portavoce del governo Yukio Edano continua a dire che "c'è una limitata possibilità che vi siano danni alla salute legati all'esposizione"».
Il 18 marzo, l'Asahi Shimbun, secondo quotidiano giapponese, ha pubblicato un'intervista coi familiari di uno dei lavoratori di Tepco impegnati nella centrale di Fukushima. «Fino al giorno del terremoto credevamo a quanto ci veniva detto da Tepco e dai colleghi, cioè che il reattore rispettava i più alti standard di sicurezza al mondo», accusa la famiglia, costretta da venerdì scorso ad abbandonare la propria casa nelle vicinanze del reattore. «Adesso - dicono ancora - ci sentiamo del tutto abbandonati dall'azienda».
«Il governo ci racconta solo balle - dice l'addetto della ditta di comunicazioni Ntt-Docomo di Saitama - non possiamo più credere a niente di quello che raccontano le fonti ufficiali». Come lui, anche la casalinga di Kobe non crede alle rassicurazioni ufficiali: «Non compro più prodotti provenienti dal Nord del Giappone. Semplicemente non mi fido», dice. Sono rimasti in pochi a confidare pienamente nell'operato del governo. Il guardiano settantenne di un altare scintoista nella cittadina di Tamura, a 40 km dal reattore di Fukushima, è uno dei pochi a serbare fiducia nei confronti dell'apparato di sicurezza allestito da Tokyo: «La nostra tecnologia è la migliore al mondo - dice - sono convinto che nulla di male potrà accadere se lo Stato continuerà a impegnarsi come ha fatto finora».
La «cultura dell'obbedienza» e la piena dedizione alla collettività che sono spesso attribuite ai giapponesi si incrinano di fronte alla gravità dell'emergenza in corso. Come già nel caso del grande terremoto di Kobe del 1995, il disastro che ha colpito il Nordest del paese si inserisce in una fase di forte crisi economica. Cresciuti nel decennio di deflazione seguito allo scoppio della «bolla» immobiliare negli anni '90, i giovani guardano con crescente sfiducia agli apparati di potere che governano il paese. «La sera a cena si parla solo del pericolo delle radiazioni - dice con voce stanca Seiji Oyama, portavoce di una Fondazione Culturale di Tamura, anch'egli residente a pochi km dal reattore -, non so cosa accadrà domani. Per ora restiamo qui e speriamo».
La sera del 15 marzo, Kurita sta rispondendo a un fitto interrogatorio sulla sorte dei 70 lavoratori impegnati nel disperato tentativo di riportare ai livelli di guardia la temperatura dei nuclei nei reattori 2, 3 e 4. Un giornalista prende la parola: «Quando la squadra in servizio sarà sostituita apprenderemo nuovi dati sul livello di pressione interno al reattore?». «Stiamo sottoponendo la questione a valutazione - risponde Kurita - sarete informati nel corso della prossima conferenza stampa»; «quando sarà?», incalza il giornalista. «Non so dirlo - esita il portavoce -, quando avremo ultimato i preparativi...». Il giornalista non arretra: «Di sicuro ci vorrà del tempo, perciò dateci una risposta ora o, ancora meglio, lasciateci parlare coi dirigenti. Magari - aggiunge - vi state preparando a sparire. Il bollettino informativo può essere sospeso. Coi dirigenti non si può parlare, per cui non esiste altro momento in cui fornire le necessarie risposte».
Le ultime parole del giornalista sono inghiottite da un'ondata di proteste. Kurita balbetta nel microfono, lo sguardo fisso sulla schiera di giornalisti che lo accerchia: «Capisco la vostra posizione...», articola a fatica, interrotto da un altro giornalista che grida: «Restate qui con noi, è una vergogna se adesso ve ne tornate a casa». Il portavoce balbetta ancora qualche parola, poi aggiorna frettolosamente la conferenza.
Il giorno dopo, verso mezzogiorno, Kurita e i suoi siedono di nuovo di fronte al plotone formato dai rappresentanti di stampa e tv. I portavoce hanno appena finito di illustrare la grande prestazione che i lavoratori dell'azienda stanno conducendo in coordinamento con unità di pronto intervento giunte da Tokyo con un elicottero da ricognizione. Un giornalista interrompe il panegirico: «Siete o non siete in grado di fornirci informazioni precise sulla situazione all'interno del reattore?». I portavoce sprofondano gli occhi nelle loro carte. «Se non avete informazioni» - attacca un altro reporter - che senso ha tutto questo? E poi il famoso elicottero: vola o non vola?».
Le informazioni sono parziali, molto spesso tardive, a volte inesatte. I giornalisti non abbandonano l'assedio: «Da dove prendete queste informazioni?», chiede una giornalista. «Varie fonti», è la risposta di Kurita. «Se le notizie di cui disponete si contraddicono tra loro - interviene un altro - ci spiegate a che serve quest'unità di coordinamento. Che cos'é? Chi ci lavora? Che cosa fa?». Kurita appare stanco: «C'è un ufficio di coordinamento che...», si interrompe; «non lo so... Io non so... Scusate».
Contraddicendo l'immagine del popolo mite e votato all'obbedienza di cui godono i giapponesi, i giornalisti di Yamato non esitano in questi giorni a mettere in luce le contraddizioni del sistema di informazioni che circonda il dramma di Fukushima.
«Delle persone evacuate nell'area a meno di 3 km dalla centrale - scriveva il 14 marzo il quotidiano Tokyo Shinbun - 22 sono state sottoposte a radiazioni. Secondo l'unità d'emergenza del ministero degli Interni, 15 persone provenienti da un'area a 10 km di distanza sono finite in ospedale con sintomi da contaminazione radioattiva. Stando a dati dell'agenzia per l'energia atomica del ministero dell'Economia le possibili vittime delle radiazioni sono oltre 160. E nonostante tutto - commenta il quotidiano - il portavoce del governo Yukio Edano continua a dire che "c'è una limitata possibilità che vi siano danni alla salute legati all'esposizione"».
Il 18 marzo, l'Asahi Shimbun, secondo quotidiano giapponese, ha pubblicato un'intervista coi familiari di uno dei lavoratori di Tepco impegnati nella centrale di Fukushima. «Fino al giorno del terremoto credevamo a quanto ci veniva detto da Tepco e dai colleghi, cioè che il reattore rispettava i più alti standard di sicurezza al mondo», accusa la famiglia, costretta da venerdì scorso ad abbandonare la propria casa nelle vicinanze del reattore. «Adesso - dicono ancora - ci sentiamo del tutto abbandonati dall'azienda».
«Il governo ci racconta solo balle - dice l'addetto della ditta di comunicazioni Ntt-Docomo di Saitama - non possiamo più credere a niente di quello che raccontano le fonti ufficiali». Come lui, anche la casalinga di Kobe non crede alle rassicurazioni ufficiali: «Non compro più prodotti provenienti dal Nord del Giappone. Semplicemente non mi fido», dice. Sono rimasti in pochi a confidare pienamente nell'operato del governo. Il guardiano settantenne di un altare scintoista nella cittadina di Tamura, a 40 km dal reattore di Fukushima, è uno dei pochi a serbare fiducia nei confronti dell'apparato di sicurezza allestito da Tokyo: «La nostra tecnologia è la migliore al mondo - dice - sono convinto che nulla di male potrà accadere se lo Stato continuerà a impegnarsi come ha fatto finora».
La «cultura dell'obbedienza» e la piena dedizione alla collettività che sono spesso attribuite ai giapponesi si incrinano di fronte alla gravità dell'emergenza in corso. Come già nel caso del grande terremoto di Kobe del 1995, il disastro che ha colpito il Nordest del paese si inserisce in una fase di forte crisi economica. Cresciuti nel decennio di deflazione seguito allo scoppio della «bolla» immobiliare negli anni '90, i giovani guardano con crescente sfiducia agli apparati di potere che governano il paese. «La sera a cena si parla solo del pericolo delle radiazioni - dice con voce stanca Seiji Oyama, portavoce di una Fondazione Culturale di Tamura, anch'egli residente a pochi km dal reattore -, non so cosa accadrà domani. Per ora restiamo qui e speriamo».






• 