domenica 17 febbraio 2013
Gli europei e il ritorno
al protezionismo
Anna Maria Merlo - 29.09.2011
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15.09.2011 Riccardo Bellofiore
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07.10.2011 Andrea Baranes
10.10.2011 Maurizio Franzini
13.10.2011 Francesco Garibaldo e Gianni Rinaldini
14.10.2011 Annamaria Simonazzi
Crisi dei debiti sovrani, crisi dell’euro, crisi dell’Europa. In questo periodo di minaccia di crollo sistemico, i governi sembrano impotenti a trovare una risposta comune ed efficace alla crisi, che per i cittadini è soprattutto economica, non solo finanziaria. La distanza tra governi e cittadini si fa sempre più ampia, e colpisce le istituzioni europee, travolte anch’esse da un generale discredito. Un’incomprensione si approfondisce: mentre gli stati che ancora conservano il rating AAA studiano l’ipotesi, sempre più vicina, di tornare a finanziare le banche con denaro pubblico, come già era successo nel 2008, i cittadini si interrogano sul perché vengano trovati dei soldi per salvare le banche, mentre ai popoli vengono imposti piani di rigore e tagli al welfare. Gli europei si sentono sballottati nella mondializzazione, di cui cominciano a sottolineare gli inconvenienti, soprattutto per quello che riguarda l’occupazione, mentre i vantaggi sfumano in secondo piano.
 
 
La questione della “demondializzazione” è già entrata nel dibattito politico francese delle presidenziali del 2012, a sinistra, oltre al Front de Gauche, la difende il socialista Arnaud Montebourg, candidato alle primarie del Ps, a destra è l’argomento del gollista sovranista Nicolas Dupont-Aignan ed è portata all’estremo dal Fronte nazionale, che propone l’uscita dall’euro.
Un gruppo di economisti e studiosi francesi, tra cui Emmanuel Todd, Jacques Sapir, Philippe Murer, Jean-Luc Gréau e Bernard Cassen, riuniti nell’associazione “Per un dibattito sul libero scambio”, ha commissionato all’istituto Ifop un sondaggio in vari paesi europei – a maggio in Francia, a giugno in Italia, Gran Bretagna, Germania e Spagna - che rivela una forte richiesta di protezione da parte dell’Unione europea. Al centro delle preoccupazioni delle popolazioni c’è l’occupazione e il modo per proteggerla e rilanciarla in un’Europa che sta perdendo posti di lavoro industriale.
 
Il sondaggio, spiega l’economista Philippe Murer, professore alla Sorbonne, «ha mostrato che più di due terzi degli italiani auspicano che le tariffe sui prodotti in provenienza dai paesi a bassi salari vengano alzate. In questo, la loro opinione è molto vicina a quella di francesi, spagnoli e tedeschi, anch’essi per due terzi favorevoli a questa soluzione». Solo gli inglesi restano più liberoscambisti, ma anche qui il 50% chiede protezione. «Il problema della delocalizzazione di attività nei paesi emergenti e del deficit commerciale di Italia, Spagna e Francia accumulato negli anni – aggiunge Murer - pone un grosso problema alle nostre economie. Questi deficit frenano la crescita delle economie occidentali e comportano un’accumulazione del debito dei nostri paesi. In effetti, quando un paese consuma più di quanto produce, deve ricorrere a un debito, pubblico o privato. E anche un debito privato finisce per diventare pubblico, quando in occasione di una crisi finanziaria acuta lo stato è obbligato ad aiutare il settore privato. Di conseguenza, anche se il deficit commerciale non è il solo responsabile dell’indebitamento pubblico, esso tende ad impedire al paese di tornare a una situazione normale rispetto al debito pubblico e tende ad accrescere questo stesso debito. Quindi, non ci sarà una soluzione definitiva ai problemi di debito pubblico in Europa e negli Usa fino a quando le tasse alle frontiere sulle merci in provenienza dai paesi a bassi salari verso i paesi ad alti salari non saranno alzate ad un livello tale che levi il freno alla crescita delle economie occidentali ».
 
L’apertura delle frontiere europee ai prodotti dei paesi a bassi salari va a vantaggio di chi? I cittadini europei piazzano, unanimi, in testa «le multinazionali» (i tedeschi, che pure hanno un forte avanzo commerciale, lo pensano al 70%, i francesi al 54%, italiani e inglesi al 57%, spagnoli al 64%). Una maggioranza pensa però che sia «una buona cosa» anche per il proprio paese: si va dal 62% dei tedeschi al 51% di Italia e Gran Bretagna e al 55% degli spagnoli, mentre solo i francesi sono ultra pessimisti, al 24%. Solo in Spagna è ancora la maggioranza (51%) a pensare che ci siano stati vantaggi anche per i lavoratori (lo pensa il 45% degli italiani, ma solo il 13% dei francesi). Per tutti è invece negativo l’impatto sull’ambiente (anche qui il pessimismo francese arriva all’87%). I due terzi di francesi, tedeschi, italiani e spagnoli pensano che le tariffe doganali dovrebbero essere imposte alle frontiere dell’Europa piuttosto che a quelle dei rispettivi paesi. Gli inglesi sono divisi su questa questione. Ma in caso di rifiuto dei partner europei di introdurre tariffe doganali nei confronti dei paesi emergenti, inglesi, tedeschi, spagnoli e italiani, come i francesi, ritengono per il 60% che si debba farlo comunque alle frontiere dei rispettivi stati. Come per i francesi, sottolinea Murer, «il rialzo delle tariffe doganali verso i grandi paesi emergenti per la maggior parte di italiani, spagnoli, inglesi e tedeschi avrebbe delle conseguenze positive per l’industria, l’occupazione e la crescita economica del paese».
 
Dal sondaggio, interpreta Murer, risulta che “i popoli dei grandi paesi europei rifiutano il libero scambio assoluto imposto dalle élites al potere. L’Unione europea rischia di essere fortemente rigettata dai popoli se continua ad ignorare queste questioni. Bisogna cambiare il quadro di riferimento del pensiero economico diffuso dalle nostre classi dirigenti e seguire il buon senso dei popoli. Poiché la Germania, sembra presa da un delirio di potenza, senza sapere alla fine cosa davvero vuole, un’alleanza tra Italia, Spagna e Francia sembra il solo modo per imporre all’Ue una svolta di 180 gradi, per tornare ai fondamenti economici dell’Europa: una tariffa esterna comune che ha permesso uno sviluppo armonioso delle economie fino all’errore fatale del suo smantellamento”.

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