mercoledì 18 settembre 2013
convegno  9 - 11 giugno 2011
Una scintilla di speranza
Marco d'Eramo - 09.06.2011
Le primavere arabe del 2011sono state definite l’equivalente per l’Africa del nord e il Medio Oriente di ciò che fu la caduta del muro di Berlino per l’Europa nel 1989. Se questo paragone vale almeno un po’, la nuova dinamica cambia tutte le carte in tavola non solo per questi paesi, i loro regimi in crisi e le loro società, ma anche per l’intero Occidente.
È il motivo per cui abbiamo sentito il bisogno di un colloquio in cui voci europee ed arabe (con una prevalenza di queste ultime per evitare ogni paternalismo) s’incontrassero e interagissero sui problemi irrisolti che i recenti movimenti hanno fatto emergere. 
Lo scopo del convegno non è  di esprimere un (assai improbabile) consenso, ma di confrontare ipotesi alternative e perfino opposte. Perciò la ventina di relatori che partecipano all’incontro è stata invitata con il criterio della più ampia rappresentatività geografica e politica.
 
Sembra quasi che gli esseri umani siano alberi, e che le sommosse si propaghino come un incendio in una foresta umana. La scintilla scocca - letteralmente - a Sidi Bouzid il 18 dicembre quando un giovane venditore ambulante si dà fuoco per protestare contro le malversazioni e la corruzione della polizia. Da quel gesto divampa la rivolta in tutta la Tunisia, tanto che il 14 gennaio il presidente a vita Zine El Abidine Ben Ali deve scappare dal paese. La fuga di Ben Ali funziona da detonatore e il vento della sommossa prende a soffiare a ovest, in Algeria e Marocco, e a est in Egitto, Bahrein, Yemen, Oman, Giordania, per coinvolgere poi Siria e Libia. Piccole manifestazioni sfidano persino il tetragono potere saudita.
Sono scoppiate quelle che sono state chiamate le «primavere arabe» (anche se hanno toccato il loro culmine in inverno) su cui tanto è stato scritto. Ma il mistero rimane: come hanno potuto dilagare questi moti? Come è successo che la speranza abbia contagiato paesi che da decenni cercavano invano di scrollarsi di dosso una cappa asfissiante?
È un mistero che ci riguarda. Come fare che una scintilla scocchi anche sulla riva nord del Mediterraneo? Come creare un contagio della speranza? Come innescare un effetto domino virtuoso?
È per rispondere a queste domande che noi de il manifesto abbiamo voluto organizzare un convegno sulle primavere arabe che ponga in primo piano la domanda - e il problema - della speranza. Il convegno comincia oggi e si concluderà sabato mattina. Vi ascolteremo voci da quasi tutti i paesi contagiati dalle insurrezioni, voci di tutte le età a riflettere il ruolo fondamentale esercitato dai giovani, voci di ambo i generi, a sottolineare il ruolo straordinario avuto dalle donne, come si è visto dalla telecronoca di Piazza Tahir al Cairo. Non pretendiamo risposte, vogliamo fornire a noi e a voi gli strumenti concettuali per capire meglio quel che è successo lì, e quindi quel che succede qui. Capire un po' meglio quel meccanismo della speranza che in Europa sembra inceppato. In fondo cos'altro aveva entusiasmato nella campagna elettorale di Barack Obama, se non che il suo era per la prima volta da decenni un messaggio di speranza nel futuro?
Noi sappiamo che la caratteristica principale della speranza
È possibile che alcune - forse tutte - di queste rivoluzioni siano normalizzate. E che l'ordine torni a regnare al Cairo, a Tunisi, a Tripoli, a Damasco, a Manama, come in altra epoca regnava a Varsavia. Ma solo l'assenza totale di prospettive ci può premunire dalle disillusioni, proprio come solo il non fare ci esime dall'errore. Certo è che quel che è iniziato nel Magreb e nel Machrek non finisce qui, e che dobbiamo ancora assistere all'onda lunga di questa primavera. Un'onda lunga che ci riserverà altrettante sorprese di quelle che ci hanno colpito a gennaio quando tiranni inamovibili sono crollati come giganti dai piedi di argilla.
Ho sempre trovato profondamente reazionario lo slogan (variamente attribuito ad Antonio Gramsci o a Romain Rolland) del «pessimismo della ragione e ottimismo della volontà»: quest'atteggiamento ci dice di sperare contro ogni ragione. Mi sembra invece che noi dobbiamo esercitare un ponderato, disilluso «ottimismo della ragione».
Ecco, vorremmo che questo convegno fosse un esercizio di ottimismo della ragione. In un certo senso, il fatto che il convegno avvenga davvero è già una controprova che ogni tanto c'è ragione di essere ottimisti. Nelle nostre ben note, disastrose condizioni economiche non avremmo mai potuto, da soli, mettere su una simile organizzazione, pagare il viaggio e il soggiorno ai relatori, pagare un apparato di traduzione simultanea e affrontare tutte le altre (ingenti) spese necessarie. Ma la rete televisiva Sky e la rivista Oil dell'Eni hanno avuto fiducia in noi e sono stati tanto lungimiranti da fornirci il loro sostegno lasciandoci la completa regia dell'evento. E dandoci la possibilità di incontrare i tanti interlocutori e le tante protagoniste di questa primavera che speriamo duri fino a diventare un autunno caldo.
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