mercoledì 18 settembre 2013
Doppio profumo,
meritocratico e oligarchico
Sembra che Francesco Profumo abiti il margine di una scissione. Le immagini pubbliche mostrano invariabilmente il ministro con il sorriso di buon padre sul volto incoraggiante. Nelle interviste ricorre l'invocazione del merito, il ricambio generazionale, la mobilitazione dei migliori. Atti e iniziative legislative, invece, consolidano passo dopo passo screditate oligarchie. Possiamo temerlo: dietro la ricorrente dualità di parole e fatti esiste una strategia? Tra le tare del sistema universitario italiano Mario Monti individuava (in apertura di mandato) non la carenza di fondi ma la «governance lasciata nelle mani dei professori, con il rettore eletto dagli stessi professori; e l'eccessiva tutela delle corporazioni». Lecito dunque attendersi che la politica universitaria del governo da lui stesso presieduto corra oggi nel solco (liberale o meglio neoliberista) stabilito in precedenza dalla riforma Gelmini: riduzione del potere decisionale degli organi di autogoverno accademico, apertura a consiglieri di amministrazione provenienti dal mondo delle imprese o società civile, modifica (almeno apparente) in senso delocalistico delle procedure concorsuali. Da tempo tuttavia ci chiediamo: a che gioco gioca Profumo? Esistono davvero continuità tra le affermazioni di Monti e l'azione recente del Miur? Il ministro con delega all'innovazione non smembra le corporazioni, anzi non perde occasione per confermarle.
In un editoriale su Repubblica, Carlo Galli osserva come l'istanza del merito, se non accompagnata da politiche e investimenti adeguati a sostegno della ricerca, cade nel vuoto. È sin troppo evidente che un ricercatore, se in possesso dei requisiti, non ha alcuna necessità di essere motivato dall'esterno. Quello di cui ha bisogno sono invece politiche retributive adeguate e finanziamenti alla ricerca: in altre parole riconoscimento economico, politico e sociale, non vane esortazioni paternalistiche. Consideriamo il decreto sul merito quale il ministro stesso lo propone nell'intervista più recente: interrogato dall'Unità, Profumo si diffonde sull'ennesima versione del provvedimento. Si presenta come paladino del talento senza protezioni, annuncia bandi in lingua inglese che alimentino competizione internazionale e attraggano ricercatori privi di «posizioni acquisite», stabilisce che suo intento è produrre «ricambio generazionale».
Bene. Le difficoltà cominciano se andiamo a misurare le affermazioni sul piano dei possibili effetti concreti. Scopriamo allora che nessuna, tra le misure proposte, è in grado di trasformare l'università nel senso progressivo indicato, né di produrre un ampliamento effettivo della partecipazione. Come interpretare il «piano straordinario per gli associati», se non in termini restaurativi e demagogici? Se davvero desideriamo il ricambio abbiamo bisogno che le più giovani generazioni accedano ai contesti decisionali, dunque abbiamo bisogno di ordinari giovani e determinati. Perché allora non riservare risorse specifiche a un fondo per early career senza distinzione di grado, insieme ricercatori, associati e ordinari, sul modello dell'amministrazione Obama, così da facilitare accesso e accelerare carriere, destabilizzando il principio di anzianità? Pare improbabile che coorti di associati in attesa di conferma possano davvero mutare gli attuali equilibri accademici.
Commentatori autorevoli osservano da tempo che i vertici accademici (cui Profumo appartiene e da cui proviene) hanno interesse a esasperare l'attuale morfologia a piramide: pochi baroni all'apice, associati e ricercatori in quantità alla base. Certo il piano straordinario sembra mirato a consolidare oligarchie e patriarcati più che a produrre emporwerment: outsider e precari di talento rimangono avvolti dal cono d'ombra cui li ha destinati il processo di riforma. Ma quale innovazione, quale merito.
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