
Pontecorvo: "prima
le competenze di base"
di Arianna di Genova
L'eccellenza a scuola non è rappresentata da un voto, ma è un percorso che si costruisce lavorando insieme e tenendo fra le mani la Costituzione. E la valutazione del merito, pur importante, non è un'urgenza della scuola italiana. È un'urgenza invece - e pressante - intervenire sulla dispersione scolastica. Clotilde Pontecorvo, professore emerito di psicologia dell'educazione presso l'università La Sapienza, preferisce parlare di «cooperazione e di co-costruzione degli apprendimenti». Soprattutto nei riguardi degli alunni più piccoli - scuola dell'infanzia ed elementare - dove il modello di riferimento è quello della slow school, ritmi rilassati e non competitivi. «Nelle medie, in cui si sviluppa l'identità degli studenti - spiega Pontecorvo - si può iniziare a considerare il talento, ma è importante che si sviluppi anche nella scuola stessa. L'articolo 34 della Costituzione dice che 'capaci e meritevoli anche se privi di mezzi hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi e la Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze che devono essere attribuite per concorso'. Forse è questo il nodo. Borse di studio e assegni serviranno a far progredire gli studi e a decidere 'l'alunno dell'anno'».
Come giudica il merito?
Può anche essere utile che nel nostro paese si parli di merito, ma è molto più grave che questo non esista poi nelle professioni e nei destini sociali, sul piano del lavoro. Sono molto perplessa sul fatto che le scuole individuino il 'migliore fanciullo', quello che ha avuto i voti più alti, magari 100 alla maturità. Sappiamo benissimo che le prove non sono nazionali: si differenziano da una regione all'altra, da un istituto all'altro, da un ordine di insegnamento all'altro. Non c'è nulla di oggettivo nel considerare più meritevoli gli studenti con i voti alti. Lo sarebbero se ci fosse una prova unica o confrontabile, un criterio generale.
Anche la famiglia da cui si proviene è fondamentale...
Certamente. Non tutti hanno le medesime possibilità di partenza. L'articolo 3 della Costituzione, prima ancora del già citato 34, dice che è 'compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economici e sociali che, limitando di fatto la libertà e eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana'. La sua formulazione è determinante rispetto all'istruzione e all'educazione: la libertà di scelta è condizionata. Come dicono tutte le rilevazioni internazionali che riguardano anche l'Italia, il fattore più forte di impedimento - per la dispersione e soprattutto per il successo scolastico - è definito dalle condizioni sociali e culturali della famiglia. E questo è vero adesso più di trent'anni fa. L'ascensore sociale è peggiorato.
Nel sistema dei premi e delle Olimpiadi, non c'è un rischio di scuole di serie A e serie B?
Non è sbagliato sostenere maggiormente le scuole che hanno conseguito risultati nell'impedire la dispersione scolastica, che affonda le sue radici nelle medie. La metà degli studenti della scuola media esce con una valutazione sufficiente, ciò significa quasi sempre che non lo è in realtà: hanno tutti difficoltà nella comprensione di un testo e nei problemi matematici. Sono contrarissima però agli «istituti d'eccellenza». È il modello raggiunto dalla scuola inglese con le sue riforme. Ai miei tempi c'era l'Eleven Class, l'esame che si faceva dopo gli 11 anni. In Olanda ancora è in vigore. I bambini sono sottoposti a test per decidere la scuola cui accedere. Non c'è scelta, è tutto determinato dai risultati. I più bravi andranno nei licei difficili, gli altri a calare. La traduzione meccanica di queste differenze sarebbe catastrofica. È importante che l'argomento dei meritevoli non vada disgiunto dall'eguale padronanza delle capacità di base nei ragazzi della stessa età.
Le prove invalsi non vanno già in questa direzione?
Le prove Invalsi possono essere un riferimento. Un risultato sconvolgente è stato scoprire che gli italiani, fra le altre nazioni europee, sono quelli che danno un maggior numero di non risposte: non capiscono la formulazione della domanda che è impostata come un problem solving. La nostra scuola privilegia un insegnamento di tipo mnemonico che non aiuta a trovare le soluzione. Se le prove nazionali indicano le lacune curriculari della scuola, l'informazione è utile.
Come giudica il merito?
Può anche essere utile che nel nostro paese si parli di merito, ma è molto più grave che questo non esista poi nelle professioni e nei destini sociali, sul piano del lavoro. Sono molto perplessa sul fatto che le scuole individuino il 'migliore fanciullo', quello che ha avuto i voti più alti, magari 100 alla maturità. Sappiamo benissimo che le prove non sono nazionali: si differenziano da una regione all'altra, da un istituto all'altro, da un ordine di insegnamento all'altro. Non c'è nulla di oggettivo nel considerare più meritevoli gli studenti con i voti alti. Lo sarebbero se ci fosse una prova unica o confrontabile, un criterio generale.
Anche la famiglia da cui si proviene è fondamentale...
Certamente. Non tutti hanno le medesime possibilità di partenza. L'articolo 3 della Costituzione, prima ancora del già citato 34, dice che è 'compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economici e sociali che, limitando di fatto la libertà e eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana'. La sua formulazione è determinante rispetto all'istruzione e all'educazione: la libertà di scelta è condizionata. Come dicono tutte le rilevazioni internazionali che riguardano anche l'Italia, il fattore più forte di impedimento - per la dispersione e soprattutto per il successo scolastico - è definito dalle condizioni sociali e culturali della famiglia. E questo è vero adesso più di trent'anni fa. L'ascensore sociale è peggiorato.
Nel sistema dei premi e delle Olimpiadi, non c'è un rischio di scuole di serie A e serie B?
Non è sbagliato sostenere maggiormente le scuole che hanno conseguito risultati nell'impedire la dispersione scolastica, che affonda le sue radici nelle medie. La metà degli studenti della scuola media esce con una valutazione sufficiente, ciò significa quasi sempre che non lo è in realtà: hanno tutti difficoltà nella comprensione di un testo e nei problemi matematici. Sono contrarissima però agli «istituti d'eccellenza». È il modello raggiunto dalla scuola inglese con le sue riforme. Ai miei tempi c'era l'Eleven Class, l'esame che si faceva dopo gli 11 anni. In Olanda ancora è in vigore. I bambini sono sottoposti a test per decidere la scuola cui accedere. Non c'è scelta, è tutto determinato dai risultati. I più bravi andranno nei licei difficili, gli altri a calare. La traduzione meccanica di queste differenze sarebbe catastrofica. È importante che l'argomento dei meritevoli non vada disgiunto dall'eguale padronanza delle capacità di base nei ragazzi della stessa età.
Le prove invalsi non vanno già in questa direzione?
Le prove Invalsi possono essere un riferimento. Un risultato sconvolgente è stato scoprire che gli italiani, fra le altre nazioni europee, sono quelli che danno un maggior numero di non risposte: non capiscono la formulazione della domanda che è impostata come un problem solving. La nostra scuola privilegia un insegnamento di tipo mnemonico che non aiuta a trovare le soluzione. Se le prove nazionali indicano le lacune curriculari della scuola, l'informazione è utile.






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