domenica 17 febbraio 2013
E' una catastrofe
come Cernobyl
Gianni Mattioli, Massimo Scalia - 13.03.2011
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13.03.2011 Gianni Mattioli, Massimo Scalia
17.03.2011 Guido Viale
20.03.2011 Praful Bidwai*
05.04.2011 Marcello Cini
13.04.2011 Giorgio Ferrari*
La definizione di incidente catastrofico fu rivista dopo Three Mile Island (1979, a Harrisburg negli Usa). Allora l'esplosione della bolla di idrogeno portò, nella serie dell'albero di incidenti, alla fusione di venti tonnellate d'uranio del «nocciolo» del reattore nucleare, un danno irreparabile. Ma la definizione non riguardava tanto questo aspetto quanto la fuoriuscita delle radiazioni all'esterno dello schermo biologico (il blocco con la cupola di cemento, emblema delle centrali nucleari). E la commissione Kemeny, istituita allora per la valutazione dell'incidente, stimò in 130 milioni di Curie la fuoriuscita di gas nobili e quella degli altri radionuclidi, decisamente più aggressivi della salute, in 13-17 Curie (ricordate, ai tempi di Cernobyl per le misure di radioattività sui beni alimentari si usava un sottomultiplo «infinitesimo»: il nanocurie, cioè un miliardesimo di Curie). Nonostante la tenuta dello schermo biologico era accaduto quello che non si sarebbe mai dovuto verificare: la contaminazione radioattiva all'esterno del reattore. Da qui la riclassificazione di «catastrofico», per spostare più in basso nella scala del rischio il più grave incidente mai avvenuto a un reattore di tecnologia occidentale.
Questa premessa ci sembrava d'obbligo per far capire l'enorme gravità delle possibili conseguenze di ciò che è accaduto nella centrale di Fukushima Daiichi, dove, proprio come a Cernobyl, è saltato per aria il contenimento esterno della centrale. Il governo giapponese sta organizzando l'evacuazione di decine di migliaia di persone sotto la minaccia radioattiva, una catastrofe che si va ad aggiungere a quella scatenata da un terremoto di magnitudo 8,9. E spera che, magari con l'aiuto degli Stati uniti, si riesca a mettere sotto controllo la centrale di Fukushima Daini.
Nel frattempo avanza già le prime giustificazioni: «Quella di Fukushima era una centrale vecchia». A dir la verità viene subito da dire: «Ma siete stati proprio dei pazzi». Le scelte di governo hanno infatti costantemente privilegiato la diffusione del nucleare in un paese caratterizzato da una situazione geologica unica: l'incrocio di ben quattro placche tettoniche, con conseguenze sismiche notorie e devastanti che hanno costretto, se non altro, a edificare con un rigore antisismico da noi sconosciuto. Nel merito, la giustificazione richiama immediatamente la domanda: «E perché mai una centrale con più di 40 anni era ancora in servizio?», alla quale se ne potranno aggiungere molte altre non appena sarà disponibile un rapporto tecnico sull'incidente, a partire dal perché non è entrato in funzione il servizio ausiliario d'emergenza per raffreddare il reattore. Ma è l'idea di far funzionare i reattori oltre i 40 anni, spinta in generale dal nobile proposito di fare più soldi possibile, che massimizza i rischi. Non a caso la legislazione tedesca prevedeva un limite di 32 anni, con un proroga caso per caso di altri 8. Se la Merkel ha chiesto di far funzionare le centrali fino ai 60 anni è perché la Germania ha deciso di non fare più nucleare e di tirare il collo a quello che c'è, puntando a risolvere i problemi energetici con l'impegno massimo che sta profondendo nel risparmio energetico e nelle fonti rinnovabili. Sarebbe in ogni caso una decisione che espone a molti rischi, in un paese che pure non conosce rischi sismici del tipo del Giappone, o dell'Italia. E infatti non è detto che quella richiesta passi.
Contro disastri come terremoti e tsunami la natura mostra tutta la sua potenzialità distruttrice e le società umane, anche le più organizzate, la loro fragilità. Osservazione banale che dovrebbe però far riflettere chi vuole far fare il nucleare in Italia, dove, en passant, terremoti come quelli dell'Aquila, Avezzano e Messina hanno avuto magnitudo tra 6, 8 e 7,2. E non è solo la questione della catastrofe immediata, come per la centrale di Fukushima. Le vibrazioni di un sisma inducono in ogni caso delle sollecitazioni che possono entrare in risonanza con strutture e materiali, produrre lesioni nascoste nel reattore, che rappresentano un'incalcolabile, e inaccettabile, rischio. E la nostra sicurezza sta nelle mani di Veronesi, che continua a sostenere pubblicamente che le «minime quantità di radiazioni» emesse nel normale funzionamento della centrale non recano danni alla salute. Quanto alle strategie energetiche del governo, stiamo a posto: bastonate alle fonti rinnovabili, come con l'ultimo decreto di pochi giorni fa, per fare posto al nucleare e fare affari al servizio dei francesi. Fulvio Conti, ad dell'Enel, e il ministro Romani sono delle vere garanzie.
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